‘QUO BLABLA-VADIS?’

‘QUO BLABLA-VADIS?’

Vi racconto il mio esordio, divenuto inchiesta ‘strada facendo’, sul servizio di ride-sharing più famoso al mondo. Tra estetiste di provincia, ragazzi del Sud e libri di Tom Slee, lo scetticismo è il comun denominatore

SHARING ECONOMY

Ci sono cose delle quali senti parlare in maniera ridondante dalle persone intorno a te, spesso con notevole entusiasmo e che ti imponi, prima o poi, di sperimentare. Quando poi, alle parole, si somma la pubblicità in TV ed un certo ‘storming’ su internet, la curiosità diventa ancora maggiore.

E così, in una tranquilla mattinata, nel giro di pochi minuti, ricevi due telefonate; da una apprendi che dovrai spostarti per lavoro, e con l’altra il meccanico ti informa che il ricambio della tua auto che ha ordinato tarda ad arrivare. L’occasione, la ‘scusa’ buona che aspettavi! Convinco me stesso (in realtà  mento sapendo di mentirmi ) che treni e bus per l’occasione non sono molto comodi e che certi rent-a-car non sono proprio economici.  Ed è un attimo e sono, finalmente, sul sito di BlaBlaCar.

In pochi secondi sono iscritto e pronto ad effettuare la ricerca; inserisco data, luogo di partenza e di arrivo ed il sistema mi restituisce numerose soluzioni di utenti che, l’indomani, viaggeranno sul mio stesso percorso e sono ben lieti di avermi a bordo. Leggo qualche profilo: qualcuno è troppo giovane, qualcuno ha poche recensioni, qualcuno, ‘lombrosianamente, non m ispira. Ma presto la mia attenzione cade sul profilo di F.

F. ha poco più di quarant’anni, una bella auto, dichiara di gradire la compagnia di persone loquaci e ‘torrenziali’ come il sottoscritto. Ma soprattutto, ha centinaia di recensioni che lo descrivono come un ‘blabla-driver’ più che affidabile. Gli scrivo un messaggio, mi risponde col suo numero di telefono. Lo chiamo: l’appuntamento è per l’indomani, alle 9:40, al casello autostradale. Mi dice che saremo in tre, perché insieme a me, ad attenderlo, troverò anche una ragazza che ha richiesto i suoi ‘servigi’.

Il giorno dopo, puntuali, se non in anticipo, siamo tutti e tre al ‘famoso’ casello autostradale. F. è un ragazzo simpatico, estroverso, un professionista che lavora per un importante fondo immobiliare, ed il suo impiego lo porta a trascorrere l’80% del suo tempo in macchina, con la quale attraversa la Penisola in lungo ed in largo. Scopriamo di avere interessi comuni e che anzi, ad ognuno può tornare utile l’altro; in sostanza, una sorta di accordo paramassonico siglato tra le curve della A14. I. invece, titolare di un piccolo centro estetico, anche lei al suo esordio con BlaBlaCar, è tesa e poco a suo agio, e ci confessa che finora ha disdegnato il servizio perché “non sai mai con chi puoi capitare e soprattutto se guida con prudenza”. Poche decine di km dopo, confortata dalle nostre discussioni lavorative, particolarmente noiose, dalla guida sicura ed attenta di F. e dal nostro comune aspetto geek/anorak e/o comunque  ben lontano dall’immagine di un Donato Bilancia qualsiasi, I. è già tra le braccia di Morfeo, persa sul sedile posteriore.

Approfitto a questo punto della disponibilità di F., forse uno dei conducenti più ‘recensiti’ d’Italia, per improvvisare  la mia personale “intervista”. Scopro che lui incarna in toto lo spirito di condivisione del servizio, ci crede davvero. Di certo, con il lavoro che fa, non ha bisogno, per vivere, dei pochi euro che chiede per offrire un viaggio ed un caffè al primo Autogrill. Mi dice che sono quasi due anni e mezzo che è iscritto al servizio e che ha trasportato circa 600 utenti: persone che, con la loro compagnia, con le loro storie, “ognuno col suo viaggio, ognuno diverso” – per citare la canzone – rendono più lieta la sua giornata lavorativa.

Capisco di poter insistere con le mie domande e lo faccio. Mi racconta di tanti ‘profili’ veramente bizzarri trasportati e che, in una sola occasione, ha avuto qualche dubbio sulla ‘onorabilità’ di un suo passeggero e dei suoi bagagli, segnalandolo prontamente al portale a fine corsa. Mi svela qualche altro dettaglio: le richieste arrivano sempre numerose quando si sposta al Nord, mentre nell’Italia meridionale trova ancora “una certa diffidenza, anche nei giovani, nell’utilizzare il servizio”; mi dice inoltre che spesso è stupito dalla facilità e ‘leggerezza’ con la quale i genitori di giovani ragazze, spesso studentesse, buttano nella macchina di uno sconosciuto, per quanto assistito da un’ottima reputazione sul portale, le loro figlie.

Il viaggio non è particolarmente lungo; è tempo di svegliare I. e di accordarci sul fatto che, due giorni dopo, disbrigate ‘secondo i tempi auspicati’ le rispettive incombenze, io e F. avremmo condiviso anche il viaggio di ritorno. E così è: nuova telefonata e nuovo appuntamento. Questa volta in viaggio saremo in 5: i tre nuovi ‘compagni’ sono un ragazzo ‘reduce’ da un evento di balli afro-cubani ed una coppia di giovanissimi di ritorno da un festival di musica  ‘elettronica e digitale’. Questa volta l’intreccio di racconti, storie, esperienze è notevole: persi tra il rendimento di un investimento immobiliare, il racconto delle tradizioni e della cultura del popolo Yoruba, mete delle prossime vacanze e nuovi e performanti modelli di campionatori e groove box, il viaggio, letteralmente, ‘vola’ via. E’ il momento dei saluti, ci si dà appuntamento alla prossima volta, se mai ci sarà.

L’ironia della sorte ha voluto che questo mio esordio, un po’ ‘auspicato’, un po’ dettato dalle circostanze, sia arrivato pochi giorni dopo la lettura di una lunga e dettagliata recensione di “What’s yours is mine”, libro di Tom Slee che rappresenta un vero e proprio manifesto contro la sharing-economy.  Il professionista britanico-canadese lancia da tempo il suo atto d’accusa verso la civiltà della condivisione perché, a suo dire, la possibilità di pubblica e diffusa connessione e partecipazione è ben presto diventata un affare privato, fatto proprio da aziende che sono veri e propri colossi di Wall Street. Per Slee la sharing economy  porta ancora più deregolamentazione, capitalismo e precarietà, e spinge l’individuo ad aprire una ’impresa dell’ io’, a scommettere su un ‘brand personale’ ed a trasformare il proprio, personale stile di vita, in un servizio offerto agli altri.

Accuse pesanti, quelle che si levano dalle pagine di Slee; il tutto mentre milioni di utenti, nel mondo, trovano ospitalità grazie a ‘Airbnb’‘Couchsurfing’, si muovono con ‘BlablaCar’, ‘Uber’ e ‘Lyft’, e intermediano piccoli lavori domestici attraverso ‘Handy’ e ‘Fiverr’. Perché le ‘imprese dell’Io’ aprono ormai milioni di filiali ogni giorno, magari anche grazie all’aiuto di ‘Kickstarter’; quindi, caro Tom, ‘stay sharing’.

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