Spin Doctor a confronto: Bannon, Surkov e la reinvenzione della sovranità nazionale
Quando Steve Bannon si presentò come stratega capo di Donald Trump nel 2016, portò con sé un bagaglio ideologico che sarebbe diventato l’ossatura intellettuale del movimento MAGA. Allo stesso modo, quando Vladislav Surkov emerse come l’architetto della “democrazia sovrana” russa nei primi anni 2000, stava costruendo un framework ideologico destinato a ridefinire la politica putiniana per i decenni successivi. Sebbene separati geograficamente e culturalmente, questi due progetti condividono una matrice comune che merita un’analisi approfondita.
Il concetto di democrazia sovrana elaborato da Surkov si fondava sull’idea che la Russia dovesse sviluppare un proprio modello democratico, impermeabile alle influenze occidentali e radicato nelle specificità storiche e culturali russe. Non si trattava di un rifiuto totale della democrazia, ma di una sua radicale reinterpretazione: le elezioni continuavano a esistere, il pluralismo formale veniva mantenuto, ma tutto era orchestrato all’interno di parametri prestabiliti che garantivano la continuità del potere e l’esclusione di forze genuinamente alternative. Surkov teorizzava che l’Occidente, con le sue pretese universalistiche sui diritti umani e la democrazia liberale, stesse imponendo un modello inadatto alla Russia, e che Mosca avesse il diritto di costruire un sistema politico conforme alla propria identità nazionale.
Il Trumpismo, nella formulazione bannoniana, presenta sorprendenti paralleli strutturali. L’idea centrale del movimento MAGA è che l’America debba liberarsi dalle catene di un establishment globalista che tradisce gli interessi nazionali in favore di un ordine internazionale che impoverisce i lavoratori americani e dilui l’identità nazionale. Come Surkov aveva fatto con la democrazia sovrana, Bannon non ha rifiutato completamente le istituzioni democratiche americane, ma le ha reinterpretate attraverso una lente populista che distingue tra il “vero popolo” e le élite corrotte. La retorica del “deep state” trumpiana riecheggia la narrazione surkoviana delle “forze occidentali” che cercano di minare la Russia dall’interno.
Entrambi i progetti si fondano su una concezione organica della nazione che precede e trascende le istituzioni liberali. Per Surkov, la democrazia russa doveva riflettere lo “spirito” russo, una presunta continuità storica che collegava l’impero zarista, l’Unione Sovietica e la Russia putiniana. Per Bannon e il movimento MAGA, l’America autentica è quella pre-globalizzazione, un paese di comunità omogenee e manifattura domestica, tradita da decenni di liberalismo cosmopolita. In entrambi i casi, la nazione viene presentata come un’entità quasi mistica minacciata da forze esterne e interne che ne vogliono la dissoluzione.
Un elemento cruciale che accomuna i due approcci è la gestione performativa della politica. Surkov, che aveva lavorato nel mondo della pubblicità e dell’intrattenimento prima di entrare in politica, concepiva la sfera pubblica come un teatro in cui lo stato orchestrava apparenti conflitti tra fazioni controllate, creando l’illusione del pluralismo mentre manteneva un controllo ferreo sui risultati. Finanziava simultaneamente movimenti nazionalisti e liberali, partiti di opposizione e gruppi paramilitari, creando un caos controllato che disorientava tanto gli oppositori interni quanto gli osservatori esterni.
Bannon ha dimostrato una comprensione simile della politica come spettacolo e narrazione. La sua strategia di “flooding the zone with shit”, ovvero saturare lo spazio informativo con un flusso continuo di provocazioni e controversie, riflette la stessa logica surkoviana di destabilizzazione controllata. L’obiettivo non è convincere attraverso argomentazioni coerenti, ma creare un ambiente in cui la verità oggettiva diventa irrilevabile, sostituita da narrazioni emotive e identitarie. Entrambi comprendono che nell’era dei media digitali, la coerenza ideologica è meno importante della capacità di dominare il ciclo delle notizie e di mantenere i propri sostenitori in uno stato di mobilitazione permanente.
Il rapporto con la verità rappresenta un altro terreno di convergenza inquietante. Surkov ha esplicitamente teorizzato quello che potremmo chiamare un “post-verità strategica”, in cui lo stato non nega semplicemente i fatti scomodi ma crea realtà alternative così elaborate da rendere impossibile per i cittadini distinguere tra informazione e disinformazione. Questa strategia è stata particolarmente evidente nella gestione della crisi ucraina, dove Mosca ha simultaneamente negato e celebrato il proprio coinvolgimento, creando una nebbia informativa che paralizzava le risposte occidentali.
Il Trumpismo ha adottato tattiche simili, sebbene in un contesto democratico che impone maggiori vincoli. La costante denuncia delle “fake news”, l’attacco sistematico alla legittimità dei media tradizionali e la creazione di ecosistemi informativi alternativi hanno prodotto un effetto analogo: milioni di americani vivono in una realtà parallela dove le elezioni vengono sistematicamente truccate, il COVID-19 è una cospirazione e le istituzioni federali sono armi del partito democratico. Come nell’universo surkoviano, la questione non è più quali fatti siano veri, ma quale narrazione risuona emotivamente con la propria tribù politica.
Entrambi i movimenti si nutrono di un senso di assedio e declino nazionale. La retorica di Surkov sulla democrazia sovrana emerse in un momento in cui la Russia post-sovietica attraversava una profonda crisi identitaria, avendo perso il suo impero e il suo status di superpotenza. La narrazione dell’accerchiamento occidentale, della NATO che avanzava verso i confini russi e delle rivoluzioni colorate orchestrate da Washington, forniva una spiegazione esterna per i fallimenti interni e giustificava la concentrazione autoritaria del potere come necessaria difesa nazionale.
Il MAGA si fonda su una narrazione speculare di declino americano. L’America che “non vince più”, impoverita dal commercio sleale, invasa da immigrati illegali, demoralizzata dal politically correct e tradita da élite che preferiscono Davos a Detroit, richiede un leader forte che ripristini la grandezza nazionale. In entrambi i casi, il nazionalismo non è celebrativo ma risentito, non guarda a un futuro radioso ma cerca di recuperare una presunta età dell’oro perduta. Questa nostalgia reazionaria giustifica lo smantellamento di norme democratiche presentato come necessario per salvare la nazione da minacce esistenziali.
Il culto della leadership forte rappresenta un altro punto di convergenza fondamentale. Surkov ha costruito il sistema putiniano attorno all’idea del “leader nazionale” che incarna la volontà del popolo russo al di là delle divisioni partitiche. Putin non è semplicemente un presidente eletto, ma una figura quasi monarchica che garantisce la stabilità e l’unità nazionale. La sua legittimità deriva non dalle procedure elettorali, che vengono comunque manipolate, ma dalla sua identificazione mistica con la nazione.
Il Trumpismo, pur operando in un contesto costituzionale diverso, ha sviluppato dinamiche simili. Trump viene presentato dai suoi sostenitori non come un politico ordinario ma come un salvatore che solo lui può risolvere i problemi americani. La sua retorica dell'”io solo posso aggiustarlo” e il culto della personalità che si è sviluppato attorno a lui riflettono questa concezione cesaristica della leadership. Come Putin, Trump si presenta come l’incarnazione della volontà popolare contro le istituzioni corrotte, e la sua legittimità agli occhi dei sostenitori trascende le procedure democratiche formali.
La dimensione internazionale rivela ulteriori parallelismi. Surkov teorizzava la democrazia sovrana non solo come modello interno ma come parte di una resistenza globale all’egemonia liberale occidentale. La Russia si proponeva come centro di un blocco di “democrazie sovrane” che rifiutavano l’universalismo dei diritti umani in favore di modelli autoritari nazionalmente specifici. Questa visione giustificava il supporto russo a regimi autoritari e movimenti illiberali in tutto il mondo.
Bannon ha articolato una visione sorprendentemente consonante di un movimento nazionalista globale che unisce partiti e leader anti-establishment in una crociata contro il globalismo. Il suo supporto a Viktor Orbán, Marine Le Pen, Matteo Salvini e altri leader populisti di destra riflette la stessa logica di costruzione di un blocco internazionale anti-liberale. Paradossalmente, sia il surkovismo che il bannonismo predicano il nazionalismo mentre costruiscono reti transnazionali di cooperazione ideologica e strategica.
Il rapporto con le istituzioni liberali è forse l’aspetto più illuminante di questa convergenza. Nessuno dei due progetti propone l’abolizione formale della democrazia. Surkov non ha eliminato le elezioni russe o il parlamento, ma li ha svuotati di significato sostanziale, trasformandoli in rituali che legittimano decisioni prese altrove. Le opposizioni controllate, i partiti fantoccio e la manipolazione sistematica dei media creano un simulacro di pluralismo che inganna gli osservatori superficiali mentre consolida il controllo autoritario.
Il Trumpismo, operando in un sistema democratico più robusto e con maggiori contrappesi, non è riuscito a replicare completamente questo modello, ma l’intenzione era evidente. Gli attacchi all’indipendenza della magistratura, i tentativi di politicizzare le agenzie di intelligence, la pressione sui funzionari elettorali per ribaltare i risultati delle elezioni e infine l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 mostrano una volontà di subordinare le istituzioni democratiche alla volontà del leader. Come Surkov, i teorici del MAGA non negano la democrazia ma la reinterpretano: la vera democrazia sarebbe quella che riflette la volontà del “vero popolo”, non i risultati di elezioni che possono essere “truccate” dall’establishment.
Entrambi i sistemi si fondano su una profonda sfiducia nelle élite tradizionali e nelle istituzioni intermedie. Surkov dipingeva gli intellettuali liberali russi, le ONG finanziate dall’Occidente e i media indipendenti come traditori della nazione, agenti di influenza straniera che minacciavano la sovranità russa. Il Trumpismo ha sviluppato una demonologia simile: i media mainstream, le università, Hollywood, le grandi aziende tecnologiche e la burocrazia federale costituirebbero un blocco anti-americano che cospira contro il popolo.
Questa ostilità verso le istituzioni intermedie riflette una concezione plebiscitaria della politica in cui dovrebbe esistere un rapporto diretto tra il leader e le masse, non mediato da corpi intermedi che potrebbero filtrare, criticare o limitare il potere. Sia Putin che Trump hanno coltivato relazioni dirette con i loro sostenitori attraverso comizi, apparizioni televisive e social media, bypassando i canali tradizionali di comunicazione politica.
L’utilizzo dei social media merita un’attenzione particolare. Anche se la Russia di Putin ha sviluppato il suo approccio ai media digitali in modo diverso dall’America trumpiana, entrambi hanno compreso il potenziale di queste piattaforme per creare comunità politiche impermeabili al fact-checking e alla critica esterna. Le fabbriche di troll russe e i gruppi Facebook pro-Trump operano secondo logiche simili: amplificare messaggi divisivi, diffondere disinformazione, attaccare gli avversari e creare l’illusione di un supporto di massa per posizioni estremiste.
La dimensione economica rivela ulteriori connessioni. Il capitalismo oligarchico russo, in cui i miliardari leali al Cremlino controllano settori chiave dell’economia in cambio di sostegno politico, ha trovato un’eco nella relazione di Trump con certi settori del capitale americano. Anche se gli Stati Uniti non hanno replicato il modello russo di controllo statale sull’economia, il Trumpismo ha promosso un capitalismo nazionalista in cui la lealtà politica diventa un criterio per l’accesso al potere economico e le grandi aziende vengono giudicate in base al loro allineamento con l’agenda nazionalista.
L’uso strategico della corruzione rappresenta un altro punto di contatto inquietante. Nel sistema surkoviano, la corruzione non è semplicemente tollerata ma funzionalizza al controllo politico. I funzionari corrotti sono vulnerabili al ricatto e quindi più controllabili. Allo stesso tempo, campagne anti-corruzione selettive permettono di eliminare rivali politici mantenendo l’apparenza della legalità. Il Trumpismo, pur operando in un contesto legale più vincolante, ha mostrato una simile tolleranza strategica verso la corruzione dei propri alleati mentre denuncia quella degli avversari.
La concezione della politica estera completa questo quadro di convergenza ideologica. Surkov teorizzava una politica estera russa basata sulle sfere di influenza e sul rifiuto dell’interventismo umanitario occidentale. Ogni potenza avrebbe il diritto di organizzare il proprio “vicino estero” secondo i propri interessi, senza interferenze basate su pretese universalistiche sui diritti umani. Questa visione neo-westfaliana giustificava l’aggressione russa in Georgia, Ucraina e altrove come legittima difesa della sfera di influenza russa.
Il Trumpismo ha abbracciato una visione sorprendentemente simile, rifiutando la promozione della democrazia come obiettivo della politica estera americana e adottando invece un realismo transazionale. L’ammirazione di Trump per leader autoritari come Putin, Xi Jinping, Kim Jong-un e Mohammed bin Salman rifletteva questa affinità ideologica: leader forti che perseguono gli interessi nazionali senza farsi limitare da scrupoli liberali meritano rispetto, non condanna. Questa convergenza spiega perché l’amministrazione Trump ha ripetutamente minato alleanze democratiche come la NATO mentre cercava rapporti più stretti con autocrazie.
La gestione della memoria storica rappresenta un ulteriore terreno di convergenza. Surkov ha contribuito a costruire una narrativa storica russa che riconcilia artificialmente elementi contraddittori, celebrando simultaneamente l’impero zarista, la vittoria sovietica nella Seconda Guerra Mondiale e la Russia post-comunista come fasi di un’unica continuità nazionale. Questa storia ufficiale elimina le complessità e le contraddizioni in favore di un racconto lineare di grandezza nazionale ripetutamente minacciata da nemici esterni.
Il MAGA ha costruito una mitologia americana analoga, evocando un passato idealizzato in cui l’America era “grande” prima di essere tradita da decenni di liberalismo. Questa narrazione richiede l’amnesia selettiva riguardo alla segregazione razziale, alle disuguaglianze economiche e ai conflitti sociali che caratterizzavano l’epoca presumibilmente aurea. Come nel caso russo, la storia viene strumentalizzata per legittimare il presente politico piuttosto che compresa nella sua complessità.
Entrambi i progetti, infine, si fondano su una concezione essenzialista dell’identità nazionale che esclude il pluralismo genuino. Per Surkov, esiste un’essenza russa immutabile che determina quali forme politiche siano appropriate per la Russia. Per i teorici del MAGA, esiste un’America autentica, implicitamente bianca, cristiana e conservatrice, minacciata dalla diversità demografica e culturale. In entrambi i casi, il pluralismo liberale viene respinto non come inadeguato ma come esistenzialmente minaccioso.
Queste convergenze non sono casuali né superficiali. Riflettono una risposta condivisa alle sfide della globalizzazione, della fine della Guerra Fredda e della crisi del liberalismo nel XXI secolo. Sia il surkovismo che il bannonismo offrono una visione alternativa dell’ordine politico in cui la sovranità nazionale assoluta, la leadership autoritaria e l’identità culturale omogenea sostituiscono i diritti individuali, i contrappesi istituzionali e il pluralismo liberale. Comprendere queste affinità è essenziale per capire le sfide che la democrazia liberale affronta nell’era contemporanea, poiché non si tratta di minacce isolate ma di manifestazioni di un progetto ideologico transnazionale che, pur predicando il nazionalismo, opera attraverso reti globali di influenza reciproca e supporto strategico.




