La linea sottile tra l’Architettura e la Moda

La linea sottile tra l’Architettura e la Moda

Racconti di una ordinaria shopping victim.

L’anno scorso quando vivevo a Parigi la mia “colazione da Tiffany”, il mio modo per “non pensare” era fare un giro al piano scarpe delle Gallerie Lafayette.

E i miei colleghi della scuola di architettura che frequentavo non erano da meno, quella dell’architetto è una figura creativa e sensibile alla moda e alle tendenze del momento. Attenzione parlo di architetti non di ingegneri, chiedo scusa ai miei colleghi.

La verità è che ci sono molte più affinità tra le due materie di quante non sembri.

Mi sono iniziata allora a chiedere cosa ci fosse davvero a legare le due discipline.

Appartengo fin da piccola allo stereotipo di donna shopping-dependent che sogna la cabina armadio e che ha sospirato languidamente nel vedere Mr. Big regalare a Carrie Bradshaw un paio di Manolo insieme all’intera cabina armadio del loro nuovo appartamento Newyorkese.

Cose che succedono solo in Sex and the City: la maggior parte degli uomini  tra voi in questo momento si starà chiedendo se il Manolo (Blahnik) in questione non sia per caso un omone sui due metri che si veste da Drag Queen di notte (e ovviamente non lo è).

A dimostrazione del fatto che certe cose esistono solo nelle favole io stessa, ho studiato e mi sono laureata in ingegneria edile-architettura invece che in Scienze della Moda.

Ma la passione per le scarpe e la moda, quella mi è rimasta, ed è aumentata con la passione per l’architettura.

Molte note Archistar quali Jean Nouvel e Zaha Hadid, si sono cimentate nel design di scarpe, bruttissime e scomodissime per carità, nessuno di noi si sognerebbe davvero di uscire con ai piedi tali oggetti.

Eppure, le guardiamo con ammirazione e ne parliamo, l’innovazione sta nel materiale ad esempio, o nella forma, o ancora nel messaggio.

Nessuno fino a un certo momento, si sarebbe sognato di proporre scarpe in pvc o in gomma flessibile eppure dopo che il brand Melissa -in collaborazione con la cara Zaha- le ha proposte, sono fioccate al piede di molte ragazze (e anche al mio) ballerine in gomma di tutte le fogge.

United Nude UN è il marchio leader in questa fusione tra design, architettura e moda.

Presente da 10 anni sul mercato, si tratta di  un brand di proprietà dell’architetto Rem D. Koolhaas, nipote del più famoso quasi omonimo, che realizza scarpe con tacchi che somigliano a sculture, con tessuti e disegni che sembrano usciti da un museo di arte contemporanea.

Rem D. racconta in un’ intervista che l’idea gli sia venuta dopo aver avuto il cuore spezzato per una ragazza e che disegnare scarpe lo aiutasse a distrarsi, non serve aggiungere altro no?!?

È per UN che Zaha Hadid ha disegnato la sua ultima creazione in fatto di calzature, un groviglio in fil di acciaio al modico costo di circa 1500 euro.

Quasi quasi sembrerebbe l’opera di un abile strutturista più che un capo di abbigliamento.

Stefania FiorentinoIl punto ora è: perché proprio le scarpe?

Coco Chanel diceva: “La moda è architettura: è tutto questione di proporzioni”.

Beh innanzi tutto nel caso delle scarpe la prima analogia che mi viene in mente è quella del rapporto degli edifici con il suolo, un problema che attanagliava Le Corbusier e Mies Van der Rohe per citarne due, ma che persino i Greci si ponevano e risolsero con le rigide regole dell’applicazione dell’ordine architettonico.

Beh allo stesso modo della colonna dorica o corinzia, le scarpe sono il mezzo con cui ci relazioniamo al suolo, e a seconda dell’occasione cambiamo di modello e tipologia per essere più adeguati al contesto.

Meccanismo analogo succede nella concezione di un qualsiasi progetto architettonico.

Alcune esagerate décolleté, munite di plateau e tacco vertiginoso, mi hanno fatto pensare più volte che avessero bisogno di passare il collaudo di uno strutturista competente.

Ricorderete le Armadillo shoes di Lady Gaga, incredibile come non fossero studiate sui manuali di statica alla voce geometria delle masse e come lei non fosse mai finita al reparto ortopedico-traumatologico.

D’altro canto innegabile è come un vestito o una figura, possa cambiare con il giusto e proporzionato paio di scarpe, diventando di colpo slanciata, questione di dettagli come in architettura.

Oltrepassando le scarpe, possiamo comunque allargare il discorso alla moda più in generale.

mcqueen_runway_armadillo_shoesMolti noti stilisti hanno, prima di intraprendere tale carriera, preso una laurea in architettura, tutti conoscerete Gianfranco Ferré ad esempio ma per i più fashion addicted cito Sergio Rossi, Diego Dolcini e Michel Perry – non a caso gli ultimi tre sono guru della calzatura.

Curioso è il caso di Mihai Albu, che dopo i tradizionali studi di architettura e design, apre la sua casa di moda e si definisce “architetto della calzatura” realizzando “impalcature” a forma di tacco e plateau: insolite non c’è che dire!

Altre analogie si trovano nella scansione del processo di ideazione: schizzo disegno, modello, scelta materiali, avvio della produzione/realizzazione o in maniera più elastica nella differenziazione delle tipologie: case popolari, condomini e villette a schiera, ville lussuosi o castelli e dall’altro lato: abbigliamento a bassissimo costo, negozi commerciali, prêt-à-porter, haute couture.

Lo stile di un architetto è espressione della sua personalità e delle sue esperienze di vita o della parte del mondo da cui proviene esattamente quanto la collezione di uno stilista.

Se ci sforziamo troveremo così tante analogie che alla fine non riusciremo più a capire chi influenza chi.

Non a caso la Serpentine Gallery a Londra promuove ogni anno la costruzione di un Padiglione temporaneo, che cambia esattamente come cambiano le mode.

E sempre non a caso, le diverse maison di moda ormai fanno a gara per farsi disegnare nelle varie metropoli del lusso i loro headquarters da architetti stra-famosi.

PARIS  Louis Vuitton Foundation for Creation  Frank Gehry Roc2c 2013 luxury pavements 3È stato il giro di boa successivo alla cessione di molte case di moda a multinazionali internazionali. Si tratta di una vera opera di marketing anche questa, che conferisce all’architettura il ruolo di brand promotion, di icona che esprima tramite l’edificio lo spirito della casa di moda e che resti fissata nell’immaginario collettivo.

Si potrebbe scrivere un altro articolo solo su queste ma mi limiterò ad alcuni esempi più significativi di associazioni maison/architetto: Giorgio Armani e i coniugi Fuksas per gli store di Hong Kong, Tokyo, Shangai e la Ginza Tower; Toyo Ito per Tod’s, Renzo Piano per la maison Hermès, Kazuyo Sejima per Dior, tutti a Tokyo, o Kengo Kuma per Louis Vuitton questa volta a Osaka ed infine per rimanere stranamente in Italia la Piùarch, non a caso Best Italian Architecture Firm del 2013, firma l’headquarters di Dolce e Gabbana a Milano.

Ultimo trend da sottolineare è come le multinazionali del lusso stiano sempre di più tendendo ad avvicinare il nome di grandi marchi a fondazioni o eventi di arte contemporanea, promuovendo il carattere da mecenate del brand, e facendo progettare gli edifici ospitanti le fondazioni guarda caso a grandi architetti per creare l’evento solo a Parigi ci sono la “Fondation Cartier” per l’arte contemporanea in un edificio di Jean Nouvel e la nascente Fondation Louis Vuitton disegnata da Gehry nel Bois de Boulogne.

In pratica gente, dopo tutte queste analogie mi sento un po’ più sollevata nella consapevolezza di essere un architetto, fantasticando che un giorno potrò anch’io disegnare un negozietto (questo lo dico per passare da modesta, ma si sogna in grande e in questo momento sto pensando al grattacielo di una maison, lo confesso), e … partire all’acquisto di un nuovo paio di scarpe in serenità e orgoglio!

di Stefania Fiorentino

24 gennaio 2014

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