Olio di palma: non tutti concordano e la polemica infuria

Olio di palma: non tutti concordano e la polemica infuria

Facciamo il punto su uno degli ingredienti più criticati dei nostri cibi industriali e non solo

olio_di_palmaIngrediente di prodotti da forno, snack e merendine varie ma anche di creme e cosmetici prodotti da case diverse, l’olio di palma è una delle sostanze sulle quali attualmente si sta più dibattendo.

Negli ultimi mesi le campagne lanciate su questo argomento, soprattutto sulla rete, sono state piuttosto nette e ideologiche: l’olio di palma va demonizzato. Ma è davvero così? Perché, a dire il vero e andando ad approfondire l’argomento, sembra che la questione sia piuttosto controversa.

Intanto non è possibile non riconoscere che le recenti affermazioni contro quest’olio, la cui produttività ha tra l’altro contribuito in modo rilevante alla riduzione della povertà nelle zone rurali (basti pensare che un ettaro di coltivazione di olio di palma è in grado di generare da 1.000 a 2.000 $ l’anno), si contraddistinguono sfortunatamente per la carenza di informazione scientifica e il sensazionalismo delle immagini evocate che, di per sé, non contribuiscono a dare maggiore libertà di scelta al consumatore, bensì rischiano di rinchiuderlo in una gabbia di ferro.

Due, di fatto, le motivazioni principali: tanto per cominciare quest’olio vegetale sarebbe dannoso per la salute e poi, in secondo luogo, contribuirebbe al deforestamento feroce e senza limiti delle aree naturali del Borneo e del Sud America.

Sono, tuttavia, diversi gli esempi di disinformazione scientifica per quanto riguarda il primo punto. Spesso l’olio di palma viene accusato di essere un ingrediente potenzialmente dannoso per la nostra salute in quanto composto al 50% di grassi saturi. In particolare è stato accostato all’aumento di problemi cardiovascolari e addirittura al cancro. Niente di più falso. Numerosi studi scientifici, fra cui alcuni effettuati dall’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Sanitaria dell’Alimentazione, dell’Ambiente e del Lavoro (ANSES) in Francia, dall’Istituto “Mario Negri” in Italia, e altri internazionali citati dall’American Journal of Clinical Nutrition, sono arrivati alla stessa conclusione: non vi sono evidenze scientifiche che l’olio di palma contribuisca all’aumento di problemi cardiovascolari o coronarici. Tantomeno allo sviluppo del cancro. Allo stesso tempo nessuno, o quasi, ricorda che l’olio di palma non è un grasso trans, né un OGM, buttandolo nel calderone degli alimenti spazzatura in modo indiscriminato. L’olio di palma invece viene utilizzato proprio per sostituire i grassi trans e i grassi idrogenato, a loro volta demonizzati in passato da numerose campagne. I grassi trans, infatti, aumentano sensibilmente il colesterolo cattivo (LDL) e riducono il colesterolo buono (HDL). È vero, contiene il 50% di grassi saturi, ma questi sono compatibili con una dieta sana ed equilibrata: basti pensare che l’OMS raccomanda una dieta giornaliera in cui essi rappresentino il 10% del totale calorico. Inoltre l’olio di palma è, in natura, la fonte più ricca di carotenoidi e di tocotrienoli e tocoferoli, che contengono vitamina E, che ha dimostrato di proteggere contro il cancro e invertire il processo di neurodegenerazione. Pramod Khosla, professore presso il Dipartimento di Nutrizione dell’Università Wayne State a Detroit, ha dimostrato in recenti studi che i tocotrienoli sono “molto efficaci” nel distruggere le cellule tumorali.

Se dal punto di vista della salute gli studi scientifici che smontano le tesi dei demonizzatori sono numerosi, dal punto di vista dell’ambiente non si può non riscontrare una mancanza di corretta informazione. Anche qui si tende a generalizzare parecchio, mentre nessuno considera che buona parte della produzione di olio di palma viene anche dalla Malesia. Stando a uno studio FAO in questo Paese del sud est asiatico, che è il secondo produttore al mondo dopo l’Indonesia, il 60% del suolo è ancora ricoperto da foreste naturali, mentre soltanto il 24% è destinato alla coltivazione: al contrario, in Italia, i numeri indicano che il 32% è a foresta e il 47% a terreni agricoli. La palma da olio inoltre produce 4,13 tonnellate di olio vegetale per ettaro, che è 5,5 volte la resa della colza e 7 volte il rendimento del girasole. Con questi rendimenti più elevati, è evidente che l’olio di palma sia in realtà la coltura che ha bisogno di meno spazio.

Altra questione assai controversa e sollevata dai media è quella inerente il rispetto degli oranghi. In Malesia ne vive un numero che varia intorno agli 11.000 esemplari e la normativa sanziona severamente, con il carcere, il loro maltrattamento o la loro uccisione, in quanto si tratta di animali protetti ai sensi della legge Sabah Wildlife Conservation Enactment (1997).

Infine, se volessimo affrontare la questione anche da un punto di vista economico: come ha dimostrato uno studio della società di consulenza inglese, Europe Economics, l’olio di palma dà un forte contributo all’economia italiana con 14.600 posti di lavoro, € 1.050 mln del PIL e € 500 mln in entrate fiscali. In Malesia, invece, i piccoli agricoltori coltivano circa il 40% del terreno utilizzato per le coltivazioni di palma da olio. E’ un dato di fatto che, grazie al contributo dell’olio di palma, la Malesia è riuscita a ridurre il tasso di povertà nazionale, che si attestava al 50% al momento dell’indipendenza del paese, arrivando oggi a meno del 5%.

Numeri importanti che fanno riflettere e che rendono discutibile questo accanimento, soprattutto se a cavalcarlo sono soprattutto corporazioni come Coldiretti che attualmente, tra interviste sui media e campagne web, sembra il più attivo nel demonizzare l’utilizzo dell’olio di palma. C’è da chiedersi se non sarebbe più costruttivo conservare e valorizzare queste alleanze economiche asiatiche, con paesi come la Malesia, utilizzandole anche per superare i nostri problemi di occupazione e crescita. E’ certo che in tempo di crisi, certe campagne sugli alimenti e sull’economia che vi ruota intorno, se non comprovate da fatti, non giovano certamente alla faticosa ripresa che l’Italia sta tentando di riagganciare.

di Redazione

28 maggio 2015

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