Il calcio è una grande, bellissima, cazzata in Fubbàll di Rapino
Sport
28 Settembre 2023

Il calcio è una grande, bellissima, cazzata in Fubbàll di Rapino

Dodici storie. La formazione di una squadra di calcio atipica più l'allenatore. Quando essere campioni era cosa secondaria.

di Giovanni M. Zinno

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Dodici storie. La formazione di una squadra di calcio atipica più l’allenatore. Quando essere campioni era cosa secondaria.

Difesa

Storie allegre. Storie tenere. Milo in porta, Glauco e Osso Nilton centrali di difesa, Treccani e Giuseppe sulle fasce, Wagner, Berto Dylan e Efrem Giresse terzetto di centrocampo, Pablo, Davide Bertelli e Nadir trio d’attacco (da oltre mille gol in carriera). Rapino descrive un calcio d’altri tempi, in cui il portiere, nel suo lavoro solitario, deve conciliare l’incoscienza, il coraggio, il peso della colpa, il calcolo. Se il difensore centrale ante litteram colpisce tutto quello che sull’erba si muove (se poi è il pallone, pazienza) il terzino a tuttafascia Treccani, con il numero 4, ha lo sguardo del capitano, dividendo i tramonti tra fili d’erba e pagine di libri.

Centrocampo

Wagner è colui che annulla l’avversario (comunque trattato rispettosamente, perché nonostante il suo modo misantropo, è così che “vuole bene”). Berto Dylan è, invece, il metronomo del centrocampo, duttile, fantasioso, con un estro fuori dal comune. Il calcio, per lui, parla il linguaggio dei poeti e dei musici. Efrem è l’exemplum di giovane-favoloso, il dream-kid che ogni squadra ha e su cui punta per gli anni a venire.

Attacco

Il trio d’attacco è tra i più diversificati mai creati da un presidente di calcio: Pablo è il numero nove. Mette in atto, con cuore puro, esercizi di ribellione, racchiudendo la minaccia e la forza nel simbolico gesto di un pugno in alto levato. Bertelli è un falso nove, indossa le ali e, con i suoi baffoni, rifinisce ogni palla grezza che gli arriva e, infine, Nadir (in)segue il pallone come guardasse la luna, convinto che se Dio è in tutte le cose, allora può avere residenza anche nel motore di una locomotiva o nel cuoio di un pallone. 
Rapino, che è invero il vero allenatore degli undici titolari, riesce dove nessuno ha mai fatto centro prima: la descrizione di una squadra di calcio pre-riforma del Duemila. Dei calciatori con una vita non illustre, non bella, non memorabile, anonima, ma comunque con qualcosa da raccontare. Eppure, ad ascoltare tutte le storie presenti nel libro, ci emozioniamo come fossero grandi campioni, perché, in fin dei conti, parlano di noi. Questi personaggi immaginati da Rapino possono ben rappresentare tutte le nostre personalità: tra promesse mancate, infortuni, i rari colpi andati a segno e il rispetto reciproco per il proprio collega-partner. Per dirla con Gramsci: “Il calcio è (era?) il regno della lealtà umana esercitata all’aria aperta”.