GEORGES BERNANOS: quel suo prezioso libro per giornalisti esordienti (e non)

GEORGES BERNANOS: quel suo prezioso libro per giornalisti esordienti  (e non)

Lo scrittore francese, celebre per i suoi romanzi “Diario di un curato di campagna” e “I dialoghi delle carmelitane”,  presi a prestito dalla filmografia e dal teatro del secolo scorso, volle attardarsi anche alla pubblicazione di un libro per giovani esordienti nel giornalismo. Egli stesso, in realtà, iniziò la sua carriera come giornalista ancor prima di dedicarsi alle cure della sua notevole produzione letteraria.

Ebbene, proprio a quel libro ci abbeverammo quando,  in età giovanile, iniziammo a muovere i primi passi nel mondo della carta stampata.

Non si trattava di un libricino tascabile, di quei “Bignami” che si portano appresso  alle prove d’esame, (i “bigini 10×15” da tenere nascosti nelle tasche dei jeans, tuttora venduti con molta fortuna), ma di un libro corposo, assai valido allora per quei giovani che intendessero  perseguire la strada sparsa di fiori, ma piuttosto impervia del giornalismo.

Bernanos  (Parigi 1888 – Neuilly-sur-Seine 1948) nacque con profonde radici cattoliche, quella stessa falsa  cattolicità che è andato combattendo lungo tutto il suo errabondaggio  per l’America Latina come novello Garibaldi del pensiero. Era il suo un pensiero assai critico, espresso soprattutto in quei saggi politici della sua maturità, scritti durante l’autoesilio impostosi prima verso il Brasile, da lui tanto amato, e infine in Tunisia. Ma, appena sessantenne,  minato da lunga e dolorosa malattia, volle tornare in Francia per quell’insopprimibile e umano desiderio di terminare la propria esistenza nella terra d’origine.

Erano quegli scritti  in contrasto con l’establishment francese e dell’intera Europa, complici dell’aberrante politica hitleriana, contro le ipocrisie della Chiesa e dell’apatica borghesia di quei tempi,  le cui maglie sono andate rivelandosi come edera attecchita fin sui muri della nostra contemporaneità.

Quel fantomatico libro

Dopo la necessaria premessa, torniamo al libro che ci interessa, purtroppo irrimediabilmente  perduto nel corso di vari traslochi.  Eppure, non disperiamo di poterlo un giorno scovare  in  qualche angolo nascosto di qualche libreria  dell’ usato.  Al di là del valore affettivo che per noi rappresenta,  sarebbe come ritrovare una “perla”  in quanto frutto della penna di un Bernanos.

Già sembra di vedere i sorrisi maliziosi di quei pochi che,  per avventura, vorranno leggerci. “Ma  chi se ne frega – diranno – di questo vecchio libro sparito dalla circolazione!”.  Beh, non hanno tutti i torti,  quando si assiste oggigiorno ad una pletora di  scuole,  manuali  e sofisticati  corsi di comunicazione multimediale.   Ma attenzione.  Il giornalista stesso,  sia agli inizi che lungo tutta la sua carriera, ha il preciso dovere di rivestirsi di una certa dose di umiltà.  Un articolo è come una pietra lanciata in acqua che va ad allargarsi in giri concentrici,  servendo, nel rispetto della liberta di espressione,  a veicolare quella cultura capace di accrescere  le coscienze.

Ci piace comunque  riportare alcuni di quei suggerimenti dello scrittore  che restano intatti nella nostra memoria,  forse ininfluenti sul bagaglio conoscitivo di quei giovani che hanno già tutte le carte in regola per diventare dei seri professionisti del mestiere. Tuttavia,  a ciascuno di noi sarà utile  ogni  tanto  “risciacquare i panni in Arno”.  Ed eccone  alcuni:

  • Mancanza di  sintesi, vale a dire la ripetizione a iosa di uno stesso concetto.  Sembra, a nostro avviso,  la carenza  più comune.  A che serve ripetere  un’informazione  da un paragrafo all’altro,  col rischio di cadere nel gioco dell’imbonitore  che ti martella il cervello con le stesse frasi nell’intento di vendere un suo prodotto?
    Vero è che, oggi, un articolo  viene sottoposto alle regole del “vu’ cumprà”, un prodotto mercificato,  ingoiato  senza sputare le ossa da quei  Molossi giganti  delle piattaforme sociali.
  • Rilettura dell’articolo Non rileggere ciò che si è scritto è una lacuna dovuta alla fretta, assai  comprensibile per il redattore che deve consegnare l’articolo in tempi ristretti. Può accadere così tutta una serie di piccole e grandi  “sviste”:
  1. Una virgola messa male cambia completamente il senso del discorso, creando altresì errori sintattici  quando  va a separare troppo alla lontana il soggetto di  una frase primaria dal suo predicato verbale per  l’ interferenza di una o più frasi secondarie. Attenzione quindi a come si va a collocare  la preziosa “codina” di quella virgola.
  2. Non dimenticare la spiegazione di certi acronimi che possono risultare astrusi non solo al lettore comune ma a chiunque.
  3. Anche l’omissione di “virgolette”  al punto giusto di alcune citazioni  crea confusione.

Quindi, rileggere, rileggere, rileggere.  Qualche minuto in più per farlo è un punto a favore  di chi scrive e di chi legge.

  •  Gerundio Mai iniziare un capoverso  con  questa forma verbale.  Credevamo tale errore ormai desueto,  ma qualcuno… ancora ci casca.
  • Congiuntivo Da sempre è la nota dolente. Peccato che Bernanos non possa assistere agli strafalcioni odierni che infiorano la bocca di politici e personaggi della tv.
  • Paragrafi troppo lunghi    Risultano abbastanza  frequenti  anche al giorno d’oggi,  senza un “accapo” che faccia tirare un respiro di sollievo al lettore, il quale, anche se interessato al contenuto, è costretto a voltare… pagina.  Pietà  per chi legge.
  • Chiarezza di esposizione – Il giornalista  ha il dovere di esporre i suoi concetti  in modo chiaro e comprensibile,  essendo uno scritto  rivolto  “al colto e all’inclita”.   Lo  stesso Indro Montanelli ce lo raccomandava.
  • Ovvietà espressive – Cercare di evitarle ove possibile.  Tutti sanno che la luna è bianca, il sole giallo, il tramonto rosso,  et similia.

Quisquilie, pinzillacchere?  Già.  Del resto, abbiamo riportato fedelmente  solo quanto ci torna alla memoria dei consigli di Bernanos,  pur sentendoci in cuor nostro – lo confessiamo –  come la “maestrina dalla penna rossa” da libro “Cuore”.

L’era del “piombo” e del bicchiere di latte

Prima delle moderne tecnologie di stampa cartacea, il mestiere di un giornalista ai primordi era correre al mattino presto in tipografia, respirare l’odore non proprio asettico del piombo, correggere le bozze, preparare il “menabò” e vedere alfine la nascita di un foglio ancora umido di inchiostro, che considerava la sua creatura.

La correzione delle bozze, con tutti i curiosi simboli occorrenti per riparare i “refusi”, costituiva  per l’appunto un capitolo importante di quel libro. E l’ambiente delle tipografie faceva, per così dire,  le veci di un odierno social, nello scambio colloquiale con quei ragazzi dalle unghie orlate di nero, laboriosi e scanzonati, che ti prendevano bonariamente in giro senza mancarti di rispetto.

Una curiosità. Ricordiamo come fosse adesso che la tipografia metteva a disposizione di quei giovani numerose bottiglie di latte per disintossicarsi dal piombo, consigliandone  a ciascuno  almeno mezzo litro al giorno. Non era latte “senza lattosio”, non era latte  di soia per vegani, non era latte di pecora né di capra pro Hdl, era latte di mucca e basta. Una mucca beata, ruminante erba di pascoli non ancora altamente inquinati  dall’effetto serra.

L’era digitale col seduttivo Mister PC

L’odierna concorrenza tra stampa cartacea e stampa online è come un campo di battaglia  senza ancora né vincitori né vinti, laddove l’editoria giornalistica tradizionale, obtorto collo, scende a compromessi per salvare in qualche modo la vendita del foglio con tutta una serie di invitanti gadgets presso le edicole. O, quantomeno, ripensando a sistemi di vendita alternativi. Ad onta di ciò, i futurologi  indugiano in previsioni non proprio rosee per il “cartaceo”, presagendone  l’ inevitabile e non troppo lontano tramonto.
Oggi, il giornalista di qualsiasi appartenenza viene facilmente esposto ai capricci del suo primo e insostituibile strumento di lavoro, l’affascinante e subdolo  Mister  PC. Soggetto a continui sbalzi d’umore, in quanto sovraccarico di potenzialità operative un tempo considerate da fantascienza, quando ti s’impalla sotto mano sono cavoletti di Bruxelles.

Il regalo di Macron a Papa Francesco

Col rischio di dilungarci e cadere nella trappola lamentata delle prolissità, riteniamo opportuno rammentare che Macron, in occasione della visita in Vaticano del giugno 2018, regalò al nostro Pontefice proprio il libro di Bernanos “Diario di un curato di campagna”.

Ne seguirono svariati e spesso ironici commenti, considerati i rapporti piuttosto caustici tra il nostro Paese e  la  “Marianna”. Bernanos, pur lieto di vedere il suo libro balzato alle recenti cronache, avrà dei soprassalti, dei rigurgiti, vagolando il suo spirito  tra le luci e le fitte nebbie del nostro secolo.

Questa è stata in fin dei conti l’occasione per rievocare il grande scrittore, che va oltre la letteratura francese.  Approfondire il suo percorso esistenziale darebbe modo di comprendere  meglio come, nei suoi taglienti “pamphlet”, cercasse forse il superamento dialettico  di certe sue passate e alternanti  posizioni politiche e ideologiche, nonché a ricomporre quel suo tormentato dissidio interiore, tendente all’esasperato esame psicologico dell’animo umano nella continua lotta tra il Bene e il Male, assolti con l’aiuto finale della Grazia.

Tra i numerosi aforismi di Bernanos eravamo tentati di estrapolarne alcuni assai significativi. Ma, amando i giovani e fiduciosi nella loro combattività, basti riportarne soltanto uno:

E’ la febbre della gioventù  che mantiene il resto del mondo alla temperatura normale. Quando la gioventù si raffredda, il resto del mondo batte i denti“.

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