“ERASMUS EFFECT” o piuttosto “Distrust effect”?

“ERASMUS EFFECT” o piuttosto “Distrust effect”?

La nuova mostra al MAXXI raccontata da Fedora.

Ammetto di essere andata a vedere questa mostra con un minimo di pregiudizio sul suo titolo “Erasmus Effect”: sicuramente di grande impatto ma a mio avviso molto poco sincero.

Si tratta della nuova expo al Maxxi di Roma fino al 4 Maggio 2014, che presenta il lavoro di molti italiani illustri nel campo dell’ingegneria, dell’architettura e dell’urbanistica che si sono distinti per opere famose all’estero, e/o hanno deciso di fare base con i loro studi in territorio straniero, spalmandosi sui 5 continenti.

Motivo dello scetticismo iniziale?

Quanti di noi sono stati in Erasmus? Quanti sono diventati Renzo Piano? Ma soprattutto è davvero l’Erasmus la causa della fuga e di questa esterofilia?

La mostra presenta tre percorsi tematici principali, uno centrale e due perimetrali ed è stata allestita da LOT-EK, lo studio fondato a New York da Ada Tolla e Giuseppe Lignano.

La principale attività di LOT-EK è l’upcycling ovvero il riciclo di materiali nati con una certa funzionalità, ormai non più utilizzabili per questa, riusati e riconvertiti in oggetti architettonici.

Il percorso principale è composto da una successione di installazioni audio e video all’interno di vani ricavati in 12 fette di container tagliati secondo un angolo di 38°. Il tutto ruota attorno a tre parole chiave “TAGLIO, SPOSTAMENTO, LUOGO”, che si possono applicare anche al percorso architettonico e alla scelta del trasferimento in un’altra città.

Tutto molto affascinante devo ammetterlo.

Lateralmente poi si sviluppa da una parte la timeline degli avvenimenti salienti dal 1860 ad oggi tripartita in “storia e politica”, “scienza e tecnica” e “architettura”, e dalla parte opposta troviamo una successione di tavole progettuali e modellini di opere che storicamente furono realizzate all’estero da progettisti italiani.

Parliamo prima di tutto della timeline.

Sin dall’analisi degli avvenimenti qui riportati mi sembra chiaro che anche storicamente la creatività contraddistingueva gli abitanti del bel paese, come mi sembra chiaro che questa più spesso trovava fonte di espressione oltralpe o oltremare che a casa.

Allora ovviamente l’Erasmus non sapevano cosa fosse, eppure il flusso di “emigrazione” era comunque alto.

La cosa più sorprendente è che per vedere nella linea del tempo, alla sezione “architettura”, qualcosa di realizzato e non solo progettato, come il manifesto Futurista di Sant’Elia, si debba aspettare il 1927 con il Novocomum di Terragni, peraltro edificio accolto all’epoca con grandi contestazioni.

Fuori intanto si avevano già la Tour Eiffel, i garage Perret in cemento armato, la Bauhaus, il Domino di Le Corbusier, erano iniziati i CIAM.

Più semplicemente sintetizzato: non si aveva paura di sperimentare, di osare, di commettere anche errori ma avendo fiducia di imparare da essi e di potervi istituzionalmente porre rimedio.

Nel secondo percorso laterale, si trovano nomi e progetti ormai noti anche a chi non si intende di architettura quali il geniale e a me tanto caro Centre Pompidou di Renzo Piano, ma anche piacevoli presenze femminili – sono di parte – quali Lina Bo Bardi attiva in Brasile, Benedetta Tagliabue (con Enric Miralles per EMBT in Spagna – presente in mostra il loro progetto per il Parlamento Scozzese a Edimburgo), e Elisabetta Terragni (MetaLAB negli USA).

Quanto al percorso centrale, sono tutti da menzione e sono tutti giovani e promettenti.

03CRA-CASSINA_Chain-SofaAlcuni più noti, primo fra tutti Carlo Ratti – che per altro sigla l’ingresso alla mostra con oggetti di design smart da lui firmati quali il “Chain sofa” in collaborazione con Vico Magistretti – altri meno.

Alcuni li conoscevo già ed è stato piacevole ritrovarli in mostra, come 3Gatti (attivo in Cina), altri sono state piacevoli scoperte come MorQ con base a Perth in Australia.

Speciale menzione spetta a “Architecture & Vision” di Arturo Vittori, base in Germania a Monaco, presenta un progetto di torri per la produzione di acqua potabile in aree aride e secche come l’Etiopia: Warka Water.

A questo punto non aggiungerò altro per non levarvi la sorpresa di andare a visitare la mostra e per lasciarvi sorprendere in prima persona da quanto di buono produce questo paese, ma posso finalmente spiegarvi il motivo della scarsa fiducia che riponevo nel titolo della mostra.

Non credo che sia l’Erasmus in sé o la globalizzazione a favorire la fuga, nel mercato odierno, frutto inevitabile dell’evoluzione dei tempi, qualsiasi azienda è chiamata ad essere “internazionale” per sopravvivere.

27_ArchitectureVision_WarkaWater_EtiopiaEppure è più facile essere “internazionali” all’estero che non nel nostro paese.

Sarà colpa della chiusura che troppo spesso si ha nel nostro paese nei confronti dei creativi? Sarà il fatto che se esiste una legge o una regolamentazione, questa è fatta anche per l’evasione, e spesso chi riesce è colui che è più bravo a sopravvivere in questo meccanismo?

O ancora, sarà la scarsa fiducia (o forse mancanza di convenienza) nella pianificazione urbana?

Ne consegue un senso d’impotenza e la mancanza di fiducia in un amministrazione che non ci rappresenta e che non promuove il merito e il talento.

Non è dunque più facile mettere radici fuori, trarre frutti dal proprio talento o semplicemente dai propri sforzi e dalla propria devozione, sfruttando come base la nostra sconfinata cultura, le nostre radici umanistiche e la ricchezza che offre esser cresciuti in un paese dai precedenti illustri come il nostro?

Vivendo fuori si finisce anche col provare rabbia nei confronti di tutto quel potenziale italiano che non riusciamo a sfruttare: il clima, il cibo, la moda, la storia, l’opera, la bellezza paesaggistica ed infine la creatività.

Nikola Baŝić, è un architetto slavo di cui ho avuto occasione di vedere una mostra alla Cité dell’architecture a Parigi.

Basic ha scelto di rimanere a lavorare nella suo paese piuttosto che scappare:

Che il tuo cuscino sia in pietra! – Dice un padre a suo figlio in un antica canzone Dalmata per la klapa. Sbagliereste a pensare che il padre voglia castigare il figlio! Al contrario, lo sta supplicando di rimanere nella sua terra natia, non importa quanto rocciosa e aspra essa sia”.

Cit. Nikola Baŝić

E voi cosa ne pensate?

di Stefania Fiorentino

7 febbraio 2014

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