JESSICA DONADIO PARLA DELLA RADIO

JESSICA DONADIO PARLA DELLA RADIO

Sono una speaker radiofonica che insegue il suo sogno da ormai più di dieci anni. Mi chiamo Jessica Donadio e credo, con molta onestà, che nessuno meglio di me possa comprendere a pieno il significato della radio. Al mondo siamo più di sette miliardi di esseri umani, ma forse solo una decima parte ha provato almeno una volta nella vita il gusto di mettere in gioco se stesso. Mettersi in gioco non vuol dire scendere in campo armato di scudo e spada, mettersi in gioco vuol dire spogliarsi di tutto ciò che si ha e consacrare la propria vita ad un sogno, correndo il rischio delle difficoltà, lottare a volte contro mulini a vento, trovare molti muri da abbattere, superare ostacoli costanti, inventare nuove strategie di attacco, fortificare la propria persona per continuare a mantenere sempre vivo il fuoco che arde. Si, sembra proprio un videogame, ma questa è la mia vita.

Ho capito che dovevo fare radio all’età di sedici anni. A quell’età le teen ager pensano ai nuovi trucchi da sfoggiare, alle nuove scarpe da comprare o a cosa indossare il giorno dopo a scuola per fare colpo sul più figo della classe. Io no, io avevo la passione per la musica. In uno spazio della casa destinato a “cameretta” avevo appesi biglietti di concerti, pagine strappate di riviste con interviste ai cantanti e poster della mia band preferita. All’epoca il pc era un lusso per pochi, a malapena avevo un cellulare per mandare sms agli amici per accordarci su dove andare a bighellonare, quindi mi risultava difficile rimanere aggiornata sulle ultime tendenze, canzoni o sulle interviste, l’unico aggiornamento in tempo reale erano gli appuntamenti radiofonici e gli articoli sui mensili. Il mio sogno era quello di poter avere un autografo, una foto ricordo con coloro che ascoltavo sempre, così un giorno, lo ricordo ancora come fosse ieri, guardando un loro poster promisi a me stessa di diventare una speaker radiofonica, così in quel modo avrei potuto intervistarli nella mia lingua preferita: l’inglese. Il sogno si avverò.

Senza entrare nel dettaglio della mia esperienza radiofonica che potrebbe risultare lunga e noiosa, posso invece sviscerare la concezione che sono andata maturando in questi anni di dura ricerca e di duro lavoro, anzi, più che altro oserei chiamarla: esperienza.  Era il 2010 quando misi piede per la prima volta in uno di quelli che si definiscono studi radiofonici, dopo aver spedito non si sa quante centinaia di curriculum (poveri alberi!), bussato a varie emittenti e fatto conoscenze pressoché raccapriccianti. Ebbene, la questione era sempre la stessa, con nessuna emittente mi sentivo veramente “a casa”, un po’ per colpa della produzione inesistente, della scarsezza di contenuti e sulla mancanza di efficienza dei miei colleghi, o talvolta dei direttori, la decisione era sempre la stessa: andarmene per migliorare e realizzare i miei sogni in lidi più sicuri. Il denaro non è mai stato un problema, anche perché nessuno pagava e non vedevo un centesimo, nemmeno da stagista, da speaker, da apprendista, zero. L’unica cosa che potevano offrire tutte queste “case” a cui bussavo, era l’esperienza, che però, dipendeva solo dalla sottoscritta sfruttare. L’unica cosa era, prendere o lasciare?! Nel saper fare questo mestiere al meglio una dote di cui c’è bisogno è: l’acume mentale. Non tutti aimè hanno la perspicacia di discernimento tra giusto o sbagliato, ciò che può servire dal futile, ed è proprio questo che fa perdere di vista l’obbiettivo a molti miei colleghi o che a volte è causa di smarrimento nel percorso radiofonico (oserei dire, nella vita in generale). Ho sempre preso delle strade alternative e fatto delle scelte importanti a mente lucida e a sangue freddo in nome di un obiettivo: non perdere tempo. Il tempo aimè è prezioso, lo è sempre stato fin dall’antichità, il tempo viene venerato e non fa sconti, c’è chi lo sciupa, chi non sa cosa sia, chi lo disprezza, chi tenta di rincorrerlo (forse sono tra questi!), e chi invece lo aspetta paziente. Il fulcro del mio discorso è proprio questo, il tempo e il suo senso si può esprimere in quel lasso di tempo che intercorre tra il tuo capo che ti dice di portargli il caffè perché forse un giorno ti farà diventare stagista e forse un domani potresti diventare speaker e quindi forse guadagnare, e tu che te ne stai lì con le braccia conserte ad osservare una fredda stanzetta di tre metri per quattro, ad ascoltare chiacchiere pronunciate in modo sgradevole da un ragazzo e una ragazza che non hanno neppure un canovaccio sul tavolo, deve esserci la domanda che si incaglia nella tua testa che ripercorre queste parole come dita su un pianoforte: “E io cosa ci faccio qui”’?

La scaltrezza, o come direbbero oggi la dote del “Problem solving”, è una peculiarità che non deve mai mancare a chi vuole saper fare bene il mestiere dello speaker radiofonico, eh si perché, tutti possono farlo, ma ciò che fa davvero la differenza è saperlo fare meglio degli altri. Ed è proprio questo il punto, mentre aspetti timidamente il tuo turno per un contest a cui non verrai mai preso (per i motivi che tutti sappiamo!), lì fuori c’è chi lavora in gran segreto per portare il tuo lavoro ad un livello superiore. Non bisogna infilarsi in meccanismi demodé, o troppo calpestati per poter emergere, non bisogna neppure dare spazio alle nuove tendenze che rischiano di diventare delle comete di Halley, l’unica cosa che bisogna inseguire è l’onda del cambiamento e avere la capacità di intuire dove porta per poterla cavalcare meglio. Per essere un buon surfista ciò di cui le nuove generazioni necessitano è esattamente il contrario di tutto quello che hanno. La sovrabbondanza di media, i social che sgorgano da tutte le parti, hanno incancrenito il cervello umano, rendendolo una superficie grigia e asettica, gli hanno fatto credere che non si può inventare più nulla, perché tutto è stato già detto o scritto. L’unica cosa a cui oggi si aspira è la popolarità. C’è chi si ucciderebbe in diretta youtube o face book o instagram con hashtag di tendenza per poter vedere dall’aldilà lo scalpore suscitato, c’è chi metterebbe in vendita legalmente la propria intimità per poter avere la speranza di un briciolo di successo da parte di non so chi, oppure c’è chi usa tutti i mezzi che ha a disposizione, umani o animali, per poter accrescere il proprio ego smisurato. Ecco, la radio non è e non sarà mai nulla di tutto ciò. Ci hanno fatto credere che se sei bravo con le parole, se imposti la voce nel modo giusto, se dici tante cazzate e poi il pubblico ti viene dietro, allora potresti lavorare in qualsiasi contesto, davanti le telecamere, dietro le quinte o dentro i letti. E poi, cosa hai creato? Per poter essere incoronato davvero uomo o donna del secolo non basta aver digitato due parole su uno schermo piatto, aver composto due note o aver parlato decentemente nell’ultima puntata. Per essere davvero importante, è necessario saper rinnovare l’attenzione nell’ascoltatore ogni giorno, la costanza prima di tutto.

Sono dell’idea che i colpi di fulmine siano destinati a bruciare così come le meteore e sono sempre più convinta che il mondo abbia bisogno di più persone apprezzate da un pubblico piccolo piuttosto che di robot con centinaia di like.

20/01/2018

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