Anglicismi e neologismi: gli “ismi” dell’era tecnologica

Anglicismi e neologismi: gli “ismi” dell’era tecnologica
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Una ventina di anni fa in visita a Stoccolma, quale non fu la nostra sorpresa nel constatare che tutti, giovani e vecchi, erano in grado di parlare speditamente la lingua inglese facilitando in tal modo i nostri approcci comunicativi. Ci dissero, infatti, che la lingua di Albione era stata introdotta nelle scuole dei Paesi baltici fin dalle classi primarie e che, inoltre, sia in tv che al cinema, ogni programma veniva offerto in lingua inglese con
sottotitoli nelle lingue scandinave locali, secondo il concetto per cui la pratica vale assai più della grammatica.

Anche in Italia, ben sedici anni fa e cioè dal lontano 2003, è stato reso obbligatorio lo studio della lingua inglese fin dalla prima elementare. Noi mediterranei non vogliamo farci guardare dietro dai vichinghi in fatto di buona scuola!

Nord vs Sud

Senonché, vien fatto di chiedersi come mai sia tanto scarso il livello di conoscenza delle lingue straniere presso certe sacche geografiche del sud Italia, dove a malapena si mastica quel po’ di grammatica italiana giusto per la visibilità sui profili  di Fb. A parte le eccellenze della cultura meridionale che non entrano assolutamente in causa, le statistiche ci dicono chiaramente che la più alta percentuale di italiani con una buona conoscenza della lingua inglese risieda nel nord Italia.

Facile, di conseguenza, evidenziare come l’assetto scolastico nella sempiterna “vexata quaestio” del Mezzogiorno presenti tuttora delle evidenti crepe strutturali (e, perché no, di carattere politicamente “omissivo”), che impedisce di destinare adeguati stimoli a supporto degli studi linguistici. Ne dovrebbe sapere qualcosa il Ministro degli Esteri di chiara estrazione meridionale, costretto a frequentare corsi accelerati  allo scopo di rinfrescare il suo inglese, verosimilmente claudicante, per poter girare il mondo in lungo e in largo come da recente incarico; fatto questo che, con le preghiere di mamma e papà, gioverà alla grande per la crescita del giovane virgulto.

Salvaguardia delle identità linguistiche?

In quest’epoca globalizzata, diciamolo, la diffusione della lingua inglese ha potuto favorire ogni rapporto politico ed economico. Va detto, comunque, che l’uso ormai indiscriminato di termini e locuzioni inglesi, specie da parte della nostra beneamata categoria giornalistica, non può non creare un vulnus nelle varie identità linguistiche che rappresentano un bene morale per ogni nazione della terra. Chiediamo venia e “rinculiamo” dal nostro vezzo di usare il “working in progress” anzichè  “lavori in corso“.

Qualcuno potrebbe opporre il ragionamento inverso e cioè che l’apartheid linguistico è segno di volontà sovranistica, lontana dalla condivisione di intenti con altri Paesi del mondo. Anche ciò è vero, verissimo. Ma è anche vero che nel giornalismo, che è veicolo di diffusione e informazione, abusare di termini inglesi, come “outfit“, “fashion“, “cool” e tutta la sequela di locuzioni prese a prestito anche dalla politica, come “Jobs
act” o la “stepchild  adotion” per fare solo qualche esempio, va a creare legittimo sconcerto presso quella fascia di popolazione più sprovveduta che già fatica a stare appresso alla politica.

Le belle lingue di un’Europa che cambia

C’è da dire tuttavia che la lingua inglese riesce a conquistare chi ama un idioma sintetico, privo di fronzoli, asciutto, ma ricco di richiami fonetici che un tempo accompagnavano la gestualità assai contenuta
caratteristica dei figli del Regno Unito, ma che oggi, in tutta evidenza, ha subito un cambiamento  espressivo assai radicale. Basti osservare una seduta parlamentare a Westminster in periodo di “brexit”, altro
che i nostri amici di Montecitorio!

La lingua di Marianna, il francese, è invece come lo scorrere di un ruscello, la lingua elegante dell’era illuministica che, in filosofi come Voltaire, Rousseau o Montesquieu, vide la rivoluzione del pensiero dalle tenebre dell’oscurantismo alla luce della ragione e della scienza, nel rispetto dei diritti egalitari dell’uomo, oggi così discussi nel ripetersi dei cicli storici.

Umanesimo italiano in declino

E la bella lingua italiana, tanto maltrattata da far rivoltare nella tomba il nostro Dante? Involgaritasi sempre più con il necessario aumento delle scuole tecniche volte allo sviluppo del lavoro tra i giovani, crea purtroppo un certo decadimento culturale vista la quasi totale soppressione delle materie umanistiche, quali il
greco e il latino, ritenute del tutto obsolete da certi commentatori. A torto o a ragione il rifiuto delle nostre radici linguistiche?

La realtà economica del Paese predispone tacitamente l’andazzo delle cose in una data maniera. Pur convinti che il “qui ed ora” appare improduttivo per la crescita programmata del Paese, certe medicine, come gli antibiotici,  vanno prese secondo le urgenze del momento senza poter attendere un domani affidato purtroppo
alle precarietà sociali.

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