Quotazioni dell’oro da record, abbattuto il muro dei 3mila dollari l’oncia
L’oro, ancestrale simbolo di ricchezza e benessere, torna a far parlare di sé: in un contesto economico instabile, segnato da sfide geopolitiche più che cruciali, le quotazioni del metallo giallo sono oggetto di un’attenzione da parte dei mercati che cresce esponenzialmente.
Partiamo da un concetto tanto basilare quanto contro-intuitivo: pur semplificando, più i mercati sono in crisi e più ha “senso” – in un’ottica capitalista e speculativa – investire, anche se tutti razionalmente scapperebbero da un sistema che sembra crollare a pezzi; di contro, quando le cose vanno bene, troppo bene, avrebbe più senso vendere.
Posto ciò, maggiore è la domanda di un determinato bene su cui investire e più il prezzo di questo si alzerà, mentre chiaramente per vendere una cosa che non vuole nessuno dovrà almeno essere economica.
Ecco spiegato allora perché l’oro, da sempre considerato un bene rifugio, corre a velocità mai viste ed è sempre più richiesto, avendo superato i 3.000 dollari l’oncia.
Questa barriera simbolica è stata per la prima volta abbattuta al termine della scorsa settimana, sulla spinta di una commistione di fattori economici, politici e psicologici: si tratta di un record assoluto, dopo i 1.000 dollari raggiunti nel 2008 (guarda caso durante la crisi finanziaria) e i 2.000 oltrepassati nella fase iniziale della pandemia.
Il rialzo
Il recente rialzo delle quotazioni, come nei casi precedenti citati sopra, sembra non essere un episodio isolato, bensì il risultato di una domanda in crescita costante che inizia a diventare il sintomatico riflesso di una crisi strutturale: alla raffineria svizzera Argor-Heraeus le fornaci non si fermano da mesi, e il flusso di ordini, in particolare da New York, continua ad aumentare. Robin Kolvenbach, amministratore delegato dello stabilimento ha sottolineato alla stampa come non si tratti di una normale fluttuazione del mercato, bensì di un qualcosa di più profondo, ricordando come in passato ci siano già stati picchi di richiesta, i quali però si esaurivano in una o due settimane, mentre adesso la domanda eccezionale di lingotti si protrae da tre mesi consecutivi.
Chiaramente quest’impennata, e quindi la “scommessa” degli investitori su di una crisi economica in arrivo, che li porta ad accantonare risparmi nel bene rifugio, è dettata da varie dinamiche come la guerra commerciale degli Usa, nonché i vari fronti bellici aperti in Europa e nel mondo.
Record nel 2024
Nel 2024 gli acquisti da parte di investitori al di fuori delle banche centrali hanno toccato quota 1.180 tonnellate, un massimo storico, e anche i piccoli risparmiatori stanno tornando ad affacciarsi sul mercato dell’oro: le opzioni vanno dall’acquisto di lingotti e monete — molto appetibili per “noi comuni mortali” perché esenti da IVA e imposte di possesso — agli strumenti finanziari come fondi comuni, Etf o Etc.
Ci si chiede allora fin dove si spingeranno le richieste dell’ambito metallo giallo e, conseguentemente, le sue quotazioni.
Per Bank of America il prezzo dell’oro potrebbe raggiungere i 3.500 dollari l’oncia entro la fine dell’anno, mentre la banca di investimenti Macquarie è ancora più ottimista, ipotizzando che questo traguardo possa essere raggiunto già entro il terzo trimestre del 2025, cavalcando proprio l’onda delle tensioni geopolitiche e delle preoccupazioni legate al debito statunitense; leggermente più prudenti, pur se comunque ottimisti, gli analisti di Goldman Sachs, che per la fine del 2025 parlano di quotazioni a 3.300 dollari l’oncia.
In definitiva, sebbene le quotazioni dell’oro siano influenzate da una serie di fattori economici e finanziari, è l’evoluzione degli scenari politici e geopolitici a dettare la vera rotta di queste.
Solo il tempo, con i suoi sviluppi imprevedibili, ci dirà se l’oro continuerà a brillare come rifugio sicuro o se subirà – per una volta – anche lui l’impatto delle turbolenze globali.




