Bielorussia, sotto il segno di Lukašenko
Dopo il recente insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca che ha inaugurato il calendario politico internazionale, i riflettori si spostano sulle presidenziali in Bielorussia. Le elezioni previste per domenica 26 gennaio, probabilmente riconfermeranno Aleksandr Lukašenko per un nuovo mandato, il settimo da quando il Paese ha raggiunto l’indipendenza. Si tratta di una tornata elettorale reduce di una complessa situazione interna al Paese, aggravata dal conflitto in Ucraina.
A rendere interessante questo appuntamento è il malcontento che aleggia intorno all’attuale presidente che, per oltre ben 25 anni, ha governato la Bielorussia accumulando critiche, soprattutto dopo il 2020, quando il regime ha esacerbato il suo carattere autoritario.
Le precedenti irregolarità elettorali
L’ingresso in parlamento nel 2016 di due esponenti dell’opposizione, su sollecitazione della comunità internazionale, aveva fatto ben sperare. Un’aspettativa che Aleksandr Lukasenko ha tagliato di netto con l’ennesima vittoria alle presidenziali del 2020 riportata dalla Central Election Commission of the Republic of Belarus (CEC).
Secondo i risultati ufficiali il presidente bielorusso si sarebbe aggiudicato oltre l’80 dell’elettorato. Un dato in netto contrasto rispetto a quanto riportato dagli exit poll che, con un affluenza del 78%, indirizzavano il 56% dei consensi alla candidata di opposizione, Svyatl Tsikhanouskaya, e solo il 34% ad Aleksandr Lukasenko.
Le irregolarità del processo elettorale non sono passate inosservate. In diverse occasioni la comunità europea ha denunciato i brogli, come per le elezioni del 2006 e del 2010 di cui non ha riconosciuto l’ufficialità. Anche la popolazione non si è tirata indietro e ha continuato manifestare contro il regime.
Il clima di tensione ha raggiunto un livello tale che il governo è stato costretto a giocare d’anticipo: le elezioni di quest’anno sono state organizzate in modo da scoraggiare le proteste e non permettere all’opposizione di organizzarsi. Infatti, la tornata elettorale che si terrà tra pochi giorni è descritta dalle forze democratiche bielorusse come una “auto-nomina” e autorizzerà solo quattro candidati “sulla carta” a presentarsi contro Aleksandr Lukašenko.
Chi è Aleksandr Lukašenko?
Per i media occidentali è “l’ultimo dittatore d’Europa”, in Bielorussia è definito “Bat’ka”, Padre una connotazione familiare che ne riscalda l’immagine, ma solo apparentemente. Aleksandr Lukašenko è il Presidente bielorusso dal 1994: sei mandati alle spalle e il settimo dietro l’angolo. La sua carriera politica è iniziata nel 1990 quando venne eletto al soviet bielorusso e successivamente ha fondato il partito Comunisti per la Democrazia. Contrario all’indipendenza del Paese, ha conservato rapporti di collaborazione con la Russia deteriorando quelli europei. Il culmine è arrivato nel 2022, quando ha messo a disposizione i propri territori per gli attacchi russi verso Kyiv e altre città ucraine. Sul fronte interno ha adottato una serie di riforme che gli hanno permesso di governare in senso più ampio e antidemocratico. A fine 2023 ha firmato una legge approvata dal Parlamento che garantisce immunità giudiziaria a vita e impedisce ai leader di opposizione di candidarsi alle elezioni.
L’Unione Europea è intervenuta più volte per contrastare le modalità repressive del suo governo, adottando nuovi pacchetti di sanzioni. Nello specifico, il Parlamento europeo ha criticato la condanna a 15 anni della leader d’opposizione, Sviatlana Tsikhanouskaya, emessa in contumacia nel 2023. Tsikhanouskaya, dopo le elezioni fraudolente del 2020 e dopo l’arresto del marito, Siarhei Tsikhanouski, sarebbe stata costretta a rifugiarsi in Lituania.
La situazione politica e sociale del Paese
Non è un segreto che il governo abbia adottato una linea dura nei confronti del dissenso politico. A confermarlo è Amnesty International che, in un rapporto 2023-2024, ha denunciato le gravi limitazioni alle libertà d’espressione, di associazione e alle libertà religiose. Secondo l’organizzazione, solo nel 2020 sono circa 350.000 le persone che hanno lasciato la Bielorussia a causa della continua vessazione nei confronti degli oppositori. Le modifiche de codice penale messe in atto a maggio, poi, hanno garantito un margine più ampio per le autorità di intervenire nei confronti dei dissidenti. Anche libri e altri prodotti a mezzo stampa sono stati oggetto di limitazioni, messi al bando dal regime insieme ai dodici partiti di opposizione, sciolti per lasciare carta bianca al Presidente nelle elezioni del 2025.
Ulteriori retroscena arrivano da Belsat, una testata indipendente fondata nel 2007 con sede a Varsavia. Da anni Belsat denuncia le attività del regime bielorusso, soffermandosi spesso su tema della fragilità democratica di Minsk. Tra le violazioni delle libertà fondamentali riportate, rientrano gli arresti di attivisti e oppositori e i processi a porte chiuse contro gli stessi. E’ il caso di Darya Chultsova, giornalista bielorussa fermata a novembre 2020 con l’accusa di opposizione al governo nelle proteste di massa, insieme alla collega Katsyaryna Andreyeva, anche lei arrestata nel 2020 e poi di nuovo a febbraio 2023, con l’accusa di alto tradimento.
I rapporti con la Russia e la guerra
A preoccupare gli osservatori internazionali, oltre al clima teso nel Paese, è anche il vicino russo, che non ha mai nascosto, già dalla dissoluzione dell’URSS, la volontà di mantenere un rapporto simbiotico con la sua appendice geopolitica. Un legame di dipendenza che si è più volte riproposto e di cui il Presidente russo Vladimir Putin si è servito per influenzare la politica interno del suo alleato.
La Bielorussia ha sviluppato un rapporto asimmetrico con Mosca sia negli aspetti culturali – ha conservato l’ufficialità della lingua russa accanto al bielorusso – che in quelli politici ed economici. Il Paese dispone di piccoli giacimenti di gas naturale e di petrolio, insufficienti per il fabbisogno interno, e per questo dipende dalla Russia. Inoltre, la recessione economica e le pressioni del vicino hanno reso difficile la possibilità di attrarre investimenti occidentali e di sviluppare relazioni commerciali al di fuori di Mosca.
Questa affinità inter-statale si è andata giustificando sotto il peso di un isola internazionale crescente che la Bielorussia ha iniziato a percepire maggiormente dopo il 2020. Nonostante abbia mantenuto lo status di “Paese di mezzo”, le diverse reazioni europee alle elezioni farsa hanno reso necessario lo spostamento del baricentro politico verso est, sacrificando il dialogo con l’Europa.
Negli ultimi anni, però, Minsk ha cercato di controbilanciare le relazioni con l’Ovest e con la Russia di Valdimir Putin per paura che, una maggiore dipendenza da Mosca, potesse portare a una situazione come quella vissuta a Kyiv, dove la Russia si è imposta con la forza militare. Questo fino a quando non è intervenuta la guerra in Ucraina a cambiare di nuovo gli equilibri
Durante il conflitto, una modifica costituzionale della neutralità nucleare bielorussa, che risale a marzo 2022, ha permesso alla Russia di servirsi del territorio alleato per posizionare armi nucleari da utilizzare negli attacchi all’Ucraina. Attualmente le possibilità di evoluzione del rapporto tra i due Stati sembrerebbero abbastanza prevedibili. È improbabile che la Bielorussia si allontani completamente dal legame di dipendenza con il suo vicino orientale, anche se in questo giocano un ruolo determinante i risvolti della guerra in Ucraina. Per il momento la chiusura verso l’esterno e le pressioni internazionali sulla Bielorussia continueranno a influenzarne il fragile equilibrio democratico interno.
Articolo a cura di Sara Alvieri




