La comunicazione della scienza, fra bellezza ed ontologia. Intervista a Enrico Pedemonte
Dott. Pedemonte, lei nel libro ci ricorda che sono ormai passati i tempi di Marie e Pierre Curie, la scienza ha cambiato pelle e bisogna prenderne atto. Di fatto questo è uno dei problemi esiziali anche per la democrazia quando assistiamo alla crescita del potere dei dati e delle poche aziende tecnologiche che assommano un’enorme forza economica: anche da qui si genera la grande rabbia?
“Credo di sì. Le grandi piattaforme tecnologiche ci regalano molte cose utili – basti pensare a strumenti come l’email, GoogleMaps e i social – e pensano che questo dia loro il diritto di usare a loro piacere i nostri dati per controllare e modificare i nostri comportamenti. Si tratta di una strategia che nel lungo termine crea risentimento. Le persone non amano essere controllate. Shoshana Zuboff ha descritto questo meccanismo in modo insuperabile nel suo “Capitalismo della sorveglianza” quando scrive che oggi “l’esperienza umana è diventato materiale grezzo da trasformare in dati comportamentali, utile a predire – e a forgiare – il nostro comportamento futuro”. Tutto ciò è inaccettabile e i cittadini cominciano a rendersene conto. La Commissione Europea sta varando leggi sempre più avanzate in materia. Un esempio? Presto dovrebbe uscire una direttiva che cerca di garantire ai cittadini lo stesso livello di protezione previsto per altre tecnologie (e la possibilità di essere risarciti in caso di danni). Le piattaforme tecnologiche, attraverso le loro lobbies, rispondono che tutto ciò danneggia l’economia e rallenta l’innovazione e il progresso: e poi chi può davvero dimostrare che queste tecnologie provocano danni? Sono le stesse argomentazioni che i colossi del tabacco e del petrolio hanno utilizzato per decenni per negare che i loro prodotti danneggiassero gli esseri umani e l’ambiente”.
Dai creazionisti, al potere di pochi che usano la scienza per seminare dubbi e per difendere i propri interessi, per passare poi alla manipolazione genetica, alla creazione del movimento no vax e a quelli che screditano la ricerca scientifica. Un percorso lungo e articolato che indaga quella che possiamo definire la privatizzazione della ricerca, per arrivare all’intelligenza artificiale e alla stretta cerchia che la governa. Di fatto lei indaga la scienza, senza fare della scienza una religione o della tecnologia una liturgia. Ma cercando di far capire che è (anche) come si comunica che fa la differenza. Cosa ha perso la comunicazione per creare cittadinanza, inclusione, legittimità?
“Troppo spesso i giornalisti e i divulgatori hanno descritto la scienza con occhio incantato, immersi nell’antica retorica dello scienziato indipendente impegnato coraggiosamente nella ricerca della verità. Senza rendersi conto che ormai la ricerca scientifica è largamente privatizzata, che i risultati non sono più un bene pubblico e che il potere economico ha spesso combattuto i risultati della ricerca scientifica quando questi confliggevano con i propri interessi. In questo contesto comunicare la scienza è diventato un problema sempre più complesso. La sfiducia nella scienza è uno dei modi in cui si esprimono il dissenso e la rabbia nei confronti di un Potere che usa la scienza, con le sue applicazioni tecnologiche, come lo strumento principe per esercitare la sua egemonia sul mondo. In questo contesto la divulgazione scientifica vecchio stile mostra la corda”.
Nel primo capitolo lei ricorda il suo incontro con Robert Putnam della Harvard University, tra i più noti sociologi americani. Putnam è riuscito ad attualizzare il discorso intorno ai beni simbolici, agli asset intangibili e al capitale sociale. Fondamentali i suoi studi per la gestione della cosiddetta Nimby syndrome (not in my back yard) del Debàte Public e della gestione delle situazioni di crisi. Una ricerca che non voleva indagare la diversità ma che ha trovato in essa un elemento dannoso per la fiducia. Il meccanismo sembra lo stesso del concetto dell’identità di gruppo studiata da Dan Kahan, il quale ha sottolineato come il legame di appartenenza possa creare una fiducia di gruppo in grado di inficiare la realtà. È così?
“Le ricerche di Putnam e Kahan convergono in molti punti. Putnam ha dimostrato che quando all’interno di una comunità cresce la diversità, crolla la fiducia tra i cittadini. Kahan è andato più in là: ha dimostrato che quando i risultati della ricerca scientifica confliggono con una certa identità di gruppo (per esempio quando le evidenze del riscaldamento globale suggeriscono scelte che possono danneggiare l’economia), a quel punto i fatti perdono importanza: l’ideologia prevale sull’evidenza. Spesso, quando la realtà dei fatti confligge con la propria visione del mondo, le persone si rifugiano nel proprio guscio come le tartarughe e inventano una realtà alternativa. Siamo tutti predisposti a favorire le tesi che supportano le nostre convinzioni”.
Nel capitolo dedicato agli industriali contro la scienza lei indaga il cosiddetto ClimateGate che nacque dalla mancanza, nel Quarto Rapporto IPCC, dei dati che avrebbero dimostrato lo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya entro il 2035. Lobby contro lobby o falsificazione della realtà?
“Certamente in quell’occasione si trattò anche di una battaglia tra lobbies, ma non è questo l’aspetto più rilevante. Gli ambientalisti erano riusciti a far pubblicare un articolo (poco solido da un punto di vista scientifico) all’interno del Quarto Rapporto. Ma si trattava solo di un articolo su molte migliaia. La lobby dei petrolieri identificò quel grossolano errore e pilotò una campagna durissima. I meccanismi della comunicazione hanno fatto il resto e così in quell’occasione si parlò più di quell’articolo che del Rapporto nel suo complesso, dove comparivano contributi inattaccabili di migliaia di ricercatori”.
A volte sembra che gli ambientalisti siano contrari alla scienza. Dalla sua prospettiva come possiamo combattere la confusione nell’opinione pubblica, come possiamo gestire la complessità?
“Non è solo la realtà a diventare sempre più complessa. Anche l’opinione pubblica lo è diventata, frammentandosi in una miriade di nicchie, ciascuna con i suoi orientamenti culturali, i suoi guru di riferimento, le sue abitudini di lettura. Sono le delizie della personalizzazione che grazie al digitale ha trasformato radicalmente il mondo dell’informazione ponendo fine al monopolio che era garantito, per quasi tutto il Novecento, a un numero limitato di giornali (e televisioni) che fornivano narrative sostanzialmente omogenee per interpretare la realtà. Il digitale ha rotto per sempre questo schema e a questo punto ogni cittadino segue percorsi individuali che lo portano talvolta ad aderire a nicchie di dissenso che negano la realtà in nome di visioni del mondo immaginarie. Di fronte a una realtà così complessa La comunicazione scientifica deve essere trasparente, non esitare a sottolineare i punti di incertezza, smetterla di affermare che la scienza è il libro della verità. Negli anni in cui la polarizzazione va crescendo, dobbiamo sforzarci capire le ragioni degli altri”.
I colossi digitali che si fanno Stato sono gli stessi che con l’AI vorrebbero controllare il mondo… e che creano singolarità che poi possono diventare cigni neri. Anche Ray Kurzweil dovrebbe ritornare all’Umano?
“Kurzweil – oggi ingegnere capo della ricerca di Google – sostiene che alla fine di questo secolo le macchine intelligenti «saranno umane, anche se non biologiche», avranno «corpi virtuali all’in- terno di realtà virtuali» e saranno dotate di un’intelligenza «trilioni di trilioni di volte quella umana». A quel punto – secondo lui – gli esseri umani vivranno soprattutto in ambienti virtuali «dove saremo persone diverse sia fisicamente sia emozionalmente» e dove ciascuno potrà scegliersi un corpo a piacere. Mi auguro che si sbagli di grosso, anche se credo che nessuno – neanche lui – abbia la capacità di predire un futuro così lontano. Kurzweil sostiene che non ci saranno reazioni antiscientifiche – di fronte a un’intelligenza artificiale sempre più potente e invasiva – perché “un giorno avremo un nuovo trattamento per sconfiggere il cancro e questo convincerà le persone che queste cose funzionano e salvano vite umane”. Mi permetto di non essere d’accordo. Credo che la reazione dell’opinione pubblica ci sarà. Le piattaforme tecnologiche sono sempre più potenti e il loro monopolio sulle tecniche di intelligenza artificiale diventa ogni giorno più oppressivo”.
Nelle conclusioni lei ricorda un pensiero del filosofo Georg Gadamer: “… il problema non è la tecnica in quanto tale, ma il fatto che la modernità, cominciata con la scienza di Galileo[…], si proponga non solo la comprensione, ma la ri-costruzione della realtà”. Il paradosso della fiducia evidenziato dall’Edelman Trust Barometer sembra sottolineare come la paura della scienza possa essere interpretata come uno dei capitoli che lei definisce della Grande Rabbia. È d’accordo con questa lettura?
“L’Edelman Trust Barometer ci mostra come negli ultimi vent’anni la fiducia nelle istituzioni, nei paesi democratici, stia andando a picco. Non solo la fiducia nella scienza, quindi, ma nelle elites, negli intellettuali, negli esperti, nei governi. Parallelamente – sempre nell’Occidente democratico – cresce una rabbia che secondo alcuni studiosi sta prendendo la forma di una radicale “voglia di caos”. Le ragioni di questa pericolosa epidemia politico-culturale sono diverse e in questo contesto è possibile solo fare qualche cenno. Viviamo in un’era di cambiamento rivoluzionario paragonabile a quanto accadde nel Cinquecento con l’avvento della stampa a caratteri mobili. Con una differenza: allora quel cambiamento (che portò alla Riforma protestante e fornì il carburante da cui nacque l’Illuminismo) fu lento e le tecnologie di base perfettamente comprensibili dalla maggioranza dei cittadini. Oggi il cambiamento è rapidissimo, le tecnologie digitali che stanno cambiando il mondo sono largamente incomprensibili alla maggioranza, gli algoritmi che regolano i social network sono opachi, i percorsi dell’intelligenza artificiale sono speso incomprensibili ai loro stessi progettisti. Quando il cambiamento è troppo rapido molta gente resta indietro, nega la realtà, si rifugia in realtà alternative, si oppone a priori. È quello che in modo plateale sta accadendo negli Stati Uniti. Il rifiuto della scienza è solo un aspetto – pur importante – di un fenomeno assai più ampio”.
Il suo libro è dedicato a Rossella Panarese che aveva fatto dell’ascolto e della condivisione uno stile di vita non solo intellettuale ma anche personale. Pensiamo alla cittadinanza scientifica ma anche a tutte le possibili declinazioni di cittadinanza. Forse se ripartiamo da qui riusciremo a mitigare la grande rabbia senza scadere nella rassicurazione sulle paure – legittime in tutti i campi – ed eserciteremo quindi meglio la professione del comunicatore? “In un libricino culla “Comunicazione scientifica” pubblicato da Treccani, Rossella scrive che i comunicatori devono da una parte proteggere l’autorevolezza della scienza, dall’altra sottolineare «l’incertezza e i limiti delle conoscenze acquisite – caratteristiche cruciali del procedere della ricerca anche in condizioni emergenziali – senza cadere nella tentazione di rassicurare a tutti i costi il pubblico per mitigarne la paura e il disorientamento». Lei, che aveva divulgato la scienza per trent’anni, aveva capito che il pubblico che si trovava davanti era cambiato, che ormai si era spappolato in una miriade di pubblici, diversi per interessi e per esperienze, che chiedevano di partecipare, anche in forme discutibili: cittadini e cittadine che esprimevano paure, sostenevano posizioni antiscientifiche, mostravano fastidio verso la tecnologia. Quello che stava emergendo – scriveva Panarese – era il tema della cittadinanza scientifica, cioè il diritto di ciascuno di noi a potersi informare, ma anche il dovere da parte della comunità scientifica a fornire a queste persone gli strumenti di informazione appropriati. Panarese sottolineava che gli scienziati, per salvaguardare la propria autorevolezza, non possono più solo difendere la propria competenza. Negli anni della polarizzazione e della grande rabbia, è fondamentale che i comunicatori scientifici facciano emergere la complessità dei problemi senza alimentare divisioni, scendendo dalla cattedra alla ricerca dell’empatia perduta. In questo Rossella Panarese era maestra”.




