Caso Almasri: indagati Nordio, Piantedosi e Mantovano
La polemica giudiziaria nata a gennaio, dopo l’arresto del generale libico Almasri, è tutt’altro che conclusa. Anzi, è appena cominciata. Nella giornata di ieri, infatti, per il sottosegretario Alfredo Mantovano, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, le cose si sono fatte complicate.
Il caso Almasri
La vicenda ha avuto inizio quasi otto mesi fa, quando il generale libico Osama Elmasry Njeem, fermato a Torino su mandato internazionale, fu rilasciato dopo appena due giorni di reclusione per un errore procedurale. A causare l’arresto, un mandato a suo carico per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella prigione di Mittiga, vicino a Tripoli, dal febbraio 2011.
L’inchiesta
Da quel momento in poi, l’esecutivo italiano si è trovato imbrigliato nella rete della giustizia. Le 90 pagine degli atti pubblicate dal tribunale dei ministri parlano chiaro. Secondo i giudici, gli esponenti del governo Nordio, Pianteodosi e Mantovano, hanno “scientemente e volontariamente aiutato Almasri a sottrarsi alle ricerche e alle investigazioni della Cpi “.
I tre giudici del tribunale dei ministri hanno ricostruito dettagliatamente la vicenda. Dalla richiesta di arresto della Corte penale internazionale, alla liberazione del generale a Torino, fino al suo rimpatrio su un volo governativo. Nella documentazione sono citate email riservate, riunioni su Zoom tra membri del governo, discorsi parlamentari dei ministri coinvolti e altri atti ufficiali.
I capi di accusa sono pesanti. Tutti e tre sono accusati di concorso in favoreggiamento personale aggravato. Mantovano e Piantedosi rispondono anche di peculato aggravato, mentre Nordio è anche accusato di rifiuto di atti d’ufficio aggravato.
Giorgia Meloni fuori dall’inchiesta (ma non dalla polemica)
Ad esserne uscita indenne sembra essere solo la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha visto ieri cascare le accuse a suo carico. Tuttavia l’aria che tira non è certo la più dolce. Il decreto di archiviazione, infatti, non è riuscito a placare gli animi, generando, al contrario, nuove tensioni. In un lungo post pubblicato sui social, Meloni ha criticato sia i tempi che il contenuto del provvedimento. “Nel decreto si sostiene che io ‘non sia stata preventivamente informata’ e dunque non abbia rafforzato il ‘programma criminoso’. Ma è assurdo sostenere che due ministri e un sottosegretario delegato all’intelligence abbiano agito autonomamente su una vicenda così grave.”
Ribadendo la compattezza dell’esecutivo ha poi aggiunto: “A differenza di qualche mio predecessore, che ha preso le distanze da un suo ministro in situazioni simili, rivendico che questo governo agisce in modo coeso sotto la mia guida. Ogni scelta, soprattutto così importante, è concordata. È quindi assurdo chiedere che vadano a giudizio Piantedosi, Nordio e Mantovano, e non anche io.”
E adesso?
Prima di arrivare al processo, la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dei tre membri del governo dovrà passare dal Parlamento. Il destino dei ministri, e forse anche quello dell’intero esecutivo, è ora nelle mani dell’Aula, chiamata a esprimersi non solo su una questione giudiziaria, ma su un atto politico di altissimo peso istituzionale. La scelta del Parlamento sarà determinante. Potrà rafforzare la compattezza del governo o aprire una frattura che rischia di travolgere i suoi equilibri interni e la sua credibilità esterna.




