Il suono del Caspio incontra Roma: il jazz azerbaigiano alla Casa del Jazz
Il parco della Casa del Jazz era pieno, giovedì sera, per “Il suono del Caspio: Jazz dell’Azerbaigian”. L’ingresso era libero fino a esaurimento posti, e i posti si sono esauriti: il pubblico, eterogeneo per età e provenienza, ha riempito lo spazio all’aperto di Villa Osio per una serata che ha portato a Roma uno degli incroci musicali meno frequentati dai cartelloni italiani, quello tra l’improvvisazione jazzistica e il mugham, la tradizione musicale del Caucaso.
Il concerto è stato organizzato nell’ambito delle Giornate di Cultura Azerbaigiana in Italia, promosse dal Centro Culturale presso l’Ambasciata della Repubblica dell’Azerbaigian, con la collaborazione del Centro Culturale dell’Azerbaigian, di Itazercom e della Casa del Jazz stessa. Protagonista della serata Emil Afrasiyab, pianista e compositore nato a Baku nel 1982, una delle figure più riconosciute della scena jazz azerbaigiana contemporanea: formatosi all’Accademia di Musica di Baku e poi alla Berklee College of Music di Boston, premiato al Montreux Jazz Festival nel 2011, da anni porta nei festival internazionali un repertorio che fonde armonie jazzistiche e architetture sonore mugham. Ad affiancarlo sul palco, altri musicisti del suo ensemble, insieme alle voci di Aysel Teymur ed Elnur Huseynov.
Non è la prima volta che il jazz azerbaigiano prova a farsi conoscere fuori dai propri confini: dietro a quello che si è ascoltato ieri sera c’è una tradizione che risale agli anni Sessanta, quando compositori come Vagif Mustafazadeh iniziarono a innestare sulle strutture armoniche del jazz le scale, i microtoni e la logica improvvisativa del mugham, genere che l’UNESCO riconosce come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Un’eredità che artisti come Afrasiyab portano avanti oggi, in un linguaggio che non cerca la fusione a tutti i costi ma piuttosto la convivenza; il fraseggio jazzistico che si piega alle microtonalità orientali, il ritmo che asseconda la libertà dell’improvvisazione mugham senza perdere lo swing.
Sul piano simbolico, prima ancora che musicale, la serata ha avuto un peso che va oltre il singolo concerto. Ospitare a Roma una rassegna dedicata interamente al jazz azerbaigiano significa offrire alla città uno sguardo su un repertorio che raramente trova spazio nei cartelloni italiani, abituati a un’idea di jazz più legata alla tradizione angloamericana o alle sue declinazioni europee più consolidate. La Casa del Jazz, che da anni si propone come luogo aperto a tutti gli stili del genere e come piattaforma di incontro tra musicisti e pubblici diversi, ha trovato in questa serata una delle sue espressioni più coerenti: un palco all’aperto, in una sera di giugno, per una musica che nasce essa stessa da un incontro tra mondi lontani.
È proprio in questo che sta forse il valore più immediato della serata: nel ricordare che il jazz, fin dalle sue origini, è un genere costruito sulla contaminazione, e che ogni volta che incrocia una tradizione musicale diversa – il mugham caucasico, ieri sera, come in altri contesti il flamenco, la musica indiana o le tradizioni dell’Africa occidentale – non si snatura, ma trova nuove strade per restare quello che è sempre stato: una musica di frontiera.




