Quando a Roma le “case” erano ancora chiuse – Prima e dopo, episodi inediti e (quasi) segreti

Quando a Roma le “case” erano ancora chiuse – Prima e dopo, episodi  inediti e (quasi) segreti
Prostitute - Toulouse Lautrec

Qualche primavera sulle spalle è per alcuni versi un grande vantaggio.  Il vociferato risorgere dalle ceneri delle case chiuse, che sta suscitando nei signori uomini, giovani e vecchi,  sorrisetti  di complice maliziosità,  mi coinvolge in prima persona  in quanto testimone di certe curiose memorie al riguardo, costringendomi ad abbandonare per una volta  quel formale “pluralis maiestatis” che in  alcuni passaggi mi va d’intralcio.

Era il 1958 quando la senatrice Lina Merlin fece chiudere le case di tolleranza, così chiamate perché il ” piacere “, o godimento dei sensi, era considerato dai benpensanti  alla stregua di un peccato umano da tollerare. E proprio in quegli anni ’50, indimenticati,  correvano tra i giovani italiani i primi, prudenti fremiti di quella liberazione sessuale portata dai venti d’oltre Atlantico.

In realtà, la spensieratezza degli anni giovanili teneva noi ragazze, come dire,  un po’ distratte dai grossi temi sociali, dalle cose della politica, prese dallo studio e dalla visione di un futuro al quale tutti credevamo. Ma, poi, quale liberazione sessuale! E quando sarebbe arrivata per le donne, considerate il fanalino di coda di una società maschilista?  In età post-adolescenziale,  le ragazze venivano rigorosamente controllate dalla famiglia, l’ uscita di sera era una chimera se non accompagnate. Il massimo che potevano concedersi col fidanzatino era un bacio ( “baso non fa buso”), nella vaga consapevolezza  che il frenato ardore maschile poteva venir compensato in certi “posti” che  suscitavano in noi tutte , è innegabile,  una qualche legittima curiosità. Quel bacio della serie “Susanna tutta panna” bastava a tranquillizzare i dubbi e mettere al riparo  da… certi inconvenienti.

Ipocrisie, compromessi, chiamateli come volete, era il moralismo  di allora che solo il matrimonio  svincolava  dai limiti imposti alla libertà sessuale. Se ci si concedeva prima dell’ altare, si veniva considerate  “ragazze poco serie”.

Ricordo quando, un Capodanno, mi ero messa in ghingheri e piattini per un veglione organizzato tra studenti.  E, in attesa che mio fratello se ne uscisse di casa per fatti suoi, pensai bene di mettermi  a letto coperta fino al collo fingendo di dormire. Ma quel furbetto, come mai come non mai, s’accorse della manfrina e la mia festa andò a carte quarantotto. Nel torto assai mal digerito, non riuscivo a capire che mio fratello, in quel momento, si sentiva investito della responsabilità di capofamiglia  essendo venuto a mancare mio padre.  Lui, come vedrete, resta al centro degli episodi che vado a raccontare. Ma il “baubau” della mia prima gioventù diventerà con gli anni un uomo assai liberale, giramondo, ma tuttora con atteggiamenti da “tutor” nei miei confronti.

Via Capo le Case a Roma, una strana toponimia

Se questa via sottintendeva a quei tempi il polo delle case di tolleranza capitoline, in realtà la sua etimologia toponimica  ha ben altro significato.  Infatti,  vuol dire “ad capita domorum” ( ossia, “all’inizio delle case”) riferito fin dal sec. XV alla zona che, segnando  il confine orientale dei rioni Colonna e Trevi, indicava il limite dell’abitato oltre il quale ci si inoltrava nella campagna. Altro che case di piacere!

Tutto ciò allo scopo di rivangare un altro divertente episodio al riguardo.

Un giorno, passeggiando con due o tre amiche proprio lungo Via Capo le Case,  a un tratto vidi arrivare mio fratello con un gruppetto di amici.  E quale non fu la nostra  spontanea reazione se non quella di infilarci nel primo portoncino per nasconderci.  Senonché,  appena dentro, sentimmo apostrofarci  con un divertito “Ma che fate, non sapete dove siete andate  ad infilarvi!!”.

Già, se quello era un bordello, mio fratello si guardò bene dall’informarci come mai lui e i suoi amici si trovassero giustappunto da quelle… bande.

Quel civico n° 7

Arriviamo con un veloce balzo a metà degli anni ’80, quando  l’emancipazione femminile aveva fatto un bel passo in avanti, ma ancora così lontana dal riconoscere alla donna i pieni diritti di parità con l’uomo.  
Per una serie di circostanze, mi trovavo con mio figlio di appena dieci anni in casa di mia madre, situata a un civico n° 7.   A ciò va aggiunto che, poco più in là dalla nostra, c’era una breve strada senza uscita,  vietata al traffico dei veicoli ,  nella quale si affacciava una teoria di villini immersi nel verde.  In uno di quei silenziosi villini, proprio al n.7, si diceva, si mormorava che ci fosse una di quelle  case “compiacenti”. Anche perché era come un Grand Hotel, gente che va e gente che vien.  Capitava spesso che, per errore,  suonassero al nostro citofono  e ci voleva la pazienza di mia madre per indirizzarli al posto giusto!

Ma non è finita qui.  Quel monello di mio figlio, che scorrazzava in bici per quella stradetta, ci informò  in tutto candore di aver visto un famoso cantante italiano uscire dal cancello di quel  famigerato  n° 7!  Per il bambino, in realtà,  l’eccitazione della notizia consisteva unicamente nell’aver incontrato il suo cantante preferito.  Ma….  chi era quel famoso ed amato cantante nostrano?  Non ve lo dirò mai.  In primis, perché rispetto la serietà del giornale e, in secundis, perché erano affari suoi.

Lina Merlin, madre della Repubblica

La padovana Lina Merlin,  al secolo Angelina Merlin (1887-1979), si starà rivoltando nella tomba. Partigiana socialista e laica, nella sua liberalità  scevra da compromessi  spese la sua battaglia  in difesa di quelle donne, che lei stessa invitava a non chiamare “prostitute”  ma “donne che amano male perché furono male amate”.

Ferrata costituzionalista, passa alla storia come “madre della Repubblica, avendo, con alcuni altri giuristi, posto mano alla stesura della Carta costituzionale.  E  a quegli oppositori che denunciavano  il suo progetto di chiusura delle case come anticostituzionale ( vecchio e attuale  bla bla bla ),  sventolava  in difesa della dignità femminile  – mortificata dal  coatto sfruttamento di uno Stato  “pappone” –   quell’art. 3 della Carta  che contempla pari diritti a tutti i cittadini,  cui appose di suo stesso pugno la frase “senza distinzione di sesso“.

Per inciso, fu la Merlin ad abolire  quel marchio di “figlio” di N.N.” ( dalla locuzione latina “Nomen Nescio” ) indicato  sulle carte anagrafiche  nel caso di paternità sconosciuta. E suoi furono numerosi  e decisivi  interventi legislativi a favore dei soggetti più deboli.

A colloquio con la Fallaci

Vale la pena riportare un  episodio,  estrapolato  da un’intervista fatta  nel 1963 da Oriana Fallaci alla Merlin, quando ormai, anziana ma sempre battagliera,  se ne volle stare lontana dalla politica.

Un giorno la senatrice  fu avvicinata da un uomo che le disse:
“Compagna, pensa al male che fai con la tua legge. Dove può andare un vedovo vecchio e gobbo se non in quelle case?”.
E la Merlin rispose: “Dove può andare una vedova vecchia e gobba che non sa dove procurarsi un bel giovanotto? Anche le donne hanno i loro problemi.”
“Se voi ritenete – proseguì  la Merlin – che quello sia un servizio sociale e i cittadini maschi abbiano diritto a quel servizio, allora istituite il servizio obbligatorio per le cittadine dai 20 anni in su. Anche per le donne sia considerato un servizio sociale”.

La logica stringente e provocatoria,  priva di pregiudizi,  ci consegna  nella vera luce la figura di una donna  che  sapeva difendere  la donna.  Averla oggi, nel marasma dei femminicidi,  sarebbe una fortuna  per la giustizia italiana.

Riapertura delle  “case”?

A che serve riaprire le case, ora che il sesso è completamente libero?  Vero è che,  di notte,  le arterie di periferia  sono come terra dei fuochi,  dove giovanissime falene di ogni provenienza vengono sbattute alla mercè di sfruttatori,  esposte ad ogni pericolo e senza alcuna tutela.

Sembra però evidente che un eventuale  ripristino dei bordelli venga da qualche parte invocato come il  cacio sui maccheroni per il riassesto della traballante situazione economica del Paese.  Lo Stato, depauperato dagli introiti fiscali venuti meno con la grande diffusione della prostituzione  in nero, vuol farsi pagare i regolari “scontrini” alla cassa,  secondo  quei tariffari  che  all’epoca  prevedevano “dalla Sora Gemma” un sovrapprezzo di pochi centesimi  per tanto di “asciugamani e sapone”.

Dove reperire le “location”  previste dal nuovo ddl, quanto tempo per risistemare le signorine a spasso? E’ futurologia.  Se la vedranno i nostri nipoti, magari con le App ci riescono.

Con l’Italia divisa in due, Tav o non Tav, quota 100, ponti di ricotta  che crollano, dissesto idrogeologico,  centri per l’impiego che impiegheranno solo i “navigator”,  migranti e tutto il resto, ci stiamo… “incasinando” sempre di più.

Angela Grazia Arcuri

 

 

 

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