Leone XVI alla Canarie lancia un forte appello sulla questione migratoria
Sulle orme del suo predecessore, Papa Leone XIV, durante il primo pellegrinaggio papale nell’arcipelago delle Canarie, ha tenuto un potente discorso sulla questione migratoria, richiamando governi e autorità alla responsabilità e umanità.
Il discorso dal “molo della vergogna”
Il richiamo di Prevost arriva dal porto di Arguineguin, a Gran Canaria, tristemente noto come molo della “verguenza” (vergogna). L’appellativo fa riferimento ad una grave crisi umanitaria del 2020, quando circa 2.300 persone furono trattenute in condizioni di precarietà all’interno di un’area protetta progettata per 400 persone, prima di essere spostate in strutture più adeguate dopo la pressione della Caritas spagnola e di altre realtà umanitarie. Oggi la Chiesa delle Canarie lo ha ribattezzato “il porto speranza” ed è qui che Leone XVI ha voluto diffondere il suo fermo messaggio di uguaglianza, nel nome di una dignità umana che “non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”.
Il porto di Arguineguin è, inoltre, uno dei punti di approdo dei viaggi della rotta atlantica, dove molti migranti perdono la vita in mare, a causa dell’inadeguatezza delle imbarcazioni o della negligenza dei soccorsi e degli strumenti necessari ad affrontare un viaggio fatto di rischi e incertezze. Solo nel 2025, oltre tremila sono le persone morte nei mari spagnoli, nel tentativo di raggiungere un approdo che significava la speranza di una nuova vita.
La critica all’Europa e ai governi
Prevost inizia il suo discorso rivolgendosi alle persone che sono migrate in quei territori, mosse da un desiderio che esige rispetto e cura: “Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciati alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di spezzare”. “Che mondo abbiamo costruito se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?” si interroga Prevost, tirando in causa l’Europa stessa e i governi, richiamandoli a fare un “esame di coscienza”: non è possibile, secondo il pontefice, “proclamare la dignità umana e abituarsi al fatto che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi”.
La critica del pontefice è significativa e anche la più dura del suo giovane pontificato: ciò che conta è affrontare le cause profonde delle migrazioni e non soltanto le loro conseguenze. “Non basta gestire gli arrivi, distribuire le cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le mori quando sono già avvenute”, insiste Leone, spiegando come la dignità umana esiga vie legali e sicure, sostenute da un’infrastruttura assistenziale e accogliente effettiva e volta ad una reale integrazione delle persone. La denuncia tocca poi le organizzazioni criminali che operano lungo le rotte migratorie, definendole “mafie che trafficano nella disperazione” e che “riducono in schiavitù donne e bambini”. Tutto questo alimentato da un sistema indifferente, che permette che i più vulnerabili vengano “inghiottiti dallo sfruttamento e dall’oblio”.
Al termine dell’incontro, Leone XIV ha deposto una corona di fiori in mare in memoria delle vittime delle migrazioni. L’immagine è potente e ricalca la stessa del primo viaggio apostolico del pontificato di papa Francesco, a Lampedusa nel 2013, in cui Bergoglio denunciò la “globalizzazione dell’indifferenza”.




