Harambe, la fine di un dominato

Harambe, la fine di un dominato

La storia del gorilla che ha commosso il mondo, conosciuta da molti e di cui tanto si è letto nel dibattito che si è generato in rete, è uno spunto per riflettere sul senso degli zoo ai giorni nostri.

Per chi non lo sapesse, Harambe era un giovane primate silverblack appartenente ad una specie protetta detta “di pianura occidentale”, finito nello zoo di Cincinnati diciassette anni fa, proveniente da un altro zoo, quello di Brownswille in Texas.

Lo scorso 28 Maggio Harambe è stato ucciso dal personale di sicurezza dopo che un bambino era finito erroneamente nel suo recinto. In pochi minuti, mentre i visitatori urlavano, è stata presa la decisione più drammatica per lui, annunciata poi come inevitabile.

Cerchiamo ora di esaminare alcuni aspetti della questione non emersi immediatamente. Fa meditare il fatto che, tra il 1895 e il 1896, nel Cincinnati Zoo and Botanical Garden siano stati esibiti circa duecento Sioux. Non gorilla quindi, ma nativi americani considerati una curiosità capace di attrarre il pubblico con enorme successo. Fatto non isolato, diffuso anche in Europa dove indigeni di varie etnie erano alla mercé di sguardi e commenti di chi si sentiva “superiore”. Un fatto che ci racconta del vizio umano di porre in atto pratiche di sottomissione nei confronti di ciò che “classifichiamo” inferiore. Nel corso della storia l’uomo non solo si è accanito contro gli “animali”, considerati a volta alla stregua di oggetti di cui disporre, ma anche contro gli “animali umani”, visti come anello di congiunzione con i primati.

Un sorte condivisa, prima dai “selvaggi” scoperti dagli esploratori-colonizzatori occidentali che si ritenevano molte volte i detentori della parte “bella e buona”, colpevoli di aver spesso camuffato veri e propri pregiudizi razziali dietro la maschera dell’osservazione scientifica. Il “diverso” era esibito come trofeo, e lo stesso destino è ora riservato agli animali, tra cui I primati con i quali condividiamo sino al 98% del DNA, condannandoli all’ergastolo.

Non ci si dovrebbe nascondere dietro a progetti di studio e di salvaguardia dall’estinzione per legittimare gli zoo e la loro esibizione fatta al pubblico di animali rinchiusi in una gabbia. Forse si chiede tanto, considerato che l’Ohio è uno Stato Americano in cui ancora si pratica la pena di morte per gli umani, in una nazione che ha visto l’abolizione definitiva delle leggi sulla segregazione razziale solamente grazie alle battaglie condotte negli anni ’60 dagli innumerevoli movimenti per I diritti civili, dall’insurrezionalismo di Malcom X alla celebre marcia pacifica di Martin Luther King.

È tempo ormai di ripensare gli zoo e di maturare un diverso sguardo su ciò che è, a tutti gli effetti, un’oppressione. Sì, oppressione è la parola corretta, perché lo zoo è praticamente la sistematica organizzazione del dominio di una specie ai danni di un’altra considerata inferiore. È indubbio che gli animali cresciuti in cattività non possano più essere restituiti a quello che dovrebbe essere il loro habitat naturale, ma urge creare delle strutture adatte, nelle quali poter vivere senza essere esibiti. I tempi cambiano e vediamo come oggi proviamo malessere verso ciò che era scontato in passato. Alcuni fatti, come il caso di Harambe, sono uno spunto importante per capire che, al di là della necessità o meno dell’esito nefasto, chi ha responsabilità e colpe in questa vicenda non è certamente il “rinchiuso”.

Marco Piervenanzi

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