Gaza, Srebrenica e la parola impronunciabile
Per come la conosciamo oggi, l’Europa ha sempre raffigurato la nostra idea di Occidente, la sua culla, la sua incarnazione più compiuta, al punto tale da confondere i due termini, usarli come sinonimi, salvo puntuali precisazioni quando ad essere in ballo vi fosse anche l’America. Occidente come potere della ragione, Occidente illuminista, Occidente conquistatore, bianco, terra di guerre e di diplomazia. Soprattutto, Occidente cristiano. Della cristianità, l’Europa ne è il baluardo, l’estrema sintesi, con le sue crociate e le sue chiese disseminate per tutto il continente. Sorprende e destabilizza, dunque, la presenza di un Paese multi-etnico e a maggioranza musulmana come la Bosnia ed Erzegovina, definita spesso «la porta dell’Islam verso l’Europa». Prossima all’entrata nell’Unione europea, la Bosnia è, infatti, uno dei principali contatti europei con il mondo arabo ed islamico, dal quale essa non ha mai nascosto di ricevere aiuti e sostegno. Uno dei legami più forti e concreti è proprio quello con la Palestina. I due popoli – i bosgnacchi (musulmani di Bosnia) e i palestinesi – hanno spesso condiviso un triste destino che li ha visti sfollati dalle proprie case, discriminati, perseguitati, fino ad essere stati associati entrambi ad uno dei termini ritenuti tra i più cruenti e terribili, a tal punto da trattenere il fiato prima di pronunciarlo: il genocidio. Tale accusa è, infatti, oggetto di un ampio dibattito reso sempre più vivace in seguito ai primi bombardamenti di Israele nella Striscia di Gaza, in risposta all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. Diverse sono le posizioni che si stanno alternando in questi mesi di guerra a Gaza, tra chi invoca l’accusa di genocidio verso gli atti perpetrati da Israele nei confronti del popolo palestinese e chi sostiene, invece, che Israele stia esclusivamente difendendo il suo popolo da futuri attacchi dell’organizzazione nemica di Hamas. La difficoltà della comunità europea e occidentale nel delineare di preciso cosa stia accadendo a Gaza ha allarmato gli stessi bosniaci, memori delle medesime difficoltà che vi furono nel decretare gli atti di genocidio compiuti nella loro terra. L’ultimo genocidio ufficialmente riconosciuto e perseguitato da tribunali internazionali fu infatti quello attuato dall’esercito serbo nella cittadina bosniaca di Srebrenica tra l’11 e il 18 luglio 1995 – all’interno del contesto delle guerre nei Balcani del 1991-1995 – in cui avvenne l’uccisione mirata di oltre 8.000 uomini e ragazzi bosniaci, nonché lo sfollamento di massa di decine di migliaia di altri civili. Nadina Ronc, giornalista bosniaca di Al Jazeera, uno dei principali poli di informazione del mondo arabo e non solo, scrive di come i bosniaci abbiano sperimentato in prima persona le terribili conseguenze del silenzio della comunità internazionale di fronte ad evidenti crimini di guerra e contro l’umanità, aggiungendo: «Failing to condemn what Israel is doing to the people of Gaza would mean that I learned nothing from what has been done to my people» (https://www.aljazeera.com/opinions/2023/12/6/as-bosniaks-we-have-a-duty-to-speak-up-for-gaza). Eppure, il termine genocidio può essere associato alla popolazione palestinese, come lo fu per i musulmani di Bosnia? Perché fa così paura oggi parlare di genocidio a Gaza?
Non dire «genocidio»
Quando si parla di genocidio c’è sempre una difficoltà intrinseca nell’accertare all’unanimità che quest’ultimo sia tale, legata ai criteri con cui esso viene definito e, talvolta, agli spauracchi del negazionismo, volti ad offuscare la memoria storica. Il caso di Srebrenica è abbastanza emblematico. Lì, il genocidio è stato riconosciuto, a livello internazionale, nel 2007, ben dodici anni dopo l’eccidio compiuto. Il Tribunale penale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia (ICTY), istituito presso le Nazioni Unite, ha condannato ventuno persone per i delitti commessi in quella regione, stabilendo che quel che avvenne fu un genocidio perpetrato da singole persone, escludendo, dunque, lo Stato serbo come diretto responsabile per il massacro, accusato invece di non aver collaborato con il Tribunale per l’ex-Jugoslavia ad arrestare i colpevoli. Ci sono voluti dodici anni; anche di fronte all’evidenza che vi fosse un piano definito a priori e volto ad eliminare la popolazione bosgnacca dai loro stessi territori. Perché l’intenzionalità è proprio uno dei parametri principali nella definizione di genocidio, se non il più complesso da accertare e pertanto il più ambiguo. Non vi deve essere, dunque, la semplice intenzione di distruggere, bensì quella di eliminare un gruppo in quanto tale, riconducibile ad un piano dettagliato e studiato in precedenza. La Convenzione del 1948, che definisce tali atti, tiene conto sia dell’elemento oggettivo (actus reus), sia di quello soggettivo (mens rea). Per quanto riguarda Srebrenica, nonostante la valenza storica degli eventi e dei successivi processi, non mancano comunque i negazionisti, ossia coloro che sostengono che in Bosnia non sia stato attuato un genocidio nei confronti dei bosgnacchi. Tra questi, vi sono anche personalità di spicco, come Milorad Dodik, ex presidente della Republika Srpska (entità a maggioranza serba in Bosnia, nata in seguito agli accordi di Dayton del 1995), che definì i fatti di Srebrenica come «falsi», elogiando fautori del massacro come Ratko Mladić, la cui condanna all’ergastolo fu confermata soltanto nel 2021, tre anni fa. Ciò ha portato all’imposizione, da parte dell’Alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, Valentin Inzko, di un provvedimento che vieta di negare il genocidio di Srebrenica, rendendo così il negazionismo un reato.
Parlare di genocidio a Gaza, tra fatti e dibattiti
Il termine «genocidio» polarizza ormai il dibattito sugli eventi nella Striscia di Gaza, tra chi denuncia la troppa prudenza lessicale degli organi di informazione e della comunità internazionale e chi rivendica il diritto di uno Stato all’autodifesa. Tuttavia, i fatti sono destabilizzanti. Il bilancio dei morti a Gaza, riportato dal Ministero della Sanità, è di quasi 33mila persone nell’arco di sei mesi. Il 2 aprile, i bombardamenti di Israele hanno ucciso sette operatori umanitari del World Center Kitchen, a bordo di tre veicoli della Ong con insegne sul tetto riconoscibili e lungo un percorso concordato con l’Idf (Forze di difesa israeliane) e distrutto l’ospedale Al Shifa, provocando la morte di almeno ventuno pazienti in terapia intensiva. Gli attacchi agli ospedali a Gaza sono stati centinaia dal 7 ottobre, colpiti poiché, secondo Tel Aviv, Hamas li starebbe usando come nascondigli e centri operativi. Secondo il Ministero della Sanità di Gaza, il 70% dei morti nella Striscia sono donne e bambini: Philippe Lazzarini, commissario generale dell’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente), ha denunciato il fatto che negli ultimi mesi il numero di bambini uccisi nella Striscia di Gaza ha superato il numero di bambini uccisi in tutti i conflitti del mondo negli ultimi quattro anni. Oltre cento sono state le vittime e più di settecento i feriti il 29 febbraio, in seguito all’attacco da parte dell’esercito israeliano contro la folla disperata di civili che si è accalcata attorno ad un convoglio di aiuti umanitari. Due settimane dopo un centro di distribuzione alimentare è stato colpito nella parte orientale di Rafah, di cui l’esercito israeliano aveva ricevuto le coordinate il giorno prima. Gli attacchi ai civili, alle strutture umanitarie e ai volontari è il dato più rilevante all’interno della Striscia di Gaza, nonostante l’esercito israeliano parli semplicemente di «danni collaterali» di un conflitto. Il 29 dicembre 2023, presso la Corte Internazionale di Giustizia, il Sudafrica ha presentato una denuncia contro Israele per «genocidio». Allo stesso modo, il 26 marzo, a Ginevra, in occasione di una riunione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHCR), la relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha presentato un rapporto in cui spiega, punto per punto, perché quello che Israele sta compiendo a Gaza sia un genocidio. Lo stesso termine è stato utilizzato, tuttavia, anche dagli stessi funzionari del governo israeliano, in relazione all’attacco di Hamas di ottobre. La paura di molti è che il termine venga utilizzato indistintamente per casi di atrocità o crimini di guerra, perdendo di vista la centralità del fattore intenzionale, che è alla base della definizione di genocidio. Eppure, secondo Albanese gli atti commessi da Israele con il chiaro intento di genocidio sono almeno tre, dei cinque previsti dalla Convenzione: l’uccisione di membri del gruppo etnico, la procura di seri danni fisici o mentali ai membri del gruppo e l’impartizione deliberata di condizioni di vita calcolate alla distruzione fisica in tutto o in parte del gruppo. Le difficoltà riscontrate in Bosnia-Erzegovina nel decretare il genocidio compiuto durante la guerra nel 1995, nonostante la presenza di una chiara intenzione nell’eliminare uno specifico gruppo etnico, dovrebbero servire da monito per la comunità internazionale, già ampiamente criticata in quegli anni per scarsità di prontezza nell’intervento, affinché non si ripeta un nuovo genocidio. Affinché Gaza non sia una nuova Srebrenica.
Articolo a cura di Margherita Coletta




