Scozia: qualche riflessione dopo la vittoria della paura e della gerontocrazia

Scozia: qualche riflessione dopo la vittoria della paura e della gerontocrazia

scoziaCome tutti sappiamo i NO hanno vinto come previsto ma la delusione per questo risultato, aspettato e forse mai in discussione, è grande perché si rinvia a data da destinarsi un processo di libertà e giustizia di cui tutta la società europea ha bisogno. A mente fredda e con qualche giorno di distanza, comunque, è possibile analizzare il risultato del voto in Scozia: un voto che ha visto l’affermazione di un ultra-conservatorismo ben radicato in tutta la società britannica, mantenendo uno status-quo che affonda le sue radici nei legami sociali,culturali ed economici che al di la del vallo di Adriano non si sono mai riusciti a recidere. Il primo di questi è sicuramente la questione del sistema politico: in Scozia vi è un partito di maggioranza relativa, lo Scottish National Party, che ha guidato il processo indipendentista in maniera solitaria, gli altri contenitori politici invece erano schierati dalla parte avversa e non si tratta di poca roba. I conservatori, i laburisti ed i liberaldemocratici, movimenti che sono espressione di Londra, detengono tradizionalmente il restante 70% dei consensi nelle votazioni per il parlamento scozzese. Dove questi rapporti di forza sono rimasti immutati il SI non ha oltrepassato la soglia del 30%: stiamo parlando dell’estremo sud e dell’estremo nord, degli Scottish Borders e delle isole Orcadi e Shetland dove la componente etnica è risultata decisiva in quanto sono zone in cui gli scozzesi sono minoranza. Nel resto del paese si è verificata invece una divisione in rapporti di 40%-60%, espressione dei legami economici che il governo britannico è riuscito sapientemente e col tempo a consolidare puntando su una fascia di popolazione attraverso privilegi corporativi, sussidi economici mirati ed una buona dose di nazionalismo britannico che ha contribuito agli occhi della stessa popolazione la visione di una Scozia come cantina seminterrata dell’Inghilterra. Le uniche zone che hanno visto l’affermazione del SI sono state Glasgow e dintorni insieme a Dundee, non a caso le due città dove i governi britannici non hanno concretizzato una politica di egemonia culturale ed economica; dall’altro verso però gli indipendentisti non sono riusciti a portare al voto tutti quelli che potevano ribaltare l’esito in quanto le zone in questione hanno registrato un’affluenza molto più bassa rispetto al resto del paese, sebbene sensibilmente maggiore rispetto a qualsiasi altra elezione politica. Neanche Salmond ha convinto quella larga fascia di popolazione che vive nel disagio sociale ed ormai forse disillusa, quella stessa parte che rappresentava invece l’incubo di Cameron e di tutti gli unionisti che tirano ora un sospiro di sollievo, anche se il maggiore rischio non l’hanno corso i Tories ma bensì i laburisti. Con l’indipendenza della Scozia questi ultimi avrebbero perso il loro bacino elettorale più fedele e quindi salutato per molto tempo ogni velleità di tornare al comando del governo: il deciso No all’indipendenza del partito di centro-sinistra ha rappresentato il vero crack nelle elezioni dove il ceto medio, tradizionalmente fedele alle politiche socialdemocratiche, ha votato contro l’indipendenza seguendo i dettami del suo partito di riferimento. Ma non è solo questo o meglio questo è solo il contorno perché il vero dato del referendum è quello demografico: considerando solo le fasce d’età sotto i 50 anni si sarebbe affermato il SI confermando le previsioni di chi vedeva la realtà di un voto generazionale. Il dato clamoroso degli ultra 65enni non deve stupire e non si tratta solo di questioni legati alla previdenza sociale ma all’identità culturale di una generazione cresciuta dopo aver vissuto e forse combattuto la seconda guerra mondiale, quindi legata all’Union Jack in senso viscerale, un sentimento rispettabile ma ormai anacronistico nel 2014. E’ vero che l’ economia è stato l’argomento più dibattuto nel corso della campagna elettorale ma pensare che questa sia stata una consultazione in cui le identità, i valori forti e tutto ciò che riguarda il grass-roots erano ai margini rappresenta una sottovalutazione delle componenti che hanno portato alla vittoria del NO ma anche ad un risultato così consistente del SI che partiva da almeno 15 punti più indietro. La battaglia è stata anche e soprattutto tra chi voleva una Scozia più simile possibile a come era nel secolo scorso e chi voleva chiudere i conti col ‘900: conservatori, laburisti, comunisti, destra xenofoba britannica, unione europea, Obama, Merkel fanno parte tutti di un mondo vecchio che ancora però domina tutta la società europea. Essere alternativi a questo vuol dire voler cambiare il corso delle cose, ma il percorso è lungo: a qualcuno l’indipendenza scozzese ricordava l’inizio della prima guerra mondiale, quel qualcuno dovrebbe ricordare che è stata proprio la formazione di quell’assetto geopolitico la causa di due guerre mondiali che hanno visto i popoli europei, fratelli nelle radici culturali, combattersi causando il più grande spargimento di sangue mai visto nella storia dell’umanità. Scremato dalle ideologie il novecento si presenta ancora oggi nella sua forma finale, quella di società ormai definibili come oligarchie gerontocratiche. Anche Cameron lo sa bene, infatti parla di Scozia in UK per un’altra generazione: tra 10-15 anni la base che ha costituito la vittoria del NO non sarà più presente ed i giovani invece saranno diventati adulti: se interpreteranno questo referendum come un inizio la vittoria è solo rimandata, ma dipende da loro. Se il futuro sarà indipendentista dipenderà dalla nascita di più partiti scozzesi, soprattutto un contenitore politico di centro-destra, che possa rappresentare interessi economici slegandoli da Londra mettendo le radici solide nelle città urbane: il solo SNP non basta per quanto Salmond sia un leader capace e combattivo. Dipenderà anche dalla creazione di una economia agricola autonoma dai sussidi britannici, quindi da come i futuri governi scozzesi riusciranno a gestire i rapporti economici ed aprirsi al mercato realmente senza il legame soffocante con il resto della Gran Bretagna. Il resto lo farà il tempo. Senza fretta ma senza sosta, Forza Scozia.

Dario Berardi
22 settembre 2014

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