Almasri, Piantedosi, l’ONU e Salem Gheith: così rischiano di naufragare le ONG al largo della Libia
La scorsa settimana le autorità libiche hanno annunciato la sospensione delle attività di dieci Organizzazioni Non Governative internazionali, accusandole di tentare di “alterare la composizione demografica” della Libia, e gli uffici locali di queste ONG – tra cui il Norwegian Refugee Council, Medici Senza Frontiere, l’italiana Cesvi e altre – sono stati chiusi. L’Agenzia per la Sicurezza Interna del Paese ha giustificato la decisione sostenendo che queste organizzazioni stessero cercando di insediare migranti in Libia attraverso un progetto che sarebbe stato avviato dalla stessa Unione Europea dopo la caduta di Gheddafi nel 2011.
Il portavoce dell’Agenzia per la Sicurezza Interna libica, Salem Gheith, ha denunciato le ONG accusandole di svolgere “attività ostili” e di essere coinvolte in un complotto volto per l’appunto ad alterare la composizione demografica della Libia, minando la sicurezza del Paese anche attraverso presunti casi di traffico di migranti e riciclaggio di denaro, coperti pretestuosamente tramite il fine umanitario del loro operato; nel mirino di Tripoli c’è anche l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, a mezzo dell’agenzia dell’ONU UNHCR, accusata di essere coinvolta in attività illegali che, secondo Gheith, saranno sanzionate dal ministero degli affari esteri.
Le accuse
Le accuse mosse dalla Libia si inseriscono in una narrazione più ampia che coinvolge teorie sulla cosiddetta “sostituzione etnica”: le autorità libiche infatti non solo accusano le ONG di manipolare la composizione etnica del Paese, ma anche di promuovere valori contrari all’identità nazionale libica, come l’ateismo, il cristianesimo, l’omosessualità e, più in generale, la “decadenza morale”. Il tutto sarebbe orchestrato dall’Unione Europea, che avrebbe originariamente cercato di realizzare questo progetto servendosi dell’Italia durante il precedente regime, utilizzando proprio le ONG come strumento per perseguire il fine dopo la cattura di Muammar Gheddafi nel 2011.
Prima che fosse ufficializzata la decisione proveniente da Tripoli, il 27 marzo una lettera firmata da 17 ambasciatori – tra cui quelli di Francia, Gran Bretagna, Spagna e la stessa Italia – indirizzata al ministro libico degli affari esteri, aveva denunciato con preoccupazione la convocazione di diversi membri del personale delle ONG, i quali sarebbero stati costretti a “firmare impegni a non lavorare mai più per una ONG internazionale”, mentre altri sarebbero addirittura stati privati del loro passaporto.
Il ruolo dei diplomatici
Nella loro lettera, i diplomatici avevano chiesto alle autorità di permettere alle ONG “di riaprire i loro uffici e di riprendere le loro operazioni umanitarie il prima possibile”, esprimendo forte preoccupazione per l’impatto delle venture misure sull’assistenza sanitaria di base nella regione, ma neanche una settimana dopo è arrivato impetuoso il temporale preannunciato.
Le ONG internazionali hanno aspramente appreso la decisione del governo centrale, affermando che essa non solo ostacola le operazioni di soccorso, ma potrebbe anche intensificare la sofferenza dei migranti che si trovano in condizioni drammatiche nel paese.
Un aspetto che complica la vicenda è il coinvolgimento diretto dell’Italia nella questione, attraverso il discusso protocollo “tandem” Minniti-Piantedosi, che definisce i termini della cooperazione tra Italia e Libia per il controllo dei flussi migratori: il protocollo prevede che l’Italia fornisca supporto alla Libia per fermare i migranti prima che possano imbarcarsi verso l’Europa, ma non stabilisce un monitoraggio penetrante sui metodi utilizzati dalla Libia per fermare i migranti.
Pertanto, molti osservatori vedono la sospensione delle ONG come parte di una strategia più ampia, che potrebbe essere legata alla protezione degli interessi politici ed economici della Libia e dei suoi alleati, tra cui in primis l’Italia, che secondo la stampa più maliziosa starebbe così riscuotendo il suo credito nei confronti di Tripoli derivante dal caso Almasri.
ONG
L’incriminazione delle ONG e la loro messa al bando sono sicuramente elementi che, pur se ispirati al ripristino della legalità nel Paese, rischiano di nascondere le violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione libici, che finora più volte sono stati documentati da queste organizzazioni, tenendo accesi i riflettori su un tema tanto buio quanto spinoso.
Con l’uscita delle ONG dalla Libia e l’assenza di altri canali di supporto umanitario, il futuro per i migranti in transito verso l’Europa appare ancora più incerto: l’Unione Europea e i paesi occidentali sono ora chiamati a rispondere a questa nuova crisi, in un contesto geopolitico sempre più complesso e in continua evoluzione.




