Un secolo di segreti italiani
Cento anni di storia, missioni invisibili ma indispensabili e uomini e donne che servono il Paese lontano dai riflettori. Il 15 ottobre 1925 veniva ufficialmente istituito, mediante un regio decreto, il Servizio Informazioni Militare, destinato sin dal principio a diventare la radice dell’attuale comparto dell’intelligence italiana. Un secolo dopo, le agenzie che ne raccolgono l’eredità – DIS, AISE e AISI – hanno celebrato la ricorrenza alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un incontro che ha fuso insieme memoria, riconoscimento e riflessione sul ruolo dei servizi di sicurezza nelle odierne società democratiche.
L’anniversario non è stato solo una data simbolica. Si tratta del racconto di un’evoluzione, partendo da una struttura nata in un contesto militare e post bellico, e arrivando a un sistema moderno che opera oggi in ambiti complessi: dalla cybersicurezza alla tutela degli interessi economici nazionali, dalla prevenzione del terrorismo alla protezione dei cittadini in aree di crisi.
La cerimonia, che si è svolta con la partecipazione dei direttori delle tre agenzie e delle delegazioni del comparto, segna anche l’emissione di un francobollo commemorativo, con lo storico stemma del SISMI, e di una moneta celebrativa da 5 euro che raffigura i loghi delle agenzie e la sagoma di Forte Braschi, la storica sede dell’intelligence esterna. Proprio lì, entro la fine dell’anno, verrà inaugurato anche un museo dedicato all’intelligence italiana: si tratterà di un luogo aperto ai cittadini, pensato per avvicinare un mondo fatto di discrezione e professionalità alla consapevolezza pubblica.
Dietro le commemorazioni ufficiali si intrecciano anche le storie di chi, in silenzio, ha operato in prima linea. Nella memoria recente, il “miglio verde” non è solo un’espressione cinematografica: è il tratto di terra che separa il lato egiziano da quello palestinese al valico di Rafah, una “zona grigia” dove gli agenti italiani hanno agito nel 2023 per garantire ai connazionali intrappolati nella Striscia di Gaza cibo, medicine, e, infine, una via di fuga. Operazioni come questa sono rese possibili solo grazie alle relazioni costruite con pazienza e fiducia: quella che viene definita “humint”, cioè l’intelligence umana, che resta il cuore pulsante di un mestiere in cui la tecnologia non potrà mai sostituire il coraggio e il giudizio dell’uomo.
Nella giornata del centenario però, più delle medaglie e delle monete, hanno contato i nomi. Sono quelli dei caduti del servizio, uomini e donne che hanno perso la vita in missione, e che, per dirla con le recenti parole del Ministro Crosetto relative ai “giusti”, rimarranno impressi nella roccia.
Si tratta di Nicola Calipari – recentemente interpretato da Claudio Santamaria nel film “Il nibbio” – medaglia d’oro al valor militare, ucciso nel 2005 dopo aver salvato la giornalista Giuliana Sgrena in Iraq; Anano Borreo, vittima di un incidente aereo nel 1976; Vincenzo Li Causi, caduto in un agguato in Somalia; Lorenzo D’Auria, morto a 33 anni per mano talebana; Pietro Colazzo, ucciso in un attentato a Kabul; Claudio Alonzi e Tiziana Barnobi, deceduti nel 2023 sul lago Maggiore durante un’operazione.
In tutti questi casi, dietro ogni nome c’è una storia di dedizione, sacrificio e responsabilità.
Cento anni dopo la nascita del Servizio Informazioni Militare, l’intelligence italiana continua a muoversi su un equilibrio sottile: proteggere nel silenzio, agire senza visibilità e servire la sicurezza collettiva in un’epoca di minacce globali interconnesse.
Il riconoscimento istituzionale e pubblico di questo anniversario non rompe il segreto, ma gli restituisce dignità e valore civile, perché dietro il lavoro discreto degli agenti c’è una convinzione profonda: quella secondo cui la sicurezza è un bene pubblico, e chi la difende lo fa, ogni giorno, in nome della Repubblica.




