La tragedia dell’Eugenetica, dietro il calcolo del Q.I.

Il Quoziente intellettivo è un punteggio ottenuto mediante una serie di test standardizzati, per misurare lo sviluppo intellettuale dell’individuo. Oltre a gioco divertente, o “app” scaricabile dal cellulare, Il test del Q.I. è utilizzato attualmente per prevedere possibili prestazioni lavorative e scolastiche, o per riconoscere alcune patologie sociali, degne di una speciale educazione. Non possiede, tuttavia, il grado d’assolutezza che accompagnò la sua scoperta e la sua prima diffusione.

Alfred Binet, direttore del laboratorio di psicologia alla Sorbona, fu uno dei primi scienziati a mettere in discussione la disciplina della frenologia, che si occupava del calcolo dell’intelligenza a partire dal volume del cranio. D’apprima sosteniore indiscusso del metodo favorito del secolo, rimase sorpreso nel constatare che spesso non vi era alcuna forma di differenza tra le misure dei crani di bambini più o meno ritenuti brillanti, e che l’emblema dell’oggettività del XIX secolo era giunto alla fine.

 

Nel 1904 Binet venne incaricato dal Ministro della Pubblica Istruzione di sviluppare delle tecniche per identificare quei bambini che risultavano caratterizzati da problemi di apprendimento o lievi ritardi, così da garantire una giusta educazione per tutti. I primi test del Q.I. furono così somministrati singolarmente a giovani studenti, che dovevano spesso svolgere mansioni molto semplici, legate alla vita quotidiana.

Consapevole del fatto che si unificavano aspetti diversi dell’intelligenza, e che poteva essere pericoloso l’attribuire un punteggio fisso, come si trattasse dell’altezza, alle capacità mentali degli individui; Alfred Binet non parlò mai di innatismo ed ebbe come scopo soltanto quello di aiutare costoro, promuovendo forme d’educazione speciale.

Il messaggio del fondatore del Q.I. venne, tuttavia, completamente travisato da tutti coloro che accostarono questo calcolo alla teoria dell’innatismo. Henry H. Goddard fu uno dei massimi esponenti di questa posizione, che finì inevitabilmente per mescolarsi con l’Eugenetica. Egli si occupò in particolare di coloro che battezzò “moron”, termine che dal greco è traducibile con “idiota”, ovvero di coloro che, ottenuto un punteggio piuttosto basso nel calcolo del Q.I., erano considerati per natura inferiori. Distruggendo tutti gli aspetti fondamentali della posizione di Binet, egli sostenne che l’intelligenza fosse un processo ereditario innato, e dunque inevitabile; e che fosse determinante non soltanto dell’attività cerebrale, bensì anche del comportamento umano e delle emozioni. La criminalità, la prostituzione, l’acolismo e la difficoltà di controllare le emozioni, furono aspetti direttamente attribuiti alla capacità intellettiva. <<La gente che fa un lavoro ingrato>> scrive Goddard nel 1919  <<è di regola nel posto che le spetta>>.

L’Eugenetica, disciplina che studia tutti gli agenti che possono migliorare o peggiorare le qualità razziali delle generazioni future mentalmente o  fisicamente, era nata soltanto pochi anni prima, nel 1883 ad opera di Francis Galton. Con la sua attività etichettante e catalogante, trovò basi solide per le sue affermazioni nella posizione di Goddard, che ne mostrava l’obiettività scientifica: coloro che raggiungevano un punteggio basso erano un danno per la società, dunque non dovevano procreare.

Che farne, allora? L’eugenetica si distinse in una forma positiva, che promuoveva la rieducazione di tali individui; e in una fortemente negativa, che al contrario sosteneva la sterilizzazione forzata. Proprio allora, infatti, le leggi di Mendel erano state riscoperte e si tendeva a considerare anche i caratteri più complessi come determinati da un solo gene, eliminabile con una appropriata limitazione della procreazione: nel 1898 lo stato del Michigan esaminò una proposta di legge con la quale si imponeva la sterilizzazione per gli inadatti, i criminali recidivi, i malati mentali e gli epilettici, in modo che non potessero riprodursi.

Henry Goddard considerò questa proposta impraticabile e promosse al contrario il loro confinamento all’interno di colonie specifiche, come quella posta a Vineland nel New Jersey. I giovani considerati inferiori dovevano essere controllati quotidianamente ed era loro severamente vietato ogni legame sessuale, per evitare la procreazione: <<Trattateli come bambini in conformità alla loro età mentale, incoraggiateli ed elogiateli costantemente, non scoraggiateli o non rimproverateli mai; e li farete felici>>.

Oltre ad evitare la procreazione, poi, era necessario che si limitasse l’immigrazione di “moron”, e per questo vennero posti nei luoghi di sbarco interpreti, che dovevano somministrare test a coloro che consideravano deboli mentalmente.

I risultati furono sconvolgenti, chi avrebbe mai potuto immaginare che gran parte dei rappresentati delle varie nazioni del mondo, potesse essere definita “moron”?

Senza la minima considerazione per la loro povertà, ignoranza e difficoltà sociale, costoro vennero posti ai margini della società, a svolgere tutti quei mestieri così umili e sottopagati, che mai sarebbe stato possibile proporre a uomini dotati d’intelligenza “normale”.

A partire dal 1928, però, Goddard sembrò cambiare idea. Modificò le sue posizioni pensando che fosse necessario rieducare i deboli mentalmente all’interno della società, senza la necessità di segregazione :<<Per quanto mi riguarda, penso di essere passato al nemico>>, confessò.

Il suo messaggio, però, aveva già fatto il giro dell’America e venne diffuso in particolare dall’innatista Lewis Terman, che introdusse nel 1916 lo Standford-Binet, standard di tutti i test del Q.I. che seguirono. Il test doveva essere proposto a tutti gli individui, anche per poter prevedere e limitare la criminalità. Strumento di emarginazione razziale e morale, il test permise di immaginare una struttura della società ben determinata, in cui era facile scoprire  chi sedeva al vertice e chi invece era costretto a muovere soltanto gli ingranaggi della grande macchina dello Stato.

Ciò che poteva a buon diritto essere ritenuto valido come  prova della disuguaglianza sociale ed economica degli individui, come testimonianza dell’assenza di pari opportunità; venne utilizzato al contrario per celebrare la superiorità di una particolare razza, nazione o classe sociale.

La storia del Q.I. dimostra quanto ogni teoria scientifica, di per sè probabilmente utile, possa trasformarsi nel cancro di una società. Il limite della degenerazione è costantemente alle porte.

Bisognerebbe guardarsi, dunque, da tutte quelle pratiche del controllo umano e dell’intervento eugenetico per il miglioramento della specie, che potrebbero trasformare noi stessi in macchine perfette, e il nostro universo nel “mondo nuovo” del romanzo di Aldous Huxley, così tragicamente simile all’immagine della scala sociale pensata da Terman. Come il Selvaggio del libro, noi tutti dovremmo rifiutare una società di perfezione intellettuale, e reclamare il diritto di essere infelici.

Alice Andreuzzi

14 ottobre 2012

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