ZYGMUNT BAUMAN: tra utopia e nostalgia

ZYGMUNT BAUMAN: tra utopia e nostalgia

Prima di andarsene a respirare l’aria di altri mondi, il filosofo scomparso nello scorso gennaio elaborava nella sua mente di grande novantenne i pensieri che percuotono le veglie degli uomini di quell’età in cui si presenta la “summa” di tutta una vita.

Per carità, non intendiamo avventurarci in raffinatezze mentali, ma “gli è che…” (per dirla in desueta lingua toscana) ci ha stuzzicato la contemporaneità del pensiero di Bauman, laddove il filosofo e sociologo polacco (1925-2017) si attarda a vagliare se, nella stima dell’oggi, sia meglio affidarsi all’utopia o alla nostalgia. Dilemma, questo, da poterne dare una lettura colloquiale, adatta al colto e all’inclita.

È infatti il semplice dubbio che ci prende un po’ tutti. Uno sguardo ai fenomeni che agitano i nostri tempi per dover ammettere senza troppi tentennamenti che a prevalere sia la “nostalgia”, specie di sentimento consistente nel “rigetto” di quanto ci viene offerto dal presente. L’utopia ci conduce invece a formulare una qualsivoglia idea di vita per un futuro vivibile ed attuabile in cui l’uomo possa realizzarsi nella sua forma più umana.

Ed è qui che Bauman caratterizza le utopie di oggi come “figlie di un processo di individualizzazione” in cui l’uomo immagina di ritagliarsi un luogo di consolazione, un’isola felice non per la società ma per se stesso, per la protezione della sua piccola comunità. Si genera in tal modo una “nostalgia della comunità perduta”. Tale nostalgia – analizza Bauman – in parallelo con l’individualizzazione, conduce inevitabilmente al trionfo del fondamentalismo, laddove si convince la gente di poter offrire nel suo seno sicurezza e protezione (n.d.r. – vedi Daesh e la ricompensa dei suoi paradisi a chi si immola per la sua causa).

Vediamo la nostra realtà. E in fondo al tunnel di grigiore sul fronte dell’occupazione e dell’immobilismo imprenditoriale, si resta perplessi se rifugiarsi nell’ottica del bicchiere mezzo pieno che ci permetta di intravedere qualche luce di certezza per il futuro dei nostri giovani o se, nelle difficoltà oggettive per una possibile ripresa del Paese in termini di tempo accettabili, lasciarsi andare al conforto della nostalgia.

Certamente, i giovanissimi appena entrati nel giro dell’esistenza non pensano neanche un attimo a ciò che era ieri e ieri l’altro. Per loro conta il presente, il qui ed ora, fors’anche il domani e il dopodomani, con i genitori che gli permettono di vivere, una casa, la scuola, la vacanza e l’immancabile tablet con tutti gli App possibili e immaginabili, incollati giorno e notte sui social dove si sentono inclusi nel gruppo, troppo spesso non raccomandabile. Ecco, la loro sicurezza sta tutta nell’essere parte di “quel” gruppo: l’esclusione, la derisione, l’essere presi di petto e maltrattati se si è appena diversi dagli altri, porta a frequenti reazioni tristemente irreparabili. Quando, cresciuti, si risveglieranno e guarderanno in faccia la realtà, quando si accorgeranno cosa significa vivere, amare, rispettare gli altri e con gli altri comunicare parlando, guardandosi negli occhi e non solo sfiorando di continuo col polpastrello una tavoletta supersensibile che li voterà all’isolamento dell’anima, allora sarà il vuoto di una società agnostica, tristemente automatizzata.

Ed allora, guardare al passato è forse un pensiero da vecchi? La nostra società è una società per vecchi? Ma quali sono questi vecchi? I vecchi di una volta non ci sono più. Ormai anche la popolazione degli “anta” ama la sua “inclusione”, anche i vecchi vogliono scimmiottare i giovani spingendosi troppo spesso ad adottare certi atteggiamenti, certe mode e certi linguaggi, perdendo in tal maniera la loro autorevolezza genitoriale. E’ facile per tutti i genitori di oggi cadere in questo trabocchetto.

Bauman sapeva monopolizzare l’attenzione dei giovani che, durante le sue lectio magistralis, lo ascoltavano in devotissimo silenzio. Il grande vecchio, in fondo, con la sua fedele pipa che l’ha accompagnato fino a veneranda età, avvertiva con quella gestualità di proteggere il suo antico vizio che confortava le privazioni fisiche degli anni. E quello era per lui il calumet della pace interiore, il recupero delle sue “nostalgie”. Chissà.

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