Cruijff, l’olandese volante

Cruijff, l’olandese volante
Il Feyenoord del 1984, ultima squadra di Cruijff.

Johan Cruijff si è spento tra l’affetto dei familiari nella sua casa di Barcellona. Aveva un tumore ai polmoni. Sessantotto anni, ne avrebbe compiuti 69 il prossimo 25 aprile. E forse era così che doveva andare, perché quel numero, il 68, nell’immaginario collettivo evoca rivoluzione. E quella parola, rivoluzione, al Cruijff uomo, calciatore e allenatore si lega come nessun’altra. Rivoluzionario dal principio, addirittura dal numero, il 14, indossato quando vigeva ancora la numerazione standard dall’1 all’11 per i titolari. Rivoluzionario in campo come in panchina. Esisteva un calcio prima di lui, ne è nato un altro con lui. Elegante, imprendibile, tatticamente intelligente come nessun altro, destro di piede e dal ruolo indefinito: prima punta, seconda, forse il primo falso nueve della storia, trequartista, per lui era fondamentale il movimento, la capacità di occupare e aggredire spazi, non tanto il ruolo.

un giovane Johann Cruijff agli albori della carriera con la maglia dell'Ajax
un giovane Johann Cruijff agli albori della carriera con la maglia dell’Ajax. Fonte: Football Intellect.

Nato ad Amsterdam, a cinque minuti dallo stadio dell’Ajax, figlio di una coppia di fruttivendoli. A 12 anni, appena entrato nel settore giovanile dei lancieri, perse il padre e la madre fu costretta a cedere casa ed attività. Per lei Johann ottenne dall’allora presidente dei lancieri un posto come lavandaia e commessa al banco del bar della società. Esordì a 17 anni nell’Ajax e, nel club come in nazionale fu miglior interprete e simbolo di quel calcio totale predicato da Rinus Michels che portò i biancorossi a dominare in patria come in Europa con 3 Coppe dei Campioni consecutive e 7 campionati olandesi in 9 anni – e l’Arancia Meccanica olandese incantare ai mondiali di Germania Ovest ’74 – . Nel ’71 aveva vinto il primo Pallone d’oro, ne collezionerà altri due – nel ’73 e nel ’74 – dividendo lo speciale primato con Platini e Van Basten fino all’istituzione del Pallone d’Oro Fifa e l’avvento di Messi e Ronaldo.  Nel ’73 il passaggio al Barcellona, con la Spagna che aveva appena riaperto le frontiere ai calciatori stranieri. In realtà l’Ajax aveva un accordo col Real Madrid, ma lui con i prediletti di Franco non voleva giocarci. In blaugrana ritrova Michels e al primo anno è subito scudetto. Memorabili. In quella stagione, il gol in “scorpione” contro l’Atletico che gli vale il soprannome di “olandese volante” e la prestazione superlativa nel 5-0 inflitto ai rivali del Real nel loro tempio, il Santiago Bernabeu. Nel ’78 lascia il Barcellona e, momentaneamente, il calcio giocato. Le frizioni col nuovo tecnico Weisweiler e il restyling dei piani alti della società blaugrana – era molto legato al presidente uscente Montal – lo convincono a lasciare. Ricomincerà un anno dopo, negli States. Decisiva, in questo senso, la figura del manager e suocero Cor Coster, ricchissimo commerciante di diamanti. Con i Los Angeles Aztecs stipulerà un contratto faraonico garantendosi pure una percentuale sugli introiti delle partite casalinghe. Poi un anno con i Washington Diplomats e il ritorno in Spagna, in prestito al Levante, nella seconda serie spagnola. Poteva finire al Milan, con cui giocò alcuni minuti nel primo Mundialito per club, ma il passaggio non si concretizzò. Torna quindi in Olanda giocando nuovamente per l’Ajax dal 1981 al 1983, facendo da chioccia ai giovanissimi Rijkaard e Van Basten e vincendo altri due campionati olandesi, per chiudere al Feyenoord, dove a 37 anni si reinventa libero e con i suoi 11 gol trascina il club della Mosa al double: campionato e coppa nazionale.

Il Feyenoord del 1984, ultima squadra di Cruijff.
Il Feyenoord del 1984, ultima squadra di Cruijff. Fonte: ANP

Chiuso col calcio giocato, per lui che era già allenatore in campo lo step successivo era segnato. In panchina ripercorre la prima parte della sua carriera sul campo: duecento giorni dopo il ritiro diventa allenatore dell’Ajax, con cui in 3 anni vince 2 coppe nazionali e una Coppa delle Coppe. Poi il Barça, dove pianterà i semi di quella filosofia calcistica oggi tanto cara ai blaugrana, di cui beneficeranno Guardiola prima e Luis Enrique poi. Lo stesso Guardiola verrà lanciato in prima squadra da Cruijff e di quella squadra sarà il regista ideale. Sotto la gestione dell’olandese, in 8 anni, il Barcellona ottiene risultati mai raggiunti fino a quel momento: 4 campionati spagnoli, una Coppa del Re e la prima Coppa del Campioni battendo la Samp del duo Vialli-Mancini nella finale di Wembley del ’92. Cruijff allenatore giocava con un 3-4-3 estremamente innovativo, a triangoli, con due attaccanti esterni molto larghi, una punta centrale che permetteva gli inserimenti di chi arrivava da dietro e una difesa che accettava rischiosamente l’uno contro uno. Da una confidenza al giornalista Mediaset Bruno Longhi: «In fondo io ho in campo ben tre difensori. E visto che in questo calcio nessuna gioca con più di due attaccanti, mi pare che i miei bastino e avanzino». Razionale. Nel ’96 ufficializza l’addio ai grandi palcoscenici per via dei ripetuti infarti patiti negli anni precedenti. Nel 2009 tornerà come selezionatore della Catalogna, togliendosi pure lo sfizio di battere l’Argentina di Maradona in amichevole e chiudendo l’esperienza nel 2013. Nel frattempo, dal 2008, aveva iniziato un’importante attività dirigenziale fra Ajax, Barcellona e Chivas, in Messico.

Spesso nel calcio si cerca la poesia, lui riuscì ad essere filosofia logica applicata al calcio. E’ stato fondamentale nel processo di formazione del gioco moderno, da calciatore quanto da allenatore. Nel documentario che nel ’76 il giornalista Sandro Ciotti girò su di lui veniva ribattezzato “Il Profeta del Gol”. Probabilmente mai nessuna denominazione fu più azzeccata. Johann Cruijff guardava avanti, vedeva cose che ad altri erano precluse, le diffondeva, in campo e in panchina riusciva a farsi seguire. Fumava tanto Johan, tanto che nel 1991, dopo due by-pass diventò testimonial di una celebre campagna antifumo: «Nella mia vita ho avuto solo due vizi: uno, il calcio, mi ha dato tutto, l’altro, il fumo, stava per togliermelo» disse. Lo scorso ottobre aveva iniziato la sua battaglia più grande dando notizia del tumore ai polmoni che oggi l’ha stroncato, a 68 anni. E forse era destino andasse così, finisse così, a 68 anni. Perché la rivoluzione, nel calcio, l’ha portata lui.

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