Francia: le radici dell’odio
L’antefatto
Lo scorso 27 giugno, durante un controllo stradale, un poliziotto francese ferma Nahel, adolescente francese di origini algerine di 17 anni, alla guida di una Mercedes nei pressi di Nanterre, banlieue a nord-ovest di Parigi. Le dinamiche non sono state ancora stabilite ma una cosa è certa, il poliziotto spara al ragazzo. La morte di Nahel, i cui funerali si sono svolti lo scorso sabato, ha riacceso in Francia una serie di focolai sopiti che in questi giorni hanno dato vita a scontri, rivolti e violenze in tutto il paese. Il presidente Macron è dovuto intervenire in maniera massiva e la situazione è apparsa fuori controllo ai più. È stato spiegato un contingente di 45.000 agenti, il servizio pubblico è stato soppresso, alcuni sindaci hanno disposto il coprifuoco e lo stesso Emmanuel Macron si è rivolto alle famiglie intimando loro di tenere i figli a casa. Un intero paese a ferro e fuoco dunque e, nonostante le ultime dichiarazioni in cui si percepiva un possibile ritorno alla calma, è di qualche ora fa la notizia di un altro morto a Marsiglia.

L’odio
Oltre una settimana di scontri e violenze difficilmente giustificabili. Se a una prima analisi è naturale ritenere che tutto sia generato dallo sdegno per l’uccisione di un adolescente da parte di un agente di polizia, a una più attenta osservazione emergono molteplici cause, benzina di un fuoco che non riesce a sopirsi. C’è una parte di tessuto sociale che più che ardere, rimane per molto tempo a covare come braci. Se si gratta bene e ci si sporca un po’ le mani, si vedrà una Francia ben diversa da quella che il turista medio immagina. Potremmo ricercare le origini di questo male nel frutto malsano che il postcolonialismo ha generato, problema che ha afflitto, da Camus a Houellebecq, intere schiere di intellettuali che si interrogavano e continuano a interrogarsi sulle vite nelle banlieues e inneggiano al fallimento dell’integrazione. Dunque, il problema è sempre quello, il razzismo insito e la malcelata sofferenza per il colore della pelle diverso, l’incolmabile differenza culturale e religiosa, l’idea che il diverso va ghettizzato per poi essere eliminato. È indubbio che l’Europa, nata per accogliere le diversità, viva oggi un rigurgito nazionalista, un ritorno all’intolleranza.

Nel 1995, Mathieu Kassovitz realizzò un film ormai divenuto cult, L’odio (titolo originale: La Haine). L’interpretazione eccellente di Vincent Cassel lo rese noto al mondo intero ma ciò che maggiormente fa del film una perla della cinematografia francese è la narrazione della vita nelle periferie parigine. Metafora del ghetto, il problema delle periferie continuerà ad attanagliare i cuori lindi delle metropoli; quello che è accaduto in Francia in questi giorni può accadere e accade in molte altre parti del mondo: è il fallimento dell’agglomerato urbano, della crescita smodata della città che con fame bulimica, allargandosi sempre più, ha oggi un cuore che non è in grado di infondere linfa così lontano dal suo centro vitale. E allora ecco la periferia, oggi nuovo ghetto, terreno fertile per la crescita di un malessere generalizzato, nutrito dalla povertà, dall’impossibilità di crescita sociale. Chi nasce nella banlieue spesso vi muore, le possibilità di riscatto e la riuscita sono più storie di un romanzo che reali vicende. Le periferie, bastioni difensivi della metropoli, cingono d’assedio la tranquillità dei centri: l’odio che si da torna indietro.
La non-comunicazione
Il problema di fondo che, nella maggior parte dei casi genera odio, è la mancanza di comunicazione e, di conseguenza, di ascolto. Una difficolta questa che è palese nella gestione politica francese degli ultimi anni. Dagli scontri con i gilets jaunes agli eventi di oggi, è evidente che c’è una frattura tra chi tiene le redini politiche del paese e chi invece lo vive. Forse bisognerebbe solo ascoltare di più, magari iniziando proprio dalla madre di Nahel che, nel dolore per la perdita di un figlio, ha trovato la forza di chiedere che le violenze e l’odio terminino.




