l’Italia, il primo fornitore di armi dell’esercito israeliano in Europa

l’Italia, il primo fornitore di armi  dell’esercito israeliano in Europa

aeronautica-cacciaNel solo 2012 sono state rilasciate autorizzazioni per 470 milioni di euro per l’esportazione di sistemi militari verso lo Stato israeliano. Più di Francia, Germania e Inghilterra insieme.

Tra gli armamenti che in questi ultimi mesi sono stati utilizzati nelle strade di Gaza c’è anche – e soprattutto – il made in Italy e non è propriamente qualcosa di cui andare fieri. I sensori radar dei droni che si muovono nella città sono un prodotto italiano della Selex Galilelo, idem per i cannoni navali da 76mm della Oto Melara.

Il patto però non si limita al solo rifornimento di armi: F-15 e F-16 dell’Israeli Air Force si esercitano proprio in questi giorni ad Oristano in Sardegna. E’ una vera e propria cooperazione militare quella tra i due paesi, un po’ come con gli Usa che a tutt’oggi dispongono di un centinaio di basi militari sparse su tutto il nostro territorio.

Per tale motivo pochi giorni fa l’organizzazione internazionale Boycott, Divestment, and Sanctions (BDS) ha promosso una campagna. Molti abitanti nella striscia si sono fatti fotografare con cartelli in mano che invitavano l’Italia a bloccare i rifornimenti bellici verso Israele e a fermare l’addestramento dei loro piloti militari.

Obiettivo dell’organizzazione è ottenere un embargo totale delle armi a Israele: “La cooperazione con Israele è mantenuta nonostante il suo ricorso sistematico alla violenza di massa e l’uccisione di palestinesi e altri arabi civili, compresi i bambini in età scolare e attivisti pacifici, e nonostante le sue sempre più brutali politiche coloniali contro il popolo palestinese e il persistente disprezzo del diritto internazionale”.

Intanto già dai primi giorni di agosto il Regno Unito ha effettuato una marcia indietro nei sui rapporti militari con gli israeliani. Nonostante il Primo Ministro Cameron abbia sostenuto più volte il diritto dello Stato Israeliano all’autodifesa, il governo ha deciso di analizzare una per una tutte le licenze per le forniture militari operative e capire quali di queste prevedano l’invio di tecnologie per la repressione interna; come confermato da un portavoce governativo che, in un’intervista al Guardian, dichiarava: “non daremo più licenze se c’è un chiaro rischio che l’equipaggiamento venga utilizzato per la repressione interna o se c’è un chiaro rischio che possa provocare o prolungare il conflitto”. Passi lievi ma importanti, ottenuti soprattutto grazie alla spinta dei laburisti e delle associazioni umanitarie britanniche.

Sul fronte italiano invece tutto tace. Né il governo né i singoli partiti di maggioranza hanno dichiarato qualcosa in merito. Sarebbe quantomeno il momento di portare la cosa in discussione in Parlamento e cercare – di nuovo, quantomeno – di seguire l’esempio britannico. Eppure l’articolo 11 della Costituzione Italiana è molto chiaro al riguardo: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Matteo Campolongo
30 agosto 2014

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