Italiani felici con la statistica del “pollo”

Italiani felici con la statistica del “pollo”

Volevamo tenerci sul leggero, rispettando quel minimo di ariosità tematica che ha sempre siglato il nostro contributo. Ma, per quanto ci si provi, l’atmosfera è pesantuccia e gli argomenti a disposizione per satireggiare sempre i soliti, forse unici a galleggiare qui ed ora, nunc et semper nel grande mare delle cose nostre. Forse il “mare” meglio non nominarlo con l’eco che ci rimbomba dentro di quanto accaduto a Lampedusa.

I numeri non ci sono mai piaciuti, eravamo somari in matematica. Ma nella conquistata maturità (si fa per dire), sono i numeri a disegnare di geroglifici assai criptici quel nostro quaderno delle spese mensili che vorremmo spedire ai ragionieri di Stato per imparare a “ far di conto”, come diceva Pinocchio. Né tantomeno ci piacciono le statistiche, quella ad esempio del “pollo più pollo meno” a persona, smembrando quel povero volatile in dissezioni da anatomopatologo, per cui a Tizio tocca la coscia, a Caio l’ala e al solito Sempronio il petto intero. E ce ne sono tanti, di soliti Semproni, che circolano in tutte le maglie del tessuto sociale, là dove è possibile succhiare quei privilegi negati a chi non ha santi in paradiso.
La crisi sembra quasi un’invenzione. Ma il portafogli pubblico non lesina fior di moneta quando gli fa comodo. I ricchi restano ricchi e lasciamoli perdere un attimo. Gli imprenditori fuggono verso lidi fiscali più compiacenti e buona fortuna. Resta la grande fetta degli italiani con la bocca impastata di aria fritta, cui non è possibile trasferire le loro speranze, quelli che magari hanno nel cervello qualche pallino in più, certe categorie appartenenti alla cultura che nel nord Europa sono state sempre considerate come fiori all’occhiello e in Italia men che meno. E tutto il corollario dei giovani che non riescono a farsi avanti perché il padre non si chiama Sempronio. E’ un Paese di nepotismi e l’ha ribattuto con forza qualcuno giorni fa.

Ci era venuta in mente la famosa poesia trilussiana con la “statistica del pollo”, in realtà un po’ diversa, secondo la quale a ogni persona tocca in percentuale “ un pollo all’anno perché c’è n’antrochene magna due”. All’epoca di Trilussa il pollo era cibo raro sulle tavole degli italiani. Adesso, invece, con l’allevamento in batteria, è cibo quasi quotidiano per poveri e per tutti i portatori di colesterolemia, tanti, retaggio di un’Italia del benessere. Chiediamo ora a qualcuno cosa mangia di solito a cena. “Mah, qualche filetto di pollo a scottadito!…. Un filo d’olio, due foglie d’insalata e vai col tango!”. Un’allegra ballata quando proliferano le ricette degli chef da tutti i pizzi, trasudanti burro, lardo di Colonnata, panna e mascarpone, alla faccia della dieta mediterranea.

L’Italia è diventato un Paese di chef a 4****, un Paese di attori e figli di attori disoccupati che per sbarcare il lunario si risolvono a mettere in testa la toque bianca e dispensarci strampalate ricette di pasta e fagioli da far rivoltare nostra nonna nella tomba. Ma bisogna reinventarsi, come quelle signore giornaliste, esperte e sussiegose gourmant, che in punta di lingua e di dita fanno da giuria a queste inflazionate trasmissioni televisive, sbafando a destra e a manca… col frigo a casa pulito. Ma niente di nuovo sotto il sole. Ci torna in mente il periodo delle nostre collaborazioni a riviste di moda, quando, durante le sfilate nei più grandi alberghi romani, erano onnipresenti i nobili della Capitale – e non facciamo nomi – a spolverare con prepotenti sgomitate l’allora ricco buffet, oggi solo un ricordo.
Dopo queste divagazioni sulla coscia di pollo, cosa resta del giorno? Cosa resta per distrarci dalla politica del “fare”, diventata politica del “fare gossip”. Per strapparci una risata, solo Crozza ci prova ancora, ma neanche lui ci muove più tanto la bocca all’insù, non sapendo come “ammortizzare” nelle menti stanche degli italiani i suoi contratti milionari!

Angela Grazia Arcuri

Roma, 10 ottobre 2013

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