L’Italia scopre dove si nasconde il virus dell’Hiv

L’Italia scopre dove  si nasconde il virus dell’Hiv

Schema scoperta HIV - DA F. DE FILIPPO

TRIESTE- Nel centro ICGEB (International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology) di Trieste, diretto dal genetista Mauro Giacca, i ricercatori guidati dal Prof. Alessandro Marcello sono riusciti, dopo quasi tre anni di ricerche, a individuare il punto esatto del nucleo dei linfociti T dove il virus dell’Hiv trova rifugio, rendendosi completamente invisibile ai controlli dei medici che, da quando sono scoppiate le prime epidemie negli Anni 80 del XX° secolo, non sono mai stati in grado di capire dove il virus trovava dimora fissa. Infatti, una volta annidatosi nel nucleo che con la sua conformazione interna favorisce l’apparente invisibilità del virus, può anche rimanere latente nel gene rendendo i suoi ospiti portatori sani senza che la malattia inizi il suo corso, o attivarsi a distanza di anni dal contagio. Non solo: i figli concepiti dove aver contratto il virus saranno, molto probabilmente, malati di Aids. La nuova scoperta, grazie a tecniche di microscopia a fluorescenza che hanno permesso di fotografare e vedere finalmente la zona di contagiata, ha dimostrato che il virus –“[…] si inserisce nel Dna dell’ospite preferibilmente alla periferia del nucleo. Una regione scelta non a caso che però, da studi precedenti, pareva non fosse attiva. Ebbene, dopo essersi integrato, l’Hiv riattiva questo tratto di Dna e inizia a replicarsi”- ha spiegato il prof. Marcello. La zona del nucleo in questione sarebbe quella del polo nucleare dove, il virus, una volta entrato, si stabilizza e comincia a convertire per i suoi scopi alcune proteine divenendo piano piano parte del patrimonio genetico stesso. Proprio la presenza specifica di due proteine (LEDGF/p75 e NUP153) è necessaria per la scelta dei pochi geni da infettare sui ventimila del genoma umano. Queste nuove conoscenze aprono nuovissimi orizzonti alla produzione dei medicinali contro l’Aids che finalmente potrebbero essere prodotti con l’obiettivo di bloccare lo sviluppo della malattia e non di rallentarlo come sono in grado di fare quelli già presenti sul mercato. Una scoperta che riempie d’orgoglio la comunità scientifica italiana sempre più alle strette per via dei tagli alla ricerca del governo e che è stata resa possibile grazie alla collaborazione tra i ricercatori dell’ICGEB, dell’Università di Trieste, dell’Università di Modena, e del centro ricerche Genethon di Parigi. I risultati raggiunti sono stati pubblicati sul sito della rivista scientifica “Nature”.

Riccardo Avignone

3 marzo 2015

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