Auguri Muhammad Alì: 70 anni di storia

Leggenda e mito: in una parola Storia. Storia dello sport. Storia del suo paese. Storia per tutti quanti si sentano oppressi e vogliano gridare il proprio credo, le proprie idee. Muhammad Alì era, è e sarà per sempre questo. Auguri grande campione per i tuoi 70 anni minati da una malattia che non riesce a scalfire la tua voglia di vivere e di continuare a gridare, come tanti anni fa, “I am the graetest!”. Sì, sei il più grande. La malattia non ti ha sconfitto e non intaccherà mai il tuo mito.

Ci ha provato il tuo amico Frazier, ma nemmeno lui è riuscito dove mai nessuno, probabilmente, riuscirà: oscurare la tua fama e la tua storia è cosa impossibile. Quella sconfitta, non fu vera sconfitta, ma solo un passo di più verso l’immortalità: foste entrambe protagonisti di una serie interminabile di incontri straordinari. Scriveste la storia del vostro sport: chi può dirsi sconfitto in tali situazioni?
Non scalfì il tuo mito nemmeno George Foreman. Ci provò per otto interminabili riprese, in quella  Kinshasa che urlava “Alì, uccidilo!” Finì al tappeto, sopraffatto dal tuo genio sregolato.
Ci provò uno stato intero, razzista, guerrafondaio e imperialista. Ti insultò e umiliò. Ti rinchiuse. Ti privò delle tue vittorie e della tua gloria. Non potè far altro che vedere risorgere il mito, più forte di prima, più cattivo e incisivo. Non eri più Cassius Clay, schiavo afro-americano, “negro” o traditore. Eri ormai Alì, colui che rinunciò alla fama per amore delle proprie idee: senz’altro la tua più grande vittoria. I tuoi fratelli neri ti adulavano e dall’altro capo del mondo, i vietcong erano tuoi fratelli ideali, con te e contro il paese che ti avevo rinnegato. Eri l’idolo delle folle discriminate.
I mondiali vinti e  le medaglie olimpiche erano ormai oggetti secondari, suppellettili polverosi e quasi scomodi sulla tua gloria e alla tua grandezza. Il mondo ti amava e solo quella grande America che ti aveva allontanato doveva ancora fare i conti con la tua grandezza. Alla fine, persino lei dovette inchinarsi e tenderti la mano per non cadere sotto i tuoi colpi infernali. Ti offrirono le chiavi dell’olimpiade ’96 e te le prendesti senza fare tanti complimenti, mostrando la tua malattia al mondo, per niente affranto, per nulla abbattuto. Non può batterti, niente e nessuno potrà mai farlo.
Celebrare la tua storia è dovere; conoscerla, è godere di pagine di vita e di sport indelebili che non scompariranno mai.
Auguri campione.

Luca Bolli

17 gennaio 2012

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