Soggetto e realizzazione oggettiva: il lavorìo dell’età contemporanea

Soggetto e realizzazione oggettiva: il lavorìo dell’età contemporanea

Nell’epoca del consolidamento della realtà tecnologica, la società industriale avanzata pare aver assorbito fra i suoi ingranaggi un’idea di lavoro assimilabile a quella di un automatismo del reale, così come cresce l’erba così il lavoro (declinato secondo le categorie odierne) pare essere un prodotto della realtà dal carattere tutt’altro che perturbante. Ma cos’è il “lavoro”, e perché vale la pena confrontarsi con questo aspetto della vita concreta? Pilastro della critica all’economia liberalista inglese, fu Marx nella seconda metà dell’800, ad avanzare le prime perplessità, poi tramutate in un sistema critico inoppugnabile, circa un modo di produzione edificato sulla base di una attività cosiddetta “alienante”, tesa all’inesausto accumulo di capitale. Marx per l’elaborazione dei propri costrutti  teorici, come un Demiurgo che guarda alle idee per dare ossatura alla dimensione mondana, tiene bene impresso nella mente l’insegnamento di uno dei padri indiscussi dell’idealismo tedesco, Hegel, del quale è d’uopo per questa succinta analisi  la concezione positiva del lavoro: il lavoro è da quest’ultimo definito nella sua opera più nota come il “divenire per sé dell’uomo”, un’attività vitale funzionale alla realizzazione della propria essenza, all’oggettivazione dell’essere dell’uomo.

L’uomo è dunque un essere “oggettivante”, che trova realizzazione nella relazione con ciò che è altro da sé, un essere che modifica il mondo imprimendovi il proprio marchio di fabbrica. L’oggetto diviene così simulacro dell’essenza umana, e se, per un gioco di sostituzioni, questo viene identificato con la società, ecco che la realtà potrebbe configurarsi come fenomenologia dell’essenza umana. Proprio quella che appare essere la soluzione a tutti i mali ne delinea in realtà i contorni più nitidi: è su questa relazione con l’altro da sé che si erge il rischio di un’attività mediata, che non risponda più ai dettami essenziali di un’io, ma che sia costretta alla realizzazione di finalità altre. È lo spazio vuoto fra il soggetto e l’oggetto a rischiare di culminare in un parapendio mistificatore della natura umana. Il prodotto del lavoro dell’uomo non è più espressione dell’attività del proprio artigiano, delle sue ambizioni, della sua propria capacità e creatività, diviene fantasma di tempo lavorativo, di tempo socialmente necessario alla produzione, cristallizzazione di forza-lavoro, un oggetto destinato al mercato, il cui percorso si dispiega ben al di là dell’occhio del produttore. Il risultato ultimo dell’alienazione dell’individuo da se stesso entro l’attività lavorativa, consiste nell’ultimazione di una prassi finalizzata ad uno scopo del tutto lontano dalla realizzazione dell’essenza individuale del soggetto produttore.

Più che la frenesia continua ed onnipervasiva di attività volte ad alimentare il fuoco di una economia metafisica, che ha perso contatto con le effettive esigenze di consumo, al cui culto è votata una produzione inarginabile di bisogni e supposte necessità che prendono il posto di una sana interrogazione, sarebbe effettivamente necessaria una riconsiderazione della natura umana affinché l’essenza di ciascuno possa centrare il bersaglio dell’autorealizzazione.

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