Cile: transizione energetica, obiettivi ambiziosi
La transizione energetica in Cile appare più avanzata che nella maggior parte dei Paesi del Sudamerica. La combinazione di una geografia favorevole, di risorse importanti, delle aspettative dell’opinione pubblica e della volontà politica ha favorito l’introduzione di numerose misure negli ultimi 25 anni.
Dal suo arrivo al potere nel 2022, il Presidente Gabriel Boric afferma poter superare gli obbiettivi prefissati finora sul piano nazionale, raggiungendo emissioni zero prima del 2050, e sul piano internazionale sviluppando le capacità di produzione ed esportazione del litio e dell’idrogeno verde. Sebbene il contributo del Cile alle emissioni di gas effetto serra (GES -Good Environmental Status) sia marginale su scala mondiale (inferiore a 0,25% sul totale nel 2021), negli ultimi tre decenni è in realtà aumentata (0,15% del totale nel 1990). Inoltre, nonostante il peso in costante aumento delle energie rinnovabili dall’inizio del 2000, il mix energetico primario rimane molto carbonioso: secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), nel 2021 almeno il 44% dell’offerta energetica proveniva dal petrolio, 16% dal carbone, 14% dal gas naturale e solamente il 6% dalle energie rinnovabili. Il settore dell’energia rimane il principale settore responsabile dei gas a effetto serra (il 75% del totale delle emissioni del Paese), principalmente per il consumo di carbone necessaria alla produzione di elettricità, così come il consumo del diesel nei trasporti. Rapportate alla popolazione, le emissioni si pongono leggermente sotto alla media mondiale (secondo Global Carbon Project, 4,4 e 4,7 tonnellate di CO2 per abitante nel 2021), ma ampiamente sotto la media dei Paesi OCSE (10,2 tonnellate nel 2021). Dall’inizio degli anni 2010, i governi hanno applicato delle politiche di transizione energetica sempre più ambiziose. Nel 2015, nel quadro dell’accordo di Parigi, il governo di Michelle Bachelet si è impegnato a ridefinire e aggiornare regolarmente gli obbiettivi a lungo termine, chiamati “contributi determinati a livello nazionale” (CDN). Il Cile si è così impegnato a raggiungere emissioni zero nel 2050. La strategia è approfondita in un piano quinquennale chiamato “politica energetica a lungo termine” (PELP, pubblicato per la prima volta nel 2015). Dal 2017 il Paese dispone anche di una sola rete elettrica nazionale interconnessa (fino a quel momento, la rete elettrica cilena era esclusivamente gestita da operatori privati, dalla produzione alla distribuzione). Dal suo arrivo al potere nel marzo del 2022, il Presidente Gabriel Boric ha cominciato ad accelerare significativamente la transizione energetica, facendo della lotta contro il cambiamento climatico una delle sue priorità. Nel luglio del 2022 il Cile ha adottato la prima legge quadro sul clima che prevede il raggiungimento di emissioni zero entro il 2050. Questa legge fissa anche un obbiettivo nel campo delle energie rinnovabili: dovranno rappresentare l’80% della produzione di elettricità nel 2030 contro il 60% del 2022 (30% idroelettrica e 30% eolico e solare). La legge prevede anche la chiusura delle centrali a carbone da qui al 2040. Tenendo conto delle condizioni geografiche e climatiche del Cile, le energie rinnovabili sono veramente competitive e necessitano dell’appoggio dello Stato per svilupparsi. Il governo ha anche introdotto un mercato del carbonio, a un prezzo molto basso, circa 5 euro per tonnellata di carbonio, che va a sua volta a rafforzare il sostegno alle fonti di energie decarbonizzate. Per quanto riguarda la transizione energetica, i due principali cantieri sui quali lavora il governo Boric sono l’idrogeno verde e il litio. Per il primo si tratta di portare il Cile a leader mondiale nella produzione ed esportazione di idrogeno verde. In effetti, il Paese dispone di un grande vantaggio per via delle condizioni favorevoli alla produzione di energie rinnovabili, che siano di origine eolica in Patagonia, dove i venti sono tali che le pale eoliche raggiungono dei fattori di efficienza solitamente applicati alle pale eoliche offshore, o all’energia solare, soprattutto al nord dove il tasso delle radiazioni solari è più il più elevato del pianeta.
Il governo ritiene che il Cile possa essere competitivo tra i produttori di idrogeno verde, con costi molto ridotti rispetto ad altri produttori e di è prefissato come obbiettivo l’esportazione di 2,5 miliardi di dollari di idrogeno entro il 2030. Per quanto riguarda il litio, si tratta per il governo attuale di diversificare gli attori e sviluppare il valore aggiunto, il tutto con una crescente partecipazione dello Stato cileno. Il Cile è il secondo produttore mondiale di litio e possiede le riserve più importanti del pianeta. A questo titolo, può e deve continuare a giocare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale. Ma deve anche accelerare l’attuazione della strategia lanciata dal governo Boric lo scorso aprile e che vede la definizione di troppi punti lacunosa. Il Presidente Boric vuole il Cile a capo della produzione mondiale di litio, ma secondo le previsioni di JPMorgan verrà sorpassato da Argentina e Cina nella corsa al litio all’orizzonte del 2030. Il Cile può ancora fare qualcosa per aggiustare questa rotta? Tenuto conto dei numerosi progetti in via di sviluppo sia in Argentina che in Cina e il tempo di gestazione dei progetti cileni, il pericolo che il Cile corre in questa gara è effettivo. Il 2030 è dietro l’angolo. Il ritardo accumulato dal Paese si spiega in parte per la poco chiara governance dei salars (termine usato in America Latina per indicare i laghi salati che si trovano negli altopiani desertici andini, ndr) quando è stato rimodulato il codice minerario nel 1982, perché la relazione tra Stato proprietario del litio e il concessionario minerario privato non è stata ben definita e rende i progetti complessi. Inoltre, per gli analisti i governi degli ultimi venti anni hanno peccato di visione e volontà politica per chiarire questa governance e rilanciare così la filiera litio. Il governo del Presidente Boric è cosciente del ritardo accumulato e lavora in due direzioni. Da una parte la creazione di una Strategia nazionale per il litio e dall’altra attraverso la rimodulazione totale del sistema dei permessi ambientali, soprattutto per i grandi progetti minerari e energetici. L’idea è quella di semplificare il sistema attuale per renderlo più snello senza sacrificare le esigenze ambientali, creando uno sportello unico per una migliore coordinazione e una migliore interazione tra le entità coinvolte. Il tempo medio per lo sviluppo di un progetto minerario oggi è di sette anni. L’obiettivo è quello di ridurlo di uno o due anni. La Strategia nazionale per il litio presentata dal Presidente Boric nell’Aprile del 2023 intende mettere lo Stato cileno al centro dell’industria cilena del litio che vede oggi due soli attori privati – l’American Albemarle e la Cilena SQM che producono tutte e due dal salar di Atacama. Per il governo la logica della presenza dello Stato nella produzione del lito sta nel fatto che questo appartiene allo Stato e non è alienabile. Il governo ha dunque dato mandato alle sue due società minerarie pubbliche, Enami e Codelcomper negoziare dei partenariati pubblico-privati con attori già esistenti o con potenziali attori.
Il problema sta nel fatto che queste due società pubbliche non conoscono l’industria del litio e che devono assegnare le loro risorse prioritarie alle loro attività di base – la produzione di rame. In questo contesto, l’apporto dello Stato è marginale oltre a irrigidire molto i progetti, soprattutto sui salars, che saranno definiti strategici e per i quali lo Stato dovrà detenere il controllo. La creazione di una società nazionale per il litio sembra difficile da realizzare nei prossimi due anni che rimangono a questo governo perché bisognerà passare dal Congresso con le complicazioni e ritardi che questo significa. Inoltre, l’opposizione non è favorevole alla creazione di questa entità e alcuni parlamentari di destra propongono di rendere il litio concessionabile come accade in molti altri Paesi, con una struttura di royalty che garantisca allo Stato una giusta ripartizione dei profitti senza che lo Stato ne sia azionario. Questo è lo schema già operativo nel salar di Atacama dove i due attori Albermarle e SQM hanno versato allo Stato nel 2022 più di 5 miliardi di dollari di royalties tenendo conto del corso astronomico del litio quell’anno. La strategia governativa fa dello sviluppo della catena di creazione di valore del litio uno dei suoi assi strategici. Al di là della sola esortazione del minerale, si tratta soprattutto di sviluppare la raffinazione, lo sviluppo dei procedimenti elettrochimici e la produzione di precursori per batterie. Ma il governo riconosce che la produzione di batterie, in particolare per veicoli elettrici, deve essere fatta insieme ai costruttori di questi veicoli per evidenti motivi strategici. Ora il Cile è un piccolo Paese senza industrie automobilistiche. Ma potrebbe avere senso produrre non batterie finite ma dei catodi per batterie ed è quello che faranno le due società cinesi BYD e Tsingshan.
Lo sviluppo dell’industria delle batterie e dei veicoli elettrici soffre anche della scarsa domanda locale. Per l’assenza di incentivi fiscali, il mercato delle auto elettriche è ancora molto marginale in Cile. Lo sviluppo dell’industria delle batterie e dei veicoli elettrici soffre anche della debolezza della richiesta locale. A causa degli scarsi incentivi fiscali, il mercato delle auto elettriche è ancora molto limitato in Cile. Tuttavia, l’elettrico e l’idrogeno coprono un ruolo importante nei trasporti pubblici e nell’industria mineraria (il Cile è il primo produttore mondiale di rame). Nella regione, anche il Brasile sembra orientarsi verso l’utilizzo di mezzi elettrici nel trasporto pubblico.
La cosa più urgente ora pare essere una precisazione da parte del governo su alcuni aspetti ancora troppo vaghi della sua strategia nazionale per il litio. La classificazione dei salars o la definizione del controllo auspicato dallo Stato cileno nei partenariati pubblico-privati. Per gli esperti il governo deve assolutamente rispettare al meglio lo statuto delle concessioni minerarie private delle quale ha bisogno per costruire i partenariati pubblico-privati.




