La sfida dell’ultimo vate

La sfida dell’ultimo vate

 l43-lega-nord-salvini-140122173026_medium“Parole in libertà, coraggio, audacia, ribellione… la bellezza è nella lotta e nell’aggressività”, declamava Marinetti giusto un secolo fa nel suo Manifesto Futurista. E in una sorta di remake ideologico contro il sonno e l’immobilità oggi più che mai è la politica a giocare con “lo schiaffo e col pugno”.
I manifesti riescono ancora a fare presa. C’è sempre pronto il Gianburrasca di turno che, armato di spada di legno grida “un popolo affamato fa la rivoluzion”. E, con l’evviva alla pappa col pomodoro, entra in campo chi si fa portavoce del popolo bistrattato.
Il Matteo.2 , travestito da pifferaio magico, è capace di toccare le corde più fibrillanti della gente. Pragmatico, semplificatore, irruente padano, uno che prende al balzo le occasioni, i suoi toni non lasciano molto spazio al non detto . Grazie alle sue doti comunicative ( come il Matteo.1 che riscosse l’ampio consenso degli italiani coi suoi annunci rottamatori contro un andazzo politico dormiente ), Salvini è un nome che in questo periodo rimbalza nelle periferie cittadine, suo territorio d’elezione.
Lungi da un proselitismo che non ci appartiene, è ciò che semplicemente registriamo porgendo intorno l’orecchio, carpendo qualche frase dentro quei pochi esercizi commerciali aperti d’agosto i quali lottano per non chiudere, o dentro le corsie dei supermercati quasi vuoti dove i commessi costretti ad un misero turn-over fanno capannello. Sono tutte quelle persone deluse, che in questi anni vanno alla ricerca di punti di riferimento, stanchi di attendere una più concreta soluzione dei loro problemi che non sia la paventata attesa di ben dieci anni – come riferiscono le analisi più realistiche – per vedere veramente la ripresa del Paese. Sono coloro che si risolvono ad appigliarsi alla corda che appare la più resistente, quella del “ce l’ho duro”.
Il verde leghista si è messo ora in testa di bloccare l’Italia per tre giorni dal 6 all’8 novembre, scatenando le più varie reazioni. E’come paralizzare completamente un Paese che già da tempo si muove con le stampelle, vanificando gli sforzi di quei pochi volenterosi – e ce ne sono – che ancora si danno da fare per far camminare il calendario della ripresa. Gli scettici non ci credono, ravvisando come unica soluzione ai problemi quella di far cadere il governo. Ma se ci fosse larga adesione al blocco, quanto poi lo Stato dovrà rifondere la perdita dei tre giorni di paralisi se non con un ulteriore aggravio di tasse sui cittadini?
Secondo il pallottoliere di Salvini, i conti in rosso del blocco novembrino si rivelerebbero pressoché ininfluenti sul bilancio pubblico in termini di zero virgola. Ciò che conta nella sua filosofia d’assalto è scardinare l’anello-chiave della catena per nuove elezioni. Non ha però calcolato che da qui alle soglie dell’ inverno non si sa ancora quanti imprevisti possano accadere. Non ha calcolato che la minore adesione al suo progetto può venirgli proprio dalla Capitale, da quella Roma ladrona che a quel momento si troverà impelagata non solo coi preparativi del Giubileo, ma in tutt’altro affaccendata all’interno dei corridoi capitolini. O forse ha calcolato anche questi frangenti: più castagne sul fuoco, più confusione, più sconcerto pubblico, più adesione al blocco. Ne vedremo delle belle.
Da un osservatorio indipendente, avvertiamo il privilegio di metterci su un piano rialzato e poter guardare in basso tutto ciò che succede con occhiali colorati, forse talvolta un po’ deformanti per non essere dentro le segrete stanze del Palazzo. Ci basta qualche metafora per mettere in luce i personaggi, senza alcuna esclusione, che al momento lievitano nel crogiuolo di un minestrone politico, cercando di far veleggiare la nave Italia con una bussola il cui ago pericolosamente oscillante non riesce a mantenere la rotta.
Quel che riusciamo a vedere è un governo debole, spesso indifferente, che si sveglia al mattino e non sa quello che succede sotto casa o fa finta di non vederlo, come quel funerale da pochade dove la religione si commistiona con la politica. Vediamo un governo locale ( quello della Capitale per capirci ) , che d’agosto è latitante, come qualcuno che sulle spiagge dei Caraibi sta godendo quel legittimo riposo estivo già ampiamente goduto durante l’anno. Vediamo il quadretto dell’incontro Renzi-Merkel all’Expo, con effluvio di champagne, dove Renzi ha voluto dimostrare alla sua “madrina” quanto siamo stati bravi ad allestire quel po’ po’ di roba, confermando ancora una volta il legame a doppio filo che ci tiene stretti, vicini vicini, agli interessi delle multinazionali che vedranno la loro consacrazione al momento dell’entrata in vigore tra Europa e America del criticato TTIP ( Transatlantic Trade and Investment Partnership). Ne mangeremo delle belle, condite con gli OGM. Veda piuttosto Renzi, nel suo ascendente verso la Frau, di dire qualche parolina sui formaggi col latte in polvere, sulla misura millimetrata delle vongole e delle banane. Si sta cadendo nel surreale, come nei romanzi di Kafka.
Vediamo ancora un presidente del consiglio che perde la sua dignità istituzionale quando in America corre letteralmente dietro ad Obama per farsi con lui un selfie. Benedetto Renzi, perdoniamo anche questa tua debolezza ancora infantile, questa tua voglia di essere sempre paparazzato, ma nella nostra semplice lente d’ingrandimento appare la fotografia di quella parte di italiani, non i finti poveri, ma i pensionati al minimo, gli esodati e la schiera dei disoccupati che litigano con la borsa della spesa.
E sorge il dubbio che trascinarsi dietro troppo a lungo tutti questi squilibri conduca a una certa deriva appartenente alla memoria. Continuiamo a restare appollaiati sulla nostra garitta, sempre di sentinella per vedere chi e cosa sbuca da dietro l’angolo.

Angela Grazia Arcuri
24 agosto 2015

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