La politica azera del caviale avvelena anche la cultura?

La politica azera del caviale avvelena anche la cultura?

nizami-monumentLa statua del grande poeta persiano del XII secolo, Nezami Ganjavi, ha una collocazione di grande rilievo a Roma, visto che si trova in uno dei siti naturalistici e culturali più prestigiosi quale è Villa Borghese. Peccato che sotto la statua si legga la dizione “poeta azerbaigiano 1141-1209” (notare tra l’altro che azerbaigiano è un rafforzativo di azero) plateale errore storico perché ci sarebbero voluti almeno altri otto secoli per veder nascere l’Azerbaigian. Il Poeta – patrimonio culturale di tutto il Caucaso e di tutte le etnie persiane – scrisse: “La parola che non sgorghi dal profondo pensiero non è degna, quella, di essere scritta né detta”. La Città di Roma dovrebbe riflettere su queste parole. Accecata dall’entusiasmo della generosa donazione fatta dal regime azero, la città dei Papi si sta mettendo in ridicolo non accettando di riconoscere l’evidente ed oggettivo errore storico. Nella città eterna sembra non ci siano solo corruzione, presunta mafia e guerre tra bande politiche non meglio precisate, ma anche poca cultura. E dire che per riparare basterebbe rimuovere quella scritta ed inserire la corretta dizione. Sappiamo che la polemica è antica, ma proprio per questo il Comune di Roma dovrebbe fare un passo indietro. E noi, per spiegare la natura di questo “spiacevole equivoco”, un passo indietro lo facciamo, per amore della verità e della bellezza.

La campagna che ha portato all’”azerbainizzazione” delle origini nazional-culturali di Nizami Ganjavi ha radici politiche e ideologiche che affondano nell’URSS della fine degli anni ’30, orchestrate per coincidere con la celebrazione dell’800° anniversario del poeta. La campagna è stata coronata con le grandi celebrazioni del 1947, ma i suoi effetti si fanno sentire ancora oggi. Se da una parte questa campagna è stata benefica per molte culture della multietnica Unione Sovietica, dall’altra ha portato ad una estrema politicizzazione della questione, che verte sull’identità culturale e nazionale di Nizami, sia in URSS che nell’odierno, e troppo giovane stato dell’Azerbaigian. Per gli orientalisti di tutto il mondo, la posizione predominante è quella di considerare Nizami come un grande rappresentante della letteratura persiana. Gli orientalisti sovietici hanno avuto lo stesso punto di vista fino alla fine degli anni ’30. Secondo i dizionari enciclopedici pubblicati in Russia all’epoca, Nizami era un poeta persiano, originario della città di Qom (oggi in Iran), ma che aveva passato poi tutta la sua vita a Gyanja (oggi in Azerbaigian). Così scriveva Agafangel Krimsky sull’enciclopedia Brockhaus & Efron Encyclopedic Dictionary: “Il più grande poeta romantico persiano (1141-1203) è originario di Qom ma il suo soprannome è “Gyanjevi” (originario di Gyanja) perché ha passato tutta la sua vita a Gyanja (oggi Elizavetpol ) dove è morto (Elizavetpol è il nome di Gyanja sotto l’Impero Russo, ndr). L’Enciclopedia Britannica (1911) definisce Nezami in modo simile: “Poeta persiano nato a Hidzra (1141 AD). La sua madrepatria, o almeno il luogo dove è vissuto suo padre, si trovava negli altopiani di Qom, ma ha passato la maggior parte dei suoi giorni in Gyanja (oggi Elizavetpol) ed è conosciuto come Nizami da Gyanja. Perché allora rivisitare il suo status?

Secondo lo storico Shnirelman, dopo lo scioglimento della Repubblica Sovietica Socialista Federata della Transcaucasia, nel 1936, il neonato Stato indipendente dell’Azerbaigian (Azerbaijiani SSR) aveva bisogno di una storia “speciale”, che gli avrebbe permesso di prendere le distanze dall’Iran sciita ed evitare ogni sospetto di controrivoluzione pan-islamista e che l’avrebbe separato dai popoli di ceppo turco (sulla scia della battaglia ufficiale contro il pan-turchismo). Allo stesso tempo l’Azerbaigian aveva disperato bisogno di prove della sua autoctonia, visto che essere considerati come una Nazione di “nuovi arrivati” poteva essere una minaccia di deportazioni. Il risultato fu la creazione di una Cattedra di storia dell’Azerbaigian all’Università e il lancio di una rapida “azerbainizzazione” degli eroi storici, della storia della politica, delle etnie della regione. Le Nazioni appartenenti all’URSS dovevano avere “grandi tradizioni” il che voleva dire che, se necessario, la storia andava re-inventata. Nella seconda metà degli anni ’30, di pari passo con la nascita del “patriottismo sovietico”, in tutta l’Unione Sovietica venivano celebrati eroi nazionali – i Russi celebravano i 100 anni dalla morte di Pushkin, gli Armeni i 1000 anni del poema epico “David di Sasun” e il 750° anniversario del classico Georgiano “Il Cavaliere dalla pelle di leopardo” – mancava all’appello un “eroe” Azero. Per affermare uno status paritario con le altre repubbliche Transcaucasiche all’Azerbaigian costruiscono una passato storico culturale ad hoc. Il loro senso di inferiorità andava colmato.

Se Nizami è vissuto a Gyanjia che oggi è in Azerbaigian, ma che otto secoli fa era parte di un’area storica e culturale palesemente diversa, non ne fa un Azero. E questo non lo diciamo noi, ma seri e documentati studi storici. L’aspetto politico della questione di Nizami si è inasprita con la nascita dello Stato sovrano dell’Azerbaigian, con un aiutino dell’attuale Russia. Il Comune di Roma non può fare finta di niente, non può dire ancora una volta “non sapevo”, non solo si mette in ridicolo, ma aiuta a coprirsi di saccenza un popolo che desidera accreditarsi agli occhi del Mondo, come un popolo più antico di quanto sia in realtà. La verità non può venir meno per una generosa elargizione, che può anche essere benvenuta (sempre che non sia caviale a buon mercato), ma che non può scontrarsi contro la Storia, diventare errore antropologico, di posizionamento, di sostanza filosofica.

Il Presidente non tanto democratico di una di una repubblica non proprio libera e sovrana, sa bene che la Storia non si fa suon di proclami, acquisizioni o distribuzioni gratuite di caviale e salmone: la Storia è altro e noi, cittadini di Roma, dovremmo saperlo con cognizione di causa.

di Jacqueline Rastrelli

15 dicembre 2014

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