Sassari e l’esonero di Meo Sacchetti: un vuoto emotivo difficile da colmare

Sassari e l’esonero di Meo Sacchetti: un vuoto emotivo difficile da colmare

Una dovuta quanto sincera premessa: chi scrive non ha mai preso le difese dell’allenatore più chiacchierato in questi ultimi due giorni nel mondo del basket: Romeo Sacchetti. Ma per chi ama la “Dinamo” oggi non è certo una giornate felice. Oggi è il momento della naturale, doverosa e quasi commossa riconoscenza verso una persona e un allenatore che ha avuto un ruolo determinante nel rendere “grande” una “piccola” società e che è stato elevato a simbolo della Sardegna sportiva per le comprovate qualità umane oltre che professionali.

È notizia di ieri l’esonero da parte della Dinamo Sassari, nella persona del presidente Stefano Sardara, del coach Romeo “Meo” Sacchetti, bandiera della società isolana e artefice di una storica serie di successi che hanno portato il Banco di Sardegna, in appena sei anni di conduzione tecnica, dalla Legadue allo scudetto della Serie A.

Sono numerose le posizioni di commentatori che accusano la società di irriconoscenza e ingratitudine. Il roboante allontanamento del coach del “Triplete” appare senz’altro ingeneroso, perché avvenuto in corso di stagione e in via unilaterale. Una storia che avrebbe meritato tutto un altro epilogo, e che soprattutto avrebbe meritato il coach, persona tanto testarda, burbera, quanto umile ed elegante. Ma le indecisioni, già palesate questa estate rispetto ad una sua riconferma, sono state colpevolmente indirizzate a rimandare il progetto di chiusura di un ciclo vincente (l’anno scorso, per mesi, il coach e il Presidente Sardara non si rivolsero neanche la parola), arrivando così alla situazione attuale, che si è dovuta gestire nell’emergenza tra latitanza di gioco, di entusiasmo, imbarazzi e, probabilmente, poche possibilità di scelta.

Anche la parte della tifoseria più critica – ne siamo sicuri – ben avrebbe concesso a Meo Sacchetti altro tempo per provare a trovare l’equilibrio in una squadra che al momento appare di scarsa qualità, umiltà e coerenza con il progetto tecnico originale. Ben si sarebbe tollerato – pur fra mille critiche e pur con una discesa di entusiasmo – un anno in cui “vivacchiare” in Seria A e uscire dall’Eurolega senza vittorie, forti dei ricordi ancora positivi di quanto avvenuto pochi mesi prima con la conquista del primo storico scudetto per la Sardegna del basket.

Ma proprio questo sarebbe stato intollerabile per il presidente Stefano Sardara: accettare un calo di entusiasmo, vivere nei ricordi (pur recenti), ridimensionare obiettivi ed entusiasmo. Inaccettabile per il “numero uno” sassarese. Perché di questo si sarebbe trattato, con un roster progressivamente rivelatosi e confermatosi inadatto all’idea di gioco dell’allenatore e con un probabile fronte interno alla squadra (penso al gruppo americano) non più disposto a seguire il coach verso un obiettivo comune. Andrebbe anche detto, peraltro, che mantenere un livello di entusiasmo pari a quello che Sassari ha attraversato negli ultimi anni sarebbe stato e sarà oggettivamente impossibile: e forse questo si sarebbe dovuto considerare in sede di decisione di esonero.

Le dinamiche interne che hanno portato al licenziamento sono ovviamente sconosciute a chi scrive, lontano chilometri dal chiacchiericcio e dai luoghi in cui gli eventi hanno preso piega. Ma può essere espressa un’idea del tutto personale, in una chiave quasi di sillogismo.

1) Più giocatori si rivelano inadatti, per caratteristiche tecniche e caratteriali, al modello di gioco preferito dal coach. Capita di sbagliare, e quest’anno si è sbagliato molto.

2) Si constata l’impossibilità di procedere ad un taglio multiplo dei giocatori e riprende piega l’idea di un esonero del coach, già presa in considerazione all’indomani dello scudetto.

3) I giocatori, nelle dinamiche di spogliatoio, ben riconoscono che la squadra e i singoli stiano rendendo al di sotto delle aspettative. Ma percepiscono che è un qualcosa di diffuso, che coinvolge più protagonisti i quali, se considerati nell’insieme e non singolarmente, hanno un certo peso economico, numerico e quindi negoziale.

4) Il filo conduttore spogliatoio-dirigenza porta ad un estraneamento del coach, ritenuto non più in grado di ricomporre a buon prezzo una squadra da lui stesso congeniata in estate con la complicità – per quanto visto quest’anno di poco aiuto – del g.m. Federico Pasquini.

Se negli anni precedenti i pochi giocatori coinvolti in un calo di rendimento avevano la chiara percezione che la società avesse costruito un muro attorno al coach e che i primi a pagare sarebbero stati loro, così non è avvenuto quest’anno. Il potere di influenza dei giocatori attualmente nel roster risulta spaventoso: sono riusciti, di fatto, a cacciare dalla Sardegna un coach divenuto leggenda, arrivando fin dove neanche Dyson e compagni, artefici del triplete 2014/2015 ma anche loro talvolta in contrasto con il coach durante la difficile annata dello scudetto, erano riusciti. Pesa ora su questi stessi giocatori, e ovviamente su questa dirigenza, l’onere di restituire al pubblico di Sassari il vuoto emozionale che hanno determinato. Per non parlare del vuoto tecnico. In bocca al lupo coach Calvani.

Roberto Arcidiacono

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