What has left since we left: l’ultimo atto d’amore dell’Europa nell’opera di Giulio Squillacciotti

What has left since we left: l’ultimo atto d’amore dell’Europa nell’opera di Giulio Squillacciotti
Video still (credit: Giulio Squillacciotti)

Presentato in anteprima mondiale a Les Rencontres Internationales Paris/Berlin – 2021 e nel programma Whitechapel Gallery – Artists’ Film International 2021 (selezionato dalla GAMeC di Bergamo), What has left since we left sarà in mostra presso Careof, a Milano, fino al 23 maggio 2021

La cornice è una sobria, elegante e semideserta sala rappresentativa: una di quelle, tipicamente “nordiche”, dall’architettura scomposta, timidamente decostruttivista, ma allo stesso intrisa di quel controllato e frugale mimetismo costruttivo. A guardarla con più attenzione, confrontandola con le fotografie di quasi trent’anni fa, si riconosce la sede della Limburg provinciehuis di Maastricht nella quale il 7 febbraio del 1992 dodici paesi dell’allora Comunità Europea firmarono l’omonimo trattato. L’ampia confusione di proposte degli inizi venne risolta con l’emanazione di tre pilastri fondamentali. Gli stessi tre pilastri umani, politici ed emozionali che l’artista e filmmaker Giulio Squillacciotti sembra aver tenuto a mente nella sua più recente opera, What has left since we left, immaginando uno scenario spettrale di un’Europa in piena crisi identitaria, ma allo stesso tempo alla sfibrante ricerca di un nuovo e profondo senso esistenziale. 

 

Video-still (credit: Giulio Squillacciotti)

La trilogia dell’incomprensione filologica

Gli ultimi tre paesi rimasti dell’Unione Europea (Belgio, Olanda e Germania) si trovano ormai soli, quasi isolati, separati tra di loro da una barriera fisica, che ricorda le nostre attuali barriere sanitarie, e linguistica. Il triplicamento di queste realtà nazionali è tuttavia incarnato dalla sola attrice Janneke Remmers, una e trina, che salta da un ruolo all’altro in un continuo collasso filmico fatto di montaggi meccanici e di una ricercata coreografia vocale e filologica. Dalla cabina di regia, trincerata in un abitacolo di vetro, da un punto di osservazione dall’alto (e dall’”altro”) la traduttrice inglese, interpretata da Anna Brooks-Beckman, cerca di interagire e influenzare i tre politici. Una lunga ricerca sul dialogo e la traduzione che l’artista ha portato avanti in numerose occasioni: non solo nel libro che accompagna e completa il film (What has left since we left. Six takes on Europe, pubblicato da Onomatopee) ma anche nell’ultima installazione in ordine cronologico Euramis – Friends, Indeed (2019), in cui la sovrapposizione vocale dei discorsi di tre uomini politici si trasforma in un’autentica trilogia babelica. Ideale continuazione dell’opera Euramis, What has left since we left si configura come una summa, una sintesi kantiana basata su un modello antropologico di fluttuazione di senso e significato. 

Video-still (credit: Giulio Squillacciotti)

Attraverso il presunto linguaggio universale e comunitario, l’inglese nell’attuale contesto della post-Brexit, quale senso di identità sociale e linguistica definisce un abitante europeo e quale alternativa è verosimilmente concepibile nel futuro dell’Europa unita? Interrogandosi sul senso dell’illusoria neutralità del processo di traduzione, Squillacciotti trasforma la fittizia sessione istituzionale in un allegorico dialogo intimo, in cui i problemi amministrativi nazionali ed extranazionali diventano un’occasione di ulteriore analisi sul senso del rinnovamento e della rinascita catartica attraverso il riflesso e lo sdoppiamento. Lo stesso riflesso e sdoppiamento messo in opera, mutatis mutandis, da Sophie Calle nel 2007 con l’opera corale “Prenez soin de vous” (“Abbi cura di te”): impotente di fronte alla lettera d’addio scritta dal suo amante, Calle decide di affidare l’interpretazione della possibile reazione ad altre centosette donne, chiedendo loro di parlare al suo posto. Allo stesso modo in What has left since we left, con le dovute disparità concettuali, Squillacciotti consegna il discorso esistenziale e linguistico alle voci e ai corpi degli ultimi fantasmatici pilastri europei, come se si trattasse di una storia d’amore logora. Riprendendo la frase di commiato del partner di Calle, “sarebbe la peggiore delle pantomime prolungare ora una situazione che, lo sai bene quanto me, è diventata irreparabile secondo le norme dello stesso amore che ho per te e di quello che tu hai per me”. Sulla base di questo presunto e reciproco sentimento di affetto che lega i popoli e le nazioni tra di loro, l’opera di Squillacciotti sonda le radici della costruzione dell’identità attraverso un percorso storico e psicologico, tra espressioni e architetture decomposte.    

 

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