Il 30 aprile è la giornata internazionale del jazz
Oggi, 30 aprile, festeggiamo la nascita del jazz, genere controculturale nato negli anni ’20 del Novecento

Le origini
Nel 1897 un consigliere comunale di New Orleans, Sidney Story, redige l’ordinanza che intende isolare un’area della città entro il perimetro disegnato da Iberville Street, Basin Street, St. Louis
Street e North Robertson Street, per riservarla all’esercizio della prostituzione. Il 6 luglio di quell’anno il consiglio comunale approva e si forma così quella che viene popolarmente chiamata Storyville, il quartiere a luci rosse della città. Il quartiere, posto vicino alla stazione, ci mette poco a prosperare e a diventare una notevole attrazione cittadina: i visitatori possono trovare bordelli di livello e prezzi diversi e in quelli migliori si può ascoltare una strana nuova musica, suonata anche altrove in città ed eseguita inizialmente solo da musicisti neri; poi anche da bianchi. La vita del quartiere dura sino al 1917, quando il Secretary of Navy, una sorta di ministro della Marina, ne impone la chiusura, in ragione dei presunti effetti demoralizzanti che le attività del quartiere avrebbero avuto sulle truppe. Da allora in avanti molti dei musicisti che vi suonavano cercano lavoro altrove: da un lato si dirigono nelle città dove esistono grosse comunità afroamericane, che in genere mostrano di apprezzare quel tipo di musica (come Memphis o Kansas City); dall’altro seguono i flussi migratori che stanno portando molti afroamericani del Sud a Filadelfia, Detroit, New York (Harlem) e Chicago (South Side), dove spesso continuano a suonare in quartieri e locali malfamati. Ma a cosa ci è utile questo preambolo storico di inizio secolo con la nascita del jazz?

Il contesto
È effettivamente fondamentale comprendere il contesto entro il quale nasce il jazz, proprio durante l’arco del 1917, anno della prima incisione discografica di un gruppo che nel proprio nome esibisce il termine che finirà per designare stabilmente quel particolare genere musicale: in quell’anno la Original Dixieland Jass Band, un gruppo di musicisti bianchi, incide con la Victor due facciate di un disco a 78 giri, Dixieland Jass Band One-Step e Livery Stable Blues, che riscuote un grande (e, c’è da dirlo, agli occhi dei discografici bianchi, molto inaspettato) successo presso il pubblico afroamericano. “Jass” (che poi diverrà ben presto jazz) è un verbo/sostantivo originariamente diffusosi a Chicago nel 1915 che vuole dire “scopare/scopata”. In questo caso un termine dal significato volgare e un po’ dispregiativo si capovolge nel suo contrario, per diventare una sorta di positiva bandiera identitaria che finisce per indicare non solo il nuovo stile musicale, ma persino l’intera atmosfera socioculturale degli anni successivi alla Grande Guerra (è, infatti, del 1922 “Tales of the Jazz Age” [Racconti dell’età del jazz], di Francis Scott Fitzgerald, che proietterà il termine “jazz” ben al di là dei suoi confini musicali).
La fortuna del jazz
Molta della musica jazz sin dall’inizio mostra caratteristiche strutturali che la distanziano radicalmente dalla tradizione della musica occidentale a cui appartengono sia la più sofisticata musica classica, sia le produzioni di canzoni pop. Ogni 30 aprile si festeggia la nascita di questa nuova linea di comprensione musicale, totalmente distante dalla tradizione occidentale, in cui la musica è rigorosamente scritta. In effetti, agli inizi degli anni Venti del Novecento gli accenti ritmici e gli strumenti percussivi sono marginali o del tutto banditi, agli esecutori e agli ascoltatori è richiesta una rigida e distinta compostezza e le musiche da ballo incoraggiano figurazioni standard ottenute attraverso una rigorosa disciplina dei movimenti corporei. Le musiche delle comunità afroamericane, invece (e tra queste, ovviamente, il jazz) seguono criteri completamente diversi: nascono dall’improvvisazione e di conseguenza non hanno bisogno di notazioni musicali se non, eventualmente, per i riff, ovvero le cellule melodiche fondamentali che nel jazz introducono le sezioni improvvisate; possiedono scansioni e strumentazioni ritmiche che hanno un ruolo centrale nell’architettura complessiva del suono. Esse si sviluppano spesso attraverso una dialettica antifonale affidata al dialogo tra gli strumenti o tra le voci (“call and response”); consentono una libera performatività corporea sia agli esecutori che agli ascoltatori e accompagnano danze che sono anch’esse più aperte al improvvisazione e che si fondano su figurazioni corporee più fantasiose e libere da costrizioni rispetto a quelle proprie delle danze occidentali. Cominciano quindi, controculturalmente rispetto all’Occidente, a formarsi piccole jazz band, composte da musicisti afroamericani attivi in varie città degli States. Spesso si accompagnano talora anche a delle cantanti nere, la più nota delle quali è Mamie Smith, che riscuote un clamoroso successo nel 1920 con Crazy Blues, un brano inciso, dopo dure resistenze iniziali, dalla casa discografica OKeh: il disco vende 10.000 copie nella prima settimana di lancio, 75.000 nel primo mese, 1 milione in sette mesi. Da allora il jazz non sarà più lo stesso. Star femminili della musica nera del calibro di Bessie Smith arrivano a registrare nel 1925, con l’accompagnamento di Louis Armstrong alla tromba e di Fred Longshaw all’harmo-num, il brano St. Louis Blues, per la Columbia, che riesce a vendere in totale 10 milioni di copie. Ed è così che il jazz uscì alla ribalta, sublimato da un’altra forma musicale di origine afroamericana, ovvero il blues.




