Steve Bannon: l’architetto del Trumpismo e dell’universo MAGA
Quando il 17 agosto 2016 Donald Trump annunciò che Steve Bannon avrebbe assunto il ruolo di direttore esecutivo della sua campagna presidenziale ormai vacillante, la notizia colpì Washington come un fulmine. Bannon era considerato una figura controversa e marginale, un provocatore che non aveva mai gestito una campagna elettorale e che veniva disprezzato tanto dai democratici quanto dai repubblicani dell’establishment. Eppure, quella nomina avrebbe cambiato il corso della politica americana e dato forma a un movimento populista che ancora oggi domina il Partito Repubblicano.
Per comprendere l’ascesa di Donald Trump alla presidenza nel 2016, è necessario esaminare il ruolo di Steve Bannon, l’uomo che trasformò una candidatura caotica in una macchina vincente e che contribuì a creare quello che oggi conosciamo come l’universo MAGA. La sua traiettoria personale, da ufficiale della Marina a banchiere d’investimenti presso Goldman Sachs, da produttore cinematografico a editore di un sito di estrema destra, lo aveva portato in una posizione unica per intercettare e amplificare le frustrazioni di milioni di americani che si sentivano traditi dall’establishment politico ed economico.
Breitbart News: la piattaforma dell’Alt-Right
Prima di entrare nella campagna di Trump, Bannon aveva trasformato Breitbart News, dopo la morte del fondatore Andrew Breitbart nel 2012, in quello che lui stesso definì “la piattaforma per la destra alternativa”. Sotto la sua guida, il sito divenne molto più di un semplice outlet conservatore. Breitbart si trasformò in un punto di ritrovo virtuale per un movimento eterogeneo e diffuso che includeva nazionalismo identitario, rifiuto della globalizzazione, critica feroce dell’immigrazione e, in alcuni casi, posizioni apertamente razziste e misogine.
La gestione di Bannon e del suo collaboratore Milo Yiannopoulos si spinse oltre la semplice copertura giornalistica: il management di Breitbart sollecitava idee per articoli da gruppi neonazisti e suprematisti bianchi, lavorando attivamente per promuovere le loro visioni. Tuttavia, Bannon ha sempre respinto le accuse di razzismo, sostenendo che la sua definizione di alt-right si riferisse agli utenti di internet frustrati e agli elettori della classe operaia che avevano abbandonato il Partito Repubblicano tradizionale.
Attraverso Breitbart, Bannon costruì un ecosistema mediatico che martellava quotidianamente su temi chiave come l’immigrazione illegale, il presunto tradimento delle élite globaliste, la minaccia dell’Islam e il declino dei valori tradizionali americani. Il sito diventò una cassa di risonanza per le narrative populiste che Trump avrebbe cavalcato durante la campagna, creando un feedback loop tra il candidato e la sua base più radicale.
L’ingresso nella campagna Trump
Quando Bannon assunse la guida della campagna di Trump nell’agosto 2016, molti osservatori pensarono che si trattasse del segnale del collasso del Partito Repubblicano. La campagna attraversava un periodo difficile, con Trump che scivolava nei sondaggi dopo una serie di controversie. Ma Bannon portò con sé qualcosa che la campagna aveva disperatamente bisogno: disciplina, focus sul messaggio e una comprensione profonda di come mobilitare gli elettori attraverso i nuovi media.
La strategia di Bannon era chiara e spietata. Piuttosto che cercare di moderare Trump o di espandere la sua base elettorale verso il centro, Bannon raddoppiò sulla mobilitazione degli elettori della classe operaia bianca che si sentivano abbandonati dalla globalizzazione. Concentrò la campagna sugli stati del Midwest industriale, dove le fabbriche avevano chiuso e i lavori ben pagati erano scomparsi. Il messaggio era semplice e potente: le élite vi hanno tradito, Trump vi riporterà indietro la vostra America.
Joshua Green, autore di “Devil’s Bargain”, ha descritto come Bannon possedesse un insieme unico di competenze che lo rendevano perfetto per Trump: veniva da una famiglia operaia cattolica, era sopravvissuto grazie al proprio ingegno a Goldman Sachs e Hollywood, e questo gli dava una connessione con Trump che vedeva in lui un abile negoziatore. Ma soprattutto, Bannon aveva idee che Trump riconosceva a livello intuitivo come capaci di far avanzare la sua carriera politica.
Il piano contro Hillary Clinton
L’etno-nazionalismo aggressivo di Bannon e il suo elaborato piano pluriennale per distruggere Hillary Clinton aprirono la strada alla vittoria improbabile di Trump. Non si trattò semplicemente di vincere un’elezione, ma di eseguire una strategia che Bannon aveva preparato da anni. La campagna martellò incessantemente su Clinton come simbolo della corruzione di Washington, dell’élitismo e del tradimento della classe operaia americana. Ogni scandalo, reale o percepito, veniva amplificato attraverso l’ecosistema Breitbart e i social media.
Bannon comprese qualcosa che sfuggiva a molti analisti tradizionali: l’elezione non si sarebbe vinta convincendo gli indecisi, ma mobilitando elettori a basso coinvolgimento politico che normalmente non votavano. Trump divenne l’avatar di una visione oscura ma potente del mondo che dominava le onde radio e parlava a elettori che altri non riuscivano a vedere. La campagna finale di Trump fu la fase conclusiva di un’insurrezione populista che si era costruita in America per anni, e Bannon ne era l’inscrutable stratega.
La nascita dell’universo MAGA
La vittoria di Trump nel novembre 2016 rappresentò un terremoto politico che scosse non solo l’America ma il mondo intero. E Bannon fu immediatamente riconosciuto come uno degli architetti principali di quel trionfo. Trump lo nominò capo stratega e consigliere senior della Casa Bianca, un ruolo creato appositamente per lui che gli garantiva accesso diretto al presidente e la possibilità di plasmare l’agenda dell’amministrazione
Durante i primi mesi dell’amministrazione Trump, Bannon aveva promesso di “inondare la zona” con due o tre iniziative al giorno, un approccio caotico ma efficace per dominare il ciclo delle notizie e mantenere gli oppositori costantemente in posizione difensiva. Anche se alcuni ordini esecutivi furono preparati in modo affrettato, la strategia generale funzionò: Trump e il movimento MAGA riuscirono a mantenere l’iniziativa politica.
L’universo MAGA che Bannon contribuì a creare andava ben oltre una semplice campagna elettorale o un’amministrazione. Si trattava di un movimento culturale e politico completo, con i suoi media, le sue narrazioni, i suoi eroi e i suoi nemici. Al centro c’era l’idea di un’America tradita dalle élite globaliste che doveva essere riconquistata dal popolo. Il nazionalismo economico, il protezionismo commerciale, il controllo rigido dell’immigrazione e lo scetticismo verso gli interventi militari all’estero diventarono i pilastri ideologici di questo movimento.
Bannon concepiva MAGA come parte di un fenomeno globale. Non era solo un movimento americano, ma l’espressione statunitense di un’ondata nazional-populista che stava investendo l’intero Occidente. Dichiarò apertamente la sua intenzione di diventare l’infrastruttura globale del movimento populista, tessendo alleanze con partiti e movimenti di destra in Europa, dal Rassemblement National di Marine Le Pen alla Lega di Matteo Salvini, dall’Alternativa per la Germania al Partito per la Libertà olandese.
La permanenza di Bannon alla Casa Bianca durò solo sette mesi. Nell’agosto 2017 fu costretto a lasciare l’incarico in circostanze controverse. Il suo profilo pubblico era cresciuto troppo, culminando in una copertina di Time Magazine che lo definiva “Il Grande Manipolatore”. Trump, notoriamente geloso della propria immagine, non tollerava che qualcun altro venisse percepito come il vero cervello dietro il trono.
Ma l’allontanamento dalla Casa Bianca non segnò la fine dell’influenza di Bannon. Tornò immediatamente a dirigere Breitbart con l’intenzione dichiarata di continuare a promuovere l’agenda di Trump dall’esterno, combattendo contro i repubblicani dell’establishment che considerava traditori del movimento. La sua strategia prevedeva di sostenere candidati anti-establishment nelle primarie repubblicane per epurare il partito dai cosiddetti RINO (Republicans In Name Only).
Questa strategia subì un duro colpo nel dicembre 2017 quando Roy Moore, il controverso candidato sostenuto da Bannon nelle elezioni speciali per il Senato in Alabama, perse clamorosamente contro un democratico in uno stato profondamente repubblicano. La sconfitta mise in discussione le capacità di Bannon come stratega politico e indebolì la sua posizione.
Il colpo di grazia arrivò nel gennaio 2018, quando il libro “Fire and Fury” di Michael Wolff rivelò commenti critici di Bannon sulla famiglia Trump, inclusa la definizione di Ivanka come “stupida come un mattone” e la caratterizzazione dell’incontro di Donald Trump Jr. con i russi durante la campagna come “tradimento”. Trump reagì furiosamente, rinnegando completamente Bannon, che fu costretto a lasciare anche la direzione di Breitbart.
L’eredità duratura
Nonostante l’allontanamento da Trump e la perdita di posizioni formali di potere, l’influenza di Bannon sul movimento MAGA è rimasta significativa. Attraverso il suo podcast “War Room”, diventato uno dei più ascoltati tra i conservatori americani, Bannon ha continuato a plasmare le narrative del movimento, mantenendo un contatto diretto con la base più fedele di Trump.
Alleati di Trump come David Bossie hanno definito Bannon come qualcuno che “fa molto lavoro cruciale e strategico dietro le quinte con un impatto sul movimento conservatore”. Anche durante i suoi quattro mesi di prigione nel 2024 per oltraggio al Congresso, Bannon ha continuato a lavorare sulle strategie elettorali repubblicane, dimostrando quanto profondamente radicata sia la sua influenza nel movimento.
Prima delle elezioni del 2024, Bannon dichiarò di avere una certezza “vicina al 100 percento” della vittoria di Trump, se i repubblicani avessero eseguito correttamente la loro strategia sul territorio. Questa fiducia si basava sulla comprensione che non esistevano più elettori indecisi da convincere, ma solo questioni di mobilitazione della base, la stessa intuizione che aveva guidato la vittoria del 2016.
La vera eredità di Steve Bannon non risiede tanto nelle sue posizioni formali quanto nell’universo culturale e politico che ha contribuito a creare. MAGA non è più semplicemente uno slogan elettorale di Trump, ma un’identità politica completa che definisce una larga parte dell’elettorato conservatore americano. Il Partito Repubblicano è stato trasformato dall’interno, passando da un partito che promuoveva il libero commercio e l’interventismo militare a uno che abbraccia il protezionismo e l’isolazionismo, da un partito dell’establishment a uno populista e anti-establishment.
Bannon stesso ha sottolineato come molti intellettuali pubblici abbiano comprato l’idea che Trump sarebbe tornato politicamente già nel 2022, quando si formò Project 2025 e altri gruppi conservatori si coagularono attorno alla prospettiva di una sua rielezione. Questo rappresentava qualcosa di storico: la costruzione di un’infrastruttura intellettuale e organizzativa per un movimento populista che tradizionalmente ne era privo.
Oggi, mentre Trump è tornato alla Casa Bianca dopo la vittoria del 2024, l’influenza di Bannon continua a farsi sentire, anche se in modi meno diretti rispetto al 2016. Il movimento MAGA che lui ha contribuito a forgiare è diventato la forza dominante nella politica conservatrice americana, ridefinendo i termini del dibattito pubblico su immigrazione, commercio, politica estera e identità nazionale. Che si ami o si detesti, Steve Bannon ha lasciato un’impronta indelebile sulla politica americana del ventunesimo secolo, trasformando l’insurrezione populista da fenomeno marginale a forza di governo.




