Non è un paese per migranti
Voi davvero non lo fareste? Leggendo Come onde del mare. Diario di bordo di un’esperienza umanitaria, non abbiamo fatto altro che ripetercelo. Le domande sono state molteplici, molti anche i dubbi, in parte chiariti. Non siamo un paese per migranti, nonostante lo siamo sempre stati.

Castelvecchi ha pubblicato per i suoi tipi l’interessante diario-inchiesta, se così possiamo definirlo, di Valentina Brinis, già collaboratrice della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani e della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza; non proprio l’ultima arrivata del vasto panorama che studia e vive in prima persona le vicende intorno ai flussi migratori. Attualmente ricopre anche il ruolo di advocacy officer e project manager per Open Arms – se davvero non avete mai sentito parlare di loro, andate al link – con la quale è partita, a bordo dell’imbarcazione Astral per la missione 84, nel Mediterraneo Centrale.

Non è un semplice diario di bordo, sembra più la confessione di una vita spesa a occuparsi del prossimo, a difendere i diritti umani che, in fondo, sono anche i nostri. Intervallando le giornate in mare, a momenti di profonda riflessione, Valentina Brinis, con l’occhio di chi ha vissuto nella confusione delle pratiche burocratiche che affliggono e avviliscono i migranti giunti, nei modi più disparati, nel nostro paese, ci racconta aneddoti e storie di vita che non possono lasciare indifferenti.

Non sono solo storie di chi, in cerca di un sogno o in fuga dalla guerra, affronta viaggi folli e mortali, sono anche storie di chi arriva e trova un secondo inferno di umiliazione che passa, silente, per vie istituzionali: centri di accoglienza, centri di identificazione e di espulsione, centri di permanenza per i rimpatri, tutti nomi che richiamano decreti, leggi e articoli, ma che poco sembrano differire da centri di reclusione che snaturano la figura del migrante e fanno perdere il focus sul fatto che dietro quei permessi di soggiorno negati, quelle espulsioni, quei rimpatri forzati, sommersi sotto innumerevoli fogli di pratiche sibilline, ci sono esseri umani. Professionisti come il giornalista J.C., come la bambina “dagli occhi neri e sempre lucidi”, come Y. che, dopotutto, non ce l’ha fatta.
Non vogliamo ricordare gli esodi di questi ultimi decenni, né i più recenti. Sono e dovrebbero essere chiari a tutti. Molto ci ha fatto riflettere sulla figura del soccorritore o meglio – per essere più generici e accogliere tutti – dell’operatore di Open Arms e di tutte le ONG e associazioni che si occupano di migranti e, in genere, di difesa dei Diritti Umani. Cosa spinge queste persone a sospendere per un attimo le loro vite e imbarcarsi per una missione in mare per giorni, con tutti i rischi che ciò comporta? Voglia di adrenalina, una follia giovanile mai esauritasi o forse un egoistico desiderio di sentirsi salvatori. Crediamo invece che sia solo istinto, naturale predisposizione umana a porgere la mano a chi è in difficoltà. A chi, in balia delle onde, mette a repentaglio la propria vita per la vita stessa.
L’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani così recita:
“Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”
“Le più antiche leggi marinare, come raccontano i comandanti delle navi, prevedono che chiunque si trovi in difficoltà in mare vada aiutato senza che ai naufraghi vengano poste domande sulla provenienza o la destinazione […] Su questo semplice assunto, ricco di una storia centenaria, si basa l’intera legislazione sul diritto del mare.”
Adesso ve lo richiediamo: Voi davvero non lo fareste? Se qualcuno stesse annegando davanti a voi, gli voltereste le spalle?
DISCLAIMER: alcune canzoni sono consigliate dall’autrice stessa per la lettura del suo libro, due le abbiamo prese in prestito anche noi per scandire l’articolo. Noi abbiamo amato anche le altre e gliene vogliamo suggerire una.




