Non spegniamo i riflettori sulla prigionia di Alberto Trentini
Sono passati più di 70 giorni da quando, il 15 novembre 2024, Alberto Trentini è stato arrestato in
Venezuela. Giorni, settimane, mesi dove la famiglia del cooperante italiano, arrivato in Venezuela
per la missione umanitaria della ONG internazionale Humanity & Inclusion che sostiene e aiuta le
persone affette da disabilità, chiede alle nostre Istituzioni di riportare a casa il nostro connazionale
che tutto sembrerebbe essere tranne che un pericoloso terrorista così come invece è stato accusato
dalle autorità venezuelane. Quando è stato arrestato, Alberto si stava dirigendo per lavoro dalla capitale Caracas a Guasdualito, nel sudovest del paese e con lui, al momento dell’arresto, è stato arrestato anche l’autista dell’ONG che lavorava con lui.
Attualmente ciò che più fa preoccupare la famiglia di Trentini e gli amici di Alberto, che nella
giornata di venerdì 31 gennaio hanno organizzato un flash mob a Piazza San Marco, sono la totale
assenza di notizie sulle condizioni di salute e di reclusione di Alberto visto che dal punto di vista
legale le accuse di terrorismo, mosse a suo carico e per le quali è stato arrestato ed è finito
illegittimamente recluso, lasciano presagire trattamenti inumani contro il nostro connazionale.
L’unica notizia verificata è che si troverebbe in carcere a Caracas, dove, come affermato dalla
famiglia e dall’avvocata che sta seguendo la questione, Alessandra Ballerini, Alberto non ha potuto
avere contatti con nessuno, nemmeno con l’ambasciatore italiano in Venezuela.
“Da quasi due mesi nulla sappiamo sulle sorti di Alberto, tenuto anche conto che soffre di problemi
di salute e non ha con sé le medicine né alcun genere di prima necessità” ha scritto all’inizio di
gennaio la famiglia in un comunicato in cui chiedeva al governo italiano di impegnarsi per la sua
liberazione.
L’ambiguità dell’azione diplomatica nel Dossier Trentini
Come fin qui raccontato dall’inizio dell’anno ad oggi, della prigionia di Alberto Trentini e delle sue
condizioni psicofisiche continuiamo a non sapere nulla, come se le nostre Istituzioni, Ministero
degli affari Esteri, Presidenza del Consiglio e Servizi segreti fossero distratte sul dossier. Vista
l’efficienza con la quale il governo, negli stessi giorni in cui la famiglia Trentini chiedeva al
Ministero degli Esteri di ottenere informazioni dal governo di Caracas, riportava a casa Cecilia Sala
con risolutezza e determinazione, negoziando con il regime di Teheran e andando a Mar a Lago da
Trump a chiedere la “benedizione” di Washington per la liberazione e il rimpatrio dell’altra pedina
di scambio, l’ingegnere iraniano Abedini, il dubbio è che i connazionali non siano tutti uguali.
L’impercettibilità dell’azione diplomatica sin qui condotta dalla Farnesina nel caso Trentini la si
può evincere sia dalla persistente assenza di informazioni sulle sue condizioni di salute e di
prigionia, sia dall’impossibilità dell’ambasciatore o da un membro dell’ambasciata di poter far
visita al nostro connazionale sia, infine, di comprendere esattamente quali siano state le indagini e
come si sia giunto ad accusare un uomo di terrorismo e quali potrebbero essere le “richieste” del
regime di Maduro per il rilascio.
Le Istituzioni tutelino i nostri connazionali senza se e senza ma
I maligni potrebbero pensare che, non essendo Alberto Trentini figlio di banchieri o un giornalista,
la Farnesina, i servizi segreti e il Governo potrebbero non avere gli stessi “stimoli” nell’affrontare
un dossier, quello Trentini, complicato dallo scontro diplomatico tra l’Italia, che non riconosce
legittimo il regime di Maduro, e il Venezuela, con la stessa determinazione con la quale si è affrontato il dossier Sala, trattandone la liberazione con un regime altrettanto autoritario, quello
iraniano, che ha detenuto ingiustamente la nostro connazionale.
C’è chi affermerà che queste sono solo malelingue e mali pensieri che sono il frutto di un certo tipo
di giornalismo capzioso che “critica” il governo in carica, tuttavia, oggigiorno, la realtà dei fatti
vede, attualmente, oltre ad Alberto Trentini, più di 2.000 connazionali detenuti all’estero.
Oltre 2.000 vite umane che, a ragione o ingiustificatamente, stanno scontando o sono in attesa di
una sentenza che li condanni o li assolva, trovandosi, nel frattempo, detenuti in carceri “inumani” in
barba al rispetto dei Diritti Umani, al rispetto delle Convenzioni internazionali sui Diritti Umani e
per la tutela degli individui dalle sparizioni forzate dell’ONU.
Secondo i dati forniti dalla Farnesina riferiti all’anno 2023 gli italiani detenuti all’estero sono 2.182,
di cui il 40% circa permane in attesa di giudizio, con sentenze non definitive o in attesa di
estradizione in Stati, prevalentemente extra europei, dove da anni le organizzazioni umanitarie
denunciano le pessime condizioni di vita carcerarie.
Oltre a chi è in attesa di giudizio o sta scontando la sua pena in attesa dell’estradizione, c’è anche
chi in carcere muore. È il caso di Daniele Franceschi deceduto nel carcere di Grasse, in Francia, in
circostanze mai completamente chiarite, oppure è il caso di Simone Renda deceduto il 3 marzo
2007 nel carcere messicano di Playa del Carmen a seguito delle mancate cure e della mancata
assistenza sanitaria durante la detenzione, privato di acqua e cibo per quasi 48 dalle autorità
messicane.
Un epilogo che speriamo di non dover raccontare anche per la storia di Alberto Trentini, recluso e
di cui non abbiamo notizie ufficiali sulle sue condizioni psico-fisiche. Un epilogo che con tutte le
nostre forze dobbiamo combattere tenendo accesa la luce sulla storia di Alberto e sulla sua
ingiustificata reclusione che dobbiamo continuare a denunciare e sollecitare le nostre Istituzioni che
hanno il potere e i mezzi di trattare con gli interlocutori, molto spesso regimi illiberali, per la tutela
dei suoi cittadini all’estero.
NON SPEGNIAMO LA LUCE SU ALBERTO TRENTINI.




