Dacia: l’ultima frontiera della romanità
Ieri si è tenuta, presso il Museo Nazionale Romano (Terme di Diocleziano), la giornata conclusiva della mostra Dacia: l’ultima frontiera della Romanità.
Curata da Ernst Oberlander (Museo Nazionale di Storia della Romania) e Stéphane Verger (Direttore del Museo ospitante), l’esposizione ha riunito circa 1000 oggetti, provenienti da 47 musei rumeni ed un museo moldavo.
Ciò è stato possibile grazie al patrocinio delle più alte istituzioni rumene: l’Ambasciata di Romania in Italia, gli alti Ministeri, l’Accademia e l’Istituto Culturale.
L’ultima giornata della mostra (a cui ha presenziato anche Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione alla Camera) è stata ulteriormente arricchita da molteplici eventi collaterali, di natura musicale e artistica, che hanno reso l’intero quadro ancora più vivo.

Dacia: prima e dopo
La mostra è stata divisa in sezioni cronologiche e tematiche, che hanno rispecchiato diversi momenti della storia della Dacia: la produzione artigianale, artistica e bellica degli antenati della Dacia romana; il limes costituito dalla conquista del territorio da parte di Traiano (avviata nel I secolo a.C. e conclusa nel 106 d.C., anno del suicidio del leggendario Decebalo); la vita della Dacia come provincia romana; la mescolanza ed il riassestamento posteriore alla caduta dell’Impero romano, con lo spostamento di focus da Roma a Bisanzio, la cristianizzazione, la diffusione del latino e lo sviluppo di una nuova identità culturale.
I reperti riuniti dalla mostra coprono un lasso di tempo ampio, che va dall’VIII secolo a.C. all’VIII d.C.
Le tracce dei Daci
L’identità dell’antica Dacia fu il frutto di una sovrapposizione culturale avvenuta dalla prima età del ferro, fino all’età bizantina.
Moltissimi furono i popoli che attraversarono, vissero, si mescolarono in quel territorio: Traci, Sciti, Greci, Celti, Geto-Traci, Bastarni.
Il tema centrale della mostra è stato l’intreccio e influsso reciproco di tutte queste culture, fenomeno dimostrato dalla varietà di oggetti prodotti.
In primis, strumenti di artigianato di uso quotidiano (tra cui molte ceramiche), così come giochi da tavolo e gioielli (specialmente in oro e ferro). Dopodiché, corredi funerari, talismani e strumenti magici, che testimoniano un grande rilievo della componente esoterico-spirituale nella vita dei Daci.


Non mancano poi armi ed altre attrezzature belliche, così come briglie ed accessori per i cavalli, animali profondamente amati e quasi venerati dai Daci.
Tra le opere artistiche più di rilievo, figurano il Serpente Glykon da Tomis (singolare esempio di demone buono, che guarisce dalle epidemie), l’Elmo d’oro di Coțofenești (Tracia) ed il Tesoro Gotico di Pietroasele, costituito dalla phiale (coppa) e le due fibule da indossare sulle spalle, tutti realizzati in oro.

Il saldo legame tra Italia e Romania
L’arrivo della lingua latina nel territorio della Dacia gettò le basi per la formazione della Romania che conosciamo oggi: l’unico paese balcanico in cui si parla una lingua neolatina, isolato dagli altri poiché circondato da paesi a prevalenza slavofona.
Un paese che porta ancora Roma nel proprio nome, a dimostrazione di un legame che non è mai cessato.
La mostra conclusasi da poco ha dunque un forte valore storico, ma anche diplomatico. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha infatti ricordato il 1879, anno della costituzione della prima agenzia diplomatica rumena.
In altre parole, Bucarest e Roma dialogano da 150 anni ed oggi i rapporti risultano rafforzati da altre due entità: l’UE e l’Alleanza Atlantica.




