Pink Cloud, il film brasiliano sulla “pandemia profetica”

Pink Cloud, il film brasiliano sulla “pandemia profetica”
Pink Cloud (credit: imdb)

Il primo lungometraggio di Iuli Gerbase, presentato anche al Sundance Festival, è profeticamente rivelatorio 

In occasione della presentazione del suo primo lungometraggio –  l’ultima, in ordine di tempo, quella del festival belga MOOV (19 aprile-2 maggio 2021) – la giovane regista brasiliana Iuli Gerbase tiene a fare una precisazione, non di poco conto: il film è stato scritto e sceneggiato circa quattro anni fa e girato e distribuito prima dello scoppio improvviso e inaspettato della pandemia, nel 2019. Si tratta, precisa dolcemente la regista, di una pura coincidenza. E non stentiamo a crederci. La precisazione non è di poco conto se ci si addentra, anche solo sommariamente, nella trama apparentemente semplice dello script il quale, se non fosse per i nostri recenti e drammatici trascorsi, avrebbe potuto iscriversi nel puro genere della fantascienza. 

Quando la realtà supera la fantascienza

In un ipotetico Brasile, in un contesto spazio-temporale che potrebbe dirsi attuale e che è allo stesso tempo utopico e avulso, una soffice nuvola rosa avvolge l’intera città. La nuvola non è solo una bella e ornamentale barriera meteorologica: è un potente e pericoloso ordigno tossico, di cui non si conosce la provenienza, che in pochi secondi è in grado di annientare la vita umana. L’arrivo della nube sancisce l’inizio forzato della drammatica storia d’amore tra Giovana (intensamente interpretata da Renata de Lélis) e Yago (Eduardo Mendonça). Si conoscono una sera e, trasportati dalla passione, si ritrovano sulla terrazza della casa materna di Giovana; solo la mattina, svegliati da un annuncio inquietante, sono costretti a entrare nell’appartamento e a barricarsi letteralmente in casa, senza alcuna possibilità di uscita.

Pink Cloud (credit: IMDB)

I due si guardano, ammutoliti, ma con la tenace convinzione che questa convivenza coatta e da finti innamorati non durerà molto. Invece il governo si attrezza premurosamente per nutrirli, attraverso un enorme tubo da cui scivolano viveri, medicine e beni di prima necessità. Le ore diventano giorni, i giorni settimane, poi mesi, poi anni: i due hanno tempo di amarsi, odiarsi, fare un figlio che diventa adolescente, separarsi, tradirsi, amarsi di nuovo, in un ciclo infinito, immobile e inquietante. Faranno tutto questo nella stessa casa, senza possibilità di movimento, e con un ritmo temporale e affettivo cadenzato da videochiamate, momenti di serena festività con parenti e amici, tra calici che toccano gli schermi impenetrabili e interminabili conversazioni telefoniche per tenersi compagnia. Ma anche quei momenti di virtuale e trascurabile felicità si trasformano e degenerano in una sordida e deprimente routine: la sorella minore di Giovana diventa irascibile e vittima delle violenze incestuose del patrigno; mentre la sua migliore amica Sara si chiude in un preoccupante isolamento che né gli psicofarmaci, né la compagnia di un cane-robot riusciranno a lenire. Yago deve invece fare i conti con la separazione fisica dal padre, sempre più abbandonato a se stesso e privato delle cure mediche e psicologiche. La forte performance attoriale dei due protagonisti, che si evolve nel corso del film e che arricchisce il lato estetico e morale dei due personaggi, in un’escalation di incontrollabile isterismo, permette di sondare profondamente l’impatto distruttivo che l’avvento dell’impalpabile nuvola rosa ha sulle menti e sui corpi dell’uomo. Tanto da rendere difficile quell’astrazione, di cui la regista aveva avvertito lo spettatore, tra fiction e realtà. In fondo, come la drammatica e coraggiosa scelta di Giovana insegna, basta affacciarsi alla finestra e contare fino a dieci.  

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