Bonafede bocciato post lauream

Bonafede bocciato post lauream

Ministro della giustizia, giusto. Meno giusto è fare scena muta in prima
serata se interrogati sui caratteri principali dell’immunità parlamentare
discussa dai giudici catanesi. Che Bonafede fosse affetto da logorrea non è
una novità, lo sono invece le sue gote rosse e le fauci impastate costrette a
cercare un sorso d’acqua per riprendere a sproloquiare.

– “Temo che non abbia letto il provvedimento.”
– “Mi dispiace ma l’ho letto.”
– “Mi scusi ma dice altre cose.”
– “No questo lo posso dire, si interroga sulla natura politica o meno di
quell’atto, e secondo il tribunale, a differenza di quella che era stata
la valutazione della procura, in quel caso non c’è la natura politica.
Fine.”
Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato, anch’esso ospite della Gruber,
è costretto ad incalzare di fronte alle vaghe risposte del ministro in merito
al tema del provvedimento:

– “Ok ma in base a quale argomento però? Se ce lo dice possiamo
discuterne.”
– “Certo, su varie valutazioni.”
– “Possiamo dire quella principale?”
– “Sì, su varie valutazioni ora non so..”
– “Quella principale.”
– “Non sto a spiegare, la spieghi lei.”
– “E volentieri la spiego io, prendiamo atto che lei non ce l’ha detta.
Ciò detto, dicono i giudici di Catania, così come dice Onida, ex
presidente della corte costituzionale, e in generale tutti i
costituzionalisti che dell’argomento si sono occupati, che quella
regola del riferimento all’atto politico come possibile causa di
immunità dalla giurisdizione penale, cioè non subire il processo,
essere sottratti al principio di uguaglianza cui sono sottoposti tutti i

cittadini davanti alla legge, non vale quando siano stati aggrediti
diritti fondamentali, non vale se viene colpita la vita, non vale se
viene colpita la libertà personale e l’integrità fisica dell’individuo.
Questa è la differenza sostanziale su cui non ricevo risposte.”
– “Così andiamo a finire sul tecnico.”
– “Dobbiamo andare a finire sul tecnico, lei è ministro della giustizia.”
Si chiude così il sipario ad Otto e mezzo, La7, ora di cena del 19 febbraio,
con un Bonafede fra l’assetato e l’imbarazzato, ma con la voce solo
momentaneamente spezzata.
Una mossa politica è una mossa politica, ma la mossa politica perpetuata
da un insipiente si priva dell’unico merito di poter esser considerata
strategica (valga qui l’equazione politico:strategico). L’irrefrenabile
verbosità del ministro portava ad un unico, ovvio, risultato: l’imparzialità
della sua scelta di voto. Anche se sono del colore di uno dei due partiti di
coalizione, anche se il processato è il vicepresidente leghista del consiglio
dei ministri, anche se l’accusa di sequestro di persona con aggravante di
abuso di potere lede il tessuto dell’immunità, anche se sono stati violati
diritti umani, ho agito per il bene della nazione, Salvini non deve essere
processato per il caso Diciotti.
Questo il voto del ministro Bonafede, questa la posizione della
maggioranza pentastellata, improvvisamente a favore dei privilegi. Si
potrebbe dunque dire che il ministro della giustizia abbia votato per
l’esenzione dal processo del reo, senza conoscere la reazione chimica fra
reato commesso e immunità. In altre parole senza conoscere le modalità di
applicazione della giurisdizione statale italiana in materia di immunità
parlamentare. A questo tipo di riflessione invitava gentilmente Carofiglio.
In molti, da spettatori degli interventi televisivi del ministro Bonafede, si
dicono meravigliati della sua resistenza emotiva, della sua coriaceità di
fronte agli attacchi degli avversari, del suo avere costantemente la sillaba
pronta. È qui che casca l’asino, anzi no, è proprio la sua rivincita
(dell’asino).
La resistenza di Bonafede ha poco a che fare con l’emotività. Egli infatti
non assorbe nulla di ciò che lo circonda, non introietta contenuti e dunque
nulla può scalfirlo. È un grammofono che ha orecchie solo per se stesso.

Un mulo da soma che anziché trasportare carichi deve convincere di
sapere e di sapere bene, un mulo che vuole la lode insomma. Al di là
dell’efficienza della propria parlantina, non c’è nulla che realmente senta,
né politica né giustizia, solo il parlarne fluidamente.
L’ascolto serrato delle sole proprie parole, ha portato il ministro a costruirsi
una certa idea di sé, alterata, come è logico che sia. Un ascolto di questo
tipo porta infatti a chiudersi in se stessi, a creare un universo dove
arbitrariamente possono coincidere parole e cose.
Ma quale profilo di sé presenta al pubblico il ministro della giustizia a
cinque stelle?
È quello dell’onesto giustiziere che, pensate un po’, ha deciso di riportare
al vecchio splendore la decadente democrazia contemporanea, guardando
al popolo e alla equa somministrazione della giustizia. Praticamente
Pericle. Se non fosse per alcune sottili differenze. Pericle la fiducia del
popolo la guadagnò a suon di politiche egalitarie, processando corrotti,
rendendo la politica e le sue cariche accessibili alle classi meno abbienti.
Suo predecessore, Efialte, venne assassinato da un manipolo di oligarchici
per i numerosi processi intentati a vari membri dell’Areopago, sede di
quella che oggi cadrebbe sotto il nome di “casta”.

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