NATALE 2017: umanità in cammino (verso dove?)

NATALE 2017: umanità in cammino (verso dove?)

Sono dunque 2017 anni (una manciata di storia dell’uomo) da quando Gesù Cristo scese su questo mondo per annunciare la buona novella riparatrice dei nostri peccatucci. Non sapeva il Padreterno che il suo Inviato speciale si sarebbe trovato in enormi difficoltà.

Gettato il seme del cristianesimo, cotanto Figlio se n’è tornato lassù con la bocca intrisa di fiele per dire al Padre suo: “Guarda che laggiù c’è poco da fare con quella bella razza di…”. Lascio a voi il compito di sostituire i puntini a vostro piacere. E forse il Padre si sarà pentito di essersi imbarcato in un disegno tanto arduo, da voler concludere: “Ma chi me l’ha fatto fare!”.

Umanizzato così l’alto Fattore, Lui che non conosceva il turpiloquio, avrà pure imparato qualche parolina dai suoi figli “terricoli” nel corso dei secoli e saeculorum. E chissà se, piuttosto indignato dall’andazzo dei giorni nostri, assistendo a quanto avviene sul bel pianeta, non stia rispolverando dal suo vademecum i più coloriti improperi tradotti in esperanto, accompagnati da fulmini e saette, tsunami, terremoti, frane e inondazioni che, secondo le più antiche tradizioni popolari, esprimevano la sua ira divina.

A corto di metafore, rimbocchiamoci il cervello per inventarci una parentesi natalizia che lasci fuori dalla gabbia dei nostri egoismi quell’io sovrano. Proviamo a farci un esame di coscienza sulle sole e uniche responsabilità di quanto sta avvenendo intorno. È forse Dio responsabile del buco nell’ozono, della violenza perpetrata sulla natura stessa asfaltando il letto dei fiumi e deviando i corsi d’acqua dalla loro sede naturale, degli inquinamenti industriali, degli enormi sprechi energetici, dei genocidi, della costruzione di armi di distruzione di massa? O era tutto compreso fin dall’inizio dei tempi, una scatola a sorpresa in cui l’uomo avrebbe dovuto dimostrare come e quanto usare ed abusare del suo libero arbitrio?

Bando ai toni escatologici, restano le cose della politica, quella che la scrivente mastica en passant come uno chewing-gum dal gusto amarognolo di quei tecnicismi che non riesce a digerire, quella politica che attira come una sirena ammaliatrice per poi respingere con uno schiaffo al cuore il cittadino disilluso.

E nel tourbillon della campagna elettorale chi non finisce di stupirci è l’araba fenice della nostra recente storia italiana, il noto personaggio “per antico pelo” rimesso a nuovo dalle alchimie della chirurgia estetica, il quale ancora riesce a far apparire tutti gli altri delle figurine ingiallite da filtri fotografici. Vedi caso, ad abboccare saranno proprio quei milioni di pensionati che rappresentano il grosso della nazione, per i quali sull’albero berlusconiano della cuccagna occhieggia persino una dentiera gratis (sic!).

Se un tempo erano i giovani a sostenere i vecchi della famiglia, oggi i giovani stanno peggio dei padri e i padri peggio dei nonni, ove per padri s’intende quella fascia di cinquantenni che hanno perso il posto di lavoro e i nonni divenuti dei preziosi ammortizzatori sociali della situazione.
Pur nel clima natalizio, ci sentiamo preoccupati. Perché?

Non riusciamo a fare salti di gioia nella previsione che i nostri giovani andranno in pensione alla veneranda età che viaggia sull’onda dei 70-74 anni.
Né riusciamo a fare salti di gioia nel sapere l’Italia come fanalino di coda tra i Paesi europei in fatto di crescita.
Né tantomeno riusciamo a fare salti di gioia quando il megafono governativo vuole convincerci, stando agli aumenti del Pil, che “tutto va ben madama la marchesa” mentre il cittadino è alle prese con l’economia reale che mette in luce tutti i vulnus delle attuali scelte politiche.

Lavoro e non rendite (quasi) illusorie

L’innovazione, la svolta, il cambiamento che ci attendevamo negli ultimi anni, ci vedono invece fermi a soluzioni stantie di comune sapore populistico. Insistendo su manovre che a breve dovranno sicuramente essere soggette a ricalcoli e ritocchi a sfavore proprio di quei beneficiari più svantaggiati, fa scemare quel loro carattere d’intenzionalità “strutturale” con la fuoriuscita di energie che impediscono di attaccare in qualche modo l’onerosità del debito pubblico ( di ben 2.280 miliardi ).

Ci siamo ritrovati oggi con una sinistra sostanzialmente immutata da decenni, grazie a quella certa ipocrisia politica lontana dai veri bisogni delle fasce popolari, rappresentando invece da una parte lo snobismo dei falsi progressisti e dall’altra la cautela di quanti hanno voluto proteggere i loro interessi. E’ ora una sinistra esangue che perde pezzi in una ridicola miriade di partitini alla ricerca di un’ identità politica andata perduta, col risultato di una sempre maggiore incertezza tra i giovani, i quali diserteranno l’urna elettorale continuando a fuggire per altri lidi.

In un’Italia e in un mondo dove i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, quella massa di indigenti, allettati da regalie e promesse, resterà l’ inconsapevole strumento di una egemonia guidata dal principio del “divide et impera”, poveri che servono da “jolly” come capitale umano da tenere sempre sotto controllo.

In tale confusione prenatalizia che aggiorna anche Domineddio sulle migliori “chicche” linguistiche circolanti al momento nel Semicerchio, il 25 dicembre è lì ad attenderci dietro l’angolo di un ‘indifferibile frenesia consumistica necessaria per l’economia. Luci, suoni, colori, odori, scambio di tenerezze, di baci e abbracci, ci vedranno insieme a difendere la nostra unità familiare, l’unico valore che ci rende saldi.

Sarà l’annuale festa dei fornelli, la festa soprattutto dei bambini innocenti, dei senzatetto che per un giorno troveranno asilo alle mense della Caritas, delle donne indifese che potranno indossare le loro scarpette rosse.

E nel presepio tanti buoi ed asinelli che col loro fiato riscalderanno là dove di freddo si muore.

A chi andrà la parola di un’Italia tremante delle sue paure?

Angela Grazia Arcuri

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