VACCINI, STAMINALI E ORA ANCHE L’OLIO DI PALMA. TRA FALSI MITI E SCOMODE REALTA’

VACCINI, STAMINALI E ORA ANCHE L’OLIO DI PALMA. TRA FALSI MITI E SCOMODE REALTA’

Le campagne attribuiscono all’olio di palma una nocività che, tuttavia, non riescono a dimostrare. Duerighe ha voluto affrontare l’argomento con Giordano Masini di Strade. Giornalista scientifico ed esperto di temi ambientali, Masini ha detto: “L’olio di palma? Non è certo un prodotto da bandire”

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Ultimamente si è parlato molto di olio di palma: sul web e non solo è impazzita una vera e propria campagna denigratoria che, però, non ha mai portato a una certezza scientifica. Il periodico Strade ha promosso un convegno alla Camera dei Deputati per inquadrare il problema sotto un altro punto di vista, dove scienza e razionalità prevalgano sull’ideologia e l’allarmismo. Ne abbiamo parlato con Giordano Masini, che di Strade è caporedattore e ha dedicato molti approfondimenti al tema “olio di palma”.

Cominciamo a parlare dell’argomento che sembra preoccupare di più le famiglie. L’olio di palma fa male alla salute?

No. Per quanto riguarda gli effetti sulla salute dell’olio di palma, è piuttosto facile comprendere come stanno le cose, la letteratura scientifica in materia è molto chiara e comprensibile anche ai giornalisti che non si occupano frequentemente di scienza. Se finora la stampa ha dato così tanto risalto a chi considera l’olio di palma come una sorta di veleno è per quella pigrizia nel verificare le fonti. La stessa pigrizia che ha permesso il diffondersi di tesi pseudoscientifiche e antiscientifiche su molte materie, dal caso stamina ai vaccini, di cui si sta parlando molto in questi giorni. Eppure non esistono elementi per dire che l’olio di palma sia dannoso per la salute, o almeno che lo sia più delle sue alternative.

Quindi un po’ male lo fa, lo ammette anche lei.

Non più del burro, per fare l’esempio più immediato. Sono entrambi grassi saturi, e il loro profilo rispetto alle malattie cardiovascolari è lo stesso. Ma questa è una campagna contro l’olio di palma, non contro i grassi saturi, recentemente riabilitati da numerosi studi scientifici che ne ridimensionano l’impatto negativo sulla salute. Anzi, chi promuove questa campagna invita esplicitamente le aziende a sostituirlo anche con il burro.

E gli altri oli vegetali?

Dipende da come vengono “solidificati”, ovvero trasformati in margarine. Se avviene attraverso il procedimento più comune, l’idrogenazione, si arricchiscono dei cosiddetti “acidi grassi trans”, il cui uso èdirettamente correlato a molte patologie, non solo cardiovascolari. Il successo dell’olio di palma è anche un prodotto delle legislazioni restrittive nei confronti dei grassi idrogenati o trans. L’olio di palma difatti avendo una composizione semi-solida non viene idrogenato. Quindi abbiamo un profilo di rischio inferiore a quelle dei grassi vegetali idrogenati, e analogo a quello del burro. Non mi sembra l’identikit di un prodotto da bandire. Poi, possiamo discutere dell’opportunità di ingozzarsi di nutella e merendine, ma questo è un altro discorso, credo che mai come oggi i consumatori dispongano delle informazioni necessarie per seguire una dieta sana e bilanciata.

E l’ambiente? Non mi dirà che l’olio di palma fa bene – o non fa male – anche all’ambiente. Le immagini delle foreste pluviali del sud est asiatico sostituite dai filari di palme non sono proprio un bello spettacolo. Ne conviene?

Ne convengo, certo. Anche se per vedere paesaggi agrari monocolturali dove un tempo c’erano foreste non è necessario andare così lontano. L’ultima volta che ho visto una cosa del genere è stato pochi giorni fa, in Puglia, quando l’ho attraversata in macchina per andare al matrimonio di alcuni amici. Gli ulivi che coprono gran parte del territorio dei paesi del sud del Mediterraneo sono stati, una volta, quello che oggi sono le palme da olio per gli abitanti di Malesia e Indonesia: una risorsa. E paradossalmente oggi noi consideriamo quegli ulivi un patrimonio culturale e ambientale, ancor prima che economico.

Risorsa o meno, il danno ambientale è innegabile.

Andiamo con ordine: il danno ambientale è procurato dall’abbattimento delle foreste, non dalle piantagioni di palme. Qualcuno può affermare con certezza che se la domanda globale di olio di palma si arrestasse improvvisamente, le foreste del Sud Est asiatico sarebbero salve? Paesi come la Malesia e l’Indonesia stanno sperimentando un a fase di forte crescita economica, e il loro territorio è coperto in larga parte da foreste. Non dovremmo meravigliarci se considerano queste foreste una risorsa da sfruttare, in primo luogo per il legname, e poi per fare spazio ad altre colture. Non dovremmo meravigliarci perché è esattamente quello che abbiamo fatto noi, in Puglia come le dicevo, ma anche nel resto d’Europa. Dovremmo ragionare su come rendere più sostenibile questo processo, che in larga misura è inevitabile.

Non sembra una cosa semplice, però.

No, non è semplice, ma proprio perché si tratta di un problema complesso, dovremmo evitare le soluzioni “facili” che però non risolvono nulla. Bandire l’olio di palma è esattamente una di quelle soluzioni. Forse qualcuno potrebbe sentirsi con la coscienza a posto, salvo scoprire che poi il problema è peggiorato, lontano dai riflettori.

Perché peggiorato?

Perché non si può parlare di sostenibilità in termini assoluti, è sempre necessario relativizzare. In questo caso è necessario confrontare la sostenibilità della coltivazione della palma da olio con quella delle sue alternative. Se le foreste di Malesia e Indonesia venissero abbattute per far posto a campi di soia, come ad esempio avviene in Brasile, per ottenere la stessa quantità di olio avremmo bisogno di abbattere molta piùforesta. Tredici volte di più per la precisione. Non mi sembra un grosso affare, in termini ambientali.

Non c’è nulla da fare, quindi?

Certo che c’è da fare, e molto, ma tanto si sta già facendo. Analizzando la questione da un punto di vista corretto: se il problema è la deforestazione, lo è a prescindere da quale coltura prende il posto delle foreste. Se il problema sono i diritti delle popolazioni locali e le loro condizioni di vita e di lavoro, lo è in qualsiasi caso, con o senza l’olio di palma. La Malesia si è impegnata a mantenere il 50% del proprio territorio coperto da foreste. E’ un impegno importante. Si può discutere se sia o meno un impegno adeguato, e ci sono molti punti di vista in materia, ma come dicevo è un discorso che va fatto relativamente alle foreste, non all’olio di palma. Poi, per quanto riguarda l’olio, bisogna sostenere un tipo di produzione sostenibile, ottenuta mantenendo intatta parte delle foreste e tutelando la biodiversità e l’aeguatezza delle condizioni di lavoro lungo la filiera. Ci sono enti, come la Roundtable for Sustainable Palm Oil (nel cui board ci sono anche ONG ambientaliste come il WWF) e certificazioni nazionali come il Malaysian Sustainable Palm Oil (MSPO) o Indonesian Sustainable Palm OIl (ISPO) che certificano la sostenibilità del processo produttivo. Queste certificazioni esistono per l’olio di palma, non per altre colture. Anche questo è un aspetto da tenere ben presente. In ogni caso qualsiasi soluzione, per essere efficace ha bisogno della partecipazione e del consenso dei paesi interessati.

Quali sarebbero le ragioni di tutta questa ostilità contro l’olio di palma?

Un mix di ragioni, probabilmente. Da una parte c’è una visione semplicistica delle problematiche ambientali, che porta a cercare soluzioni fallaci ma di facile impatto. Poi, con ogni probabilità, c’è il fatto che il successo di mercato dell’olio di palma ha messo in difficoltà chi produce le sue alternative. La battaglia contro l’olio di palma, in Italia come in Francia, ha tutte le caratteristiche di una campagna protezionistica. E’ per questo che si insiste molto, contro ogni evidenza, nel dire che l’olio di palma fa male. Sappiamo bene come i consumatori siano sensibili ad argomenti del genere, abbiamo sperimentato in occasione dell’influenza aviaria o della mucca pazza come anche il solo sospetto di rischi per la salute possa far cambiare le abitudini alimentari e mettere in crisi interi comparti produttivi. Chi promuove campagne del genere lo sa bene, e ne approfitta.

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