Femminicidio di Giulia Cecchettin. Turetta in aula per la prima volta
Pantaloni neri e una felpa grigia con cappuccio, sguardo basso, colpevole. Così è apparso per la prima volta in aula Filippo Turetta, il 24 ottobre, durante il processo che lo vede imputato per la morte di Giulia Cecchettin, sua ex fidanzata. Il femminicidio che più ha fatto parlare negli ultimi mesi, smuovendo cortei e creando riflessioni su quel male latente e nascosto, che può nascondersi anche in ragazzi che non sembrano cattivi, che non hanno mai fatto nulla di male. La laurea imminente di Giulia Cecchettin, la fine della relazione non sopportata da parte di Turetta. L’omicidio è avvenuto l’11 novembre del 2023, il corpo di Giulia Cecchettin è stato ritrovato sette giorni dopo in un anfratto roccioso in un bosco, nella provincia di Pordenone. Turetta ha tentato la fuga, ma la sera stessa è stato arrestato in Germania, fermo sulla corsia d’emergenza, con l’automobile rimasta senza benzina. Durante il processo di quattro giorni fa, dopo 6 ore di interrogatorio, è emerso che tutta la vicenda è supportata da una serie di atti preparatori.
Turetta ammette la premeditazione
Il 24 ottobre, Turetta è uscito per la prima volta dal carcere ed è stato interrogato in aula dalla Corte d’Assise di Venezia. Ha ammesso di aver detto «una serie di bugie» nel suo primo interrogatorio con il Pubblico Ministero Andrea Petroni, confessando la premeditazione dell’omicidio, così come gli viene contestato dalla procura. Il ventiduenne di Torreglia ha detto di aver iniziato a pensare di uccidere la sua ex fidanzata già dal 7 novembre 2023, giorni in cui ha stilato una lista delle «cose da fare», come comprarsi uno scotch, una mappa e dei coltelli, con cui quattro giorni dopo avrebbe inflitto ben 75 coltellate per uccidere la ex, tra cui numerose tra la testa e il collo. Il reo confesso ha affermato, infatti, di aver pensato di rapire e sequestrare Giulia Cecchettin, «se le cose non fossero migliorate» tra di loro.
Gino e Elena Cecchettin
Durante tutto il processo, Turetta non ha rivolto mai lo sguardo al padre della ragazza che ha ucciso, Gino Cecchettin, che invece lo fissava. «Io l’ho guardato ogni tanto mentre parlava, ma non è questo il punto del processo. Ora vado via, non ho bisogno di restare. Il punto è che abbiamo capito chi è Filippo Turetta. Per me è chiarissimo, quello che emerge oggi è che la vita del prossimo è una cosa sacra e non bisogna entrare nel merito della vita degli altri, ma rispettarla», ha affermato il padre della vittima una volta uscito dall’aula. L’avvocato Nicodemo Gentile, che cura la posizione di Elena Cecchettin, sorella di Giulia, in quanto parte civile come il padre, ha dichiarato: «Le parole di Turetta hanno il tintinnio delle monete false, è in difficoltà, ha una memoria selettiva e non riesce a giustificare tante cose. Questo esame è un atto autolesionistico, non sta chiarendo nulla. Ha punito Giulia perché non voleva tornare con lui, è il classico omicidio premeditato da parte di un uomo senza empatia». Proprio la sorella di Giulia, Elena Cecchettin, non era presente in aula, a causa della «fonte di stress enorme» vissuta in questi mesi. Elena Cecchettin, che tanto si è spesa, insieme al padre, sin dai primi giorni della scomparsa della sorella e poi della notizia del femminicidio, per parlare della questione, trasformando un dolore privato in un dibattito acceso a livello politico e culturale. «Sono più di 11 mesi che continuo ad avere incubi, 11 mesi che il mio sonno è inesistente o irrequieto», ha affermato la ragazza sulle storie di Instagram, ammettendo di non stare bene e di voler preservare la sua salute non presenziando in aula durante il processo all’assassino della sorella.
I femminicidi e la violenza latente
Le donne uccise nel 2023 sono state 120, delle quali 64 da partner o ex compagni. Tra queste, figura il nome di Giulia Cecchettin. A quasi un anno di distanza dalla sua morte e quasi alla fine di questo anno, nel 2024 si contano oltre 90 femminicidi. In seguito alla morte di Giulia Cecchettin, forse per la sua giovane età, forse per la contestata etichetta di bravo ragazzo, assegnata a chi ha preferito infliggere 75 coltellate alla propria ex rispetto all’accettare la fine di una relazione, tantissime sono state le manifestazioni contro i femminicidi e le discussioni nate a riguardo. «Sono stati i vostri bravi ragazzi» è stata una frase ricorrente durante questi cortei, volta a smascherare una violenza di genere e una malattia mentale che agisce sottotraccia, inizialmente, ma che colpisce con la furia omicida o con la fredda premeditazione. La stessa Giulia Cecchettin aveva notato gli atteggiamenti fin troppo possessivi e inquietanti del partner, che, pochi giorni prima del delitto, definiva come «uno psicopatico» e che l’hanno portata ad allontanarsi, ma senza separarsi definitivamente dal ragazzo. Turetta è stato il perfetto esempio di questo tipo di violenza nascosta che poi esplode, se non curata.




