Torna il nucleare: l’Italia sfida quarant’anni di tabù
Dopo quasi quarant’anni di assenza, l’Italia si prepara finalmente a riaprire il capitolo del nucleare, spesso dibattuto ma mai concretizzato.
Con l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del disegno di legge delega sul “nucleare sostenibile”, il Governo Meloni punta a rimettere in moto un percorso complesso e di lungo periodo che, nelle intenzioni, dovrebbe condurre alla produzione di energia elettrica da uranio entro il prossimo decennio. Si tratta certamente di un obiettivo ambizioso, all’interno del quale si intrecciano considerazioni energetiche, industriali e geopolitiche, ma che si scontra anche con i tempi lunghi della tecnologia, con dei costi considerevoli e con una storia nazionale segnata da due referendum popolari contro l’atomo.
Il disegno di legge delega consentirà all’esecutivo di emanare decreti legislativi entro dodici mesi dalla sua entrata in vigore – manca ancora il passaggio parlamentare, ma, oltre alla maggioranza, anche forze come Azione hanno espresso il loro entusiasmo a riguardo – e saranno proprio questi decreti che definiranno la disciplina complessiva per la reintroduzione del nucleare: dalla sperimentazione alla costruzione degli impianti, dalla formazione delle competenze tecniche alla creazione di una nuova Autorità indipendente per la sicurezza nucleare.
Nella visione del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin, il ritorno all’atomo non riguarda solo la produzione energetica, ma l’intero ciclo industriale e scientifico del settore, coinvolgendo ricerca, fabbricazione e riprocessamento del combustibile, ma anche gestione delle scorie, smantellamento degli impianti dismessi, formazione dei tecnici e campagne di informazione pubblica.
Secondo il Governo, l’Italia deve dotarsi di una fonte energetica “low carbon, programmabile e continua”, capace di integrare il mix attuale – oggi fortemente dipendente dal gas e dalle importazioni – e di garantire maggiore stabilità e sicurezza energetica. L’obiettivo finale è chiaramente quello di contribuire al raggiungimento dei target di decarbonizzazione previsti dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC).
L’esecutivo, in questo progetto ambizioso, punta chiaramente sulle tecnologie di nuova generazione, in particolare sui Small Modular Reactor (SMR) e sugli Advanced Modular Reactor (AMR).
Gli SMR sono piccoli reattori modulari, costruibili in fabbrica e assemblabili in loco, che promettono maggiore sicurezza e costi ridotti rispetto agli impianti tradizionali.
Gli AMR, invece, rappresentano una generazione ancora più avanzata, con sistemi di raffreddamento a piombo e la possibilità di utilizzare combustibili alternativi, riducendo il volume e la durata delle scorie.
Tuttavia, nessuna di queste tecnologie è ancora disponibile a livello commerciale. Gli SMR più promettenti, come quelli sviluppati da Rolls-Royce nel Regno Unito o da Westinghouse e NuScale negli Stati Uniti, puntano alla commercializzazione tra il 2030 e il 2035. I tempi, dunque, restano lunghi, e la fusione nucleare – la tecnologia “finale” a cui si guarda per il futuro – non sarà realistica prima del 2050.
Parlando di numeri, un singolo SMR, con una potenza media di 300 megawatt, richiederà circa un miliardo di euro di investimento. L’ipotesi circolata prevede la realizzazione di 30-40 reattori, capaci di fornire fino a 16 gigawatt di potenza installata, capaci cioè di coprire circa un decimo della capacità elettrica totale del Paese.
Si tratta di impianti pensati non per alimentare le grandi città, ma per garantire energia continua alle imprese energivore e ai data center, un settore in forte espansione in Italia, con l’interesse di grandi operatori come Google e Amazon. In questo modo, l’energia nucleare di tipo continuo e programmabile, risponderebbe alle loro esigenze di stabilità, soprattutto se combinata con fonti rinnovabili e sistemi di accumulo.
Intanto, sul fronte industriale, il governo ha coinvolto le principali partecipate pubbliche e private del settore energetico. Enel, Enea, Ansaldo e Leonardo stanno avviando trattative per costituire una società dedicata alla valutazione delle tecnologie più adatte all’Italia e alla creazione di una filiera nazionale per la costruzione dei moduli.
L’obiettivo di questa ricerca non è produrre direttamente i reattori, ma individuare le condizioni necessarie per sviluppare in Italia un comparto competitivo, che sia capace di costruire ed eventualmente – perché no – esportare impianti.
Nonostante l’entusiasmo politico – seppur non unanime – la reintroduzione del nucleare in Italia resta un percorso lungo e irto di ostacoli.
Il World Nuclear Industry Status Report 2025, pubblicato da ricercatori indipendenti, segnala che la produzione mondiale di energia nucleare è destinata a calare entro il 2030 a causa di ritardi cronici, costi elevati e concorrenza crescente delle rinnovabili. Anche la Banca d’Italia, in uno studio del 2024, ha stimato che il nucleare difficilmente potrà ridurre nel breve termine il prezzo dell’elettricità, trattandosi di investimenti ad alta intensità di capitale e con ritorni distribuiti nel lungo periodo.
C’è poi la questione del consenso sociale. L’Italia ha già detto due volte “no” al nucleare, con i referendum del 1987 (dopo Chernobyl) e del 2011 (dopo Fukushima), anche se c’è da dire che balza subito all’occhio la “poca lucidità” che può emergere da dei referendum tenuti subito dopo le due principali catastrofe nucleari del dopoguerra.
Oggi il governo punta a superare quelle paure, promuovendo campagne di informazione e formazione per sensibilizzare cittadini e imprese sui nuovi standard di sicurezza e sostenibilità, ma la fiducia dell’opinione pubblica resta da riconquistare, anche perché il Paese non ha ancora individuato il sito per il deposito definitivo delle scorie radioattive.
Il ritorno dell’Italia al nucleare appare dunque come un progetto strategico ma di lunghissimo periodo.
Nel frattempo resta fondamentale accelerare sulle fonti rinnovabili e sul Piano Mattei, le uniche soluzioni in grado di incidere davvero, nel breve termine, sul prezzo dell’energia e sulla riduzione delle emissioni.
Il nucleare sembra ormai pronto a tornare a far parte del mix energetico nazionale, ma non prima del 2030, e solo se l’Italia saprà costruire una visione industriale, scientifica e culturale coerente, capace di evitare gli errori del passato e di guardare al futuro con pragmatismo e trasparenza.




