Gli aiuti a Kiev dividono la maggioranza: Salvini chiede “chiarezza” su Kiev
La questione degli aiuti a Kiev ha scatenato il dibattito in maggioranza. Se prima infatti la Lega di Salvini era sempre stata “leale” e volenterosa a inviare armi in Ucraina, ora chiede che venga fatta chiarezza circa i fatti di attualità, ovvero i due ministri del governo ucraino accusati di corruzione.
Sono quindi sorti dubbi sul da farsi, giacché a fine anno scadrà (e dovrà essere rinnovato) il decreto che autorizza l’invio di aiuti e armi all’Ucraina, che si prepara ad affrontare il quarto inverno di guerra.
A ciò si sovrappone il clima della campagna elettorale per le Regionali, che si avvicinano all’ultima tornata. Lo scandalo sulla corruzione non sembrerebbe però incidere sulla posizione generale del governo, ancora a sostegno di Kiev.
Non si tratta infatti dei primi ministri allontanati per motivi del genere, come ricorda Fratelli d’Italia. C’è stato anche il dietrofront sulla legge che minava all’indipendenza delle agenzie anticorruzione. Tutto ciò, ha ricordato il Ministro degli Esteri Tajani, costituisce l’aspetto più delicato nell’ambito dell’adesione ucraina all’Unione Europea.
In realtà, per il governo non cambia nulla, anche perché vanno stabilite le scelte da compiere nei prossimi mesi e le contromosse da intraprendere. Soprattutto, bisogna lavorare al dodicesimo pacchetto di armi, non ancora terminato per via del passaggio richiesto al Copasir.
Attualmente la Lega continua a chiedere che venga chiarita la situazione di Kiev. Il timore prevalente di Salvini è infatti che lo scandalo, “vicino a Zelensky”, si possa allargare. Inviare aiuti e sapere che “parte di questi aiuti finisce in ville all’estero, in conti in Svizzera e in gabinetti d’oro, è preoccupante e sconcertate”, ha insistito.
Gli altri partiti di maggioranza non temono tali pensieri espressi ad alta voce, ma riconoscono che, se la Lega scegliesse di tirarsi indietro al momento del voto, ciò sarebbe un grande problema. Soprattutto, sarebbe l’ingrediente perfetto per innescare una crisi di governo.




