Lettera aperta di un lottatore

Lettera aperta di un lottatore
(Fonte: g2r)

I tragici eventi di Colleferro e la morte di Willy Monteiro per mano di due pseudo combattenti di Arti Marziali hanno innescato una caccia alle streghe nei confronti degli sport da combattimento e delle Arti Marziali su scala nazionale. Così il giornalismo “mainstream”, con la tipica ferocia della cecità che lo contraddistingue, inneggia all’estirpazione di ogni forma di attività che possa paventare violenza.

I detrattori delle Arti Marziali sono gli stessi che, di fronte a un quadro di Fontana, si focalizzerebbero sulla banalità del taglio e, fra sé e sé, ammetterebbero che, in fondo, loro saprebbero fare di meglio.

Chi si fa promotore di tali divieti è fondamentalmente un ignorante, capace solo di giudicare l’apparenza superficiale delle cose, trainato dai suoi sentimenti. Non sa vedere nelle manifestazioni l’effetto di un’Idea, non ne vede il collegamento. Così giudica quelle manifestazioni con astratte illusioni, supponenti e totalitarie.

Ora dobbiamo chiederci: “Sono davvero violente le Arti Marziali?” Ma soprattutto: “Che cosa sono le Arti Marziali? E perché vengono definite Arti?”

Un pensiero critico, degno di tale nome, deve prima porsi questi quesiti e solo dopo averli risolti li può collegare agli avvenimenti che vede. Ma questa è l’epoca della superficialità e del politicamente corretto a tutti i costi, non vi è quindi la possibilità di comprendere la complessità delle Arti Marziali e del loro significato.

Cerchiamo di fare chiarezza partendo dalle basi.

Dobbiamo prima chiederci: “Che cos’è l’Arte?” Ecco, l’Arte è, in tutte le sue forme, pura manifestazione sensibile dello spirituale che è in noi, che tramite noi si affaccia al mondo, utilizzando di volta in volta uno strumento diverso. Che sia esso un pennello, una matita, uno scalpello o un vestito di scena.

Come seconda cosa dobbiamo chiederci: “Perché Arti Marziali?” Esse condividono tutte le caratteristiche descritte finora, ma aggiungono un dettaglio in più: Marziali. Una parola che dà così fastidio all’intellettuale perbenista frequentatore di salotti. Quel “marziali” sta a significare un ostacolo in più, non violenza fine a sé stessa.

Ma che cosa intendiamo con “ostacolo in più”? Si, perché mentre un pittore, nel tentativo di mettere su tela il proprio mondo interiore, si strugge nella personale difficoltà di non riuscirvi, il combattente aggiunge, oltre a questo ostacolo, anche l’ostacolo esterno, ovvero il confronto diretto con il mondo interiore dell’avversario. È come se un pittore, per finire la propria opera, dovesse mantenere un equilibrio costante tra la sua interiorità e quella della tela stessa. Queste sono le Arti Marziali: una danza continua in perpetuo equilibrio fra Idea e manifestazione.

Ma c’è ancora qualcosa in più. Le Arti Marziali concedono una libertà particolare, che in natura non è concessa all’uomo: fare di sé stessi l’attrito in grado di veicolare la realizzazione dell’idea altrui. Per comprenderlo bene dovremmo a questo punto ricorrere alla teoria della metamorfosi di Goethe, che egli espone magistralmente nelle sue opere scientifiche. Se Goethe, infatti, vede nell’ambiente esteriore ciò che imprime le più svariate forme vegetali al quid pianta, all’Idea pianta, allora il combattente può, nello stesso momento, essere ideatore, esecutore ed ostacolatore.

Può e deve ricoprire tutti i ruoli della natura in un lasso di tempo ristretto, con purezza, senza l’intromissione esterna di alcuno strumento quale un fioretto, una mazza o una palla.

E in questa purezza vi è la sua massima complessità.

Complessità che richiede all’artista marziale un’elevazione ed un’abnegazione straordinarie, facoltà, queste, che il mondo odierno disconosce totalmente. Così maestose e repulsive da intimorire chi vi si avvicina, reputando più semplice etichettarle come mera violenza su tela.

Simone Franceschini

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