25 anni della Legge 38: memoria, diritti e convivenza al centro dell’incontro a Roma
A venticinque anni dalla sua approvazione, la Legge 38/2001 torna al centro del dibattito istituzionale come uno dei pilastri della tutela delle minoranze linguistiche in Italia. L’incontro promosso dall’Ambasciata della Repubblica di Slovenia a Roma ha offerto non solo un momento commemorativo, ma anche un’occasione di riflessione sul presente e sul futuro dei diritti linguistici nel contesto europeo.
La normativa, dedicata alla minoranza slovena in Friuli-Venezia Giulia, rappresenta ancora oggi uno strumento fondamentale: garantisce l’uso della lingua slovena nella scuola, nella pubblica amministrazione e nella segnaletica, oltre a sostenere la vita culturale della comunità. Un passaggio storico, maturato dopo decenni complessi legati alle vicende del confine orientale, ridefinito dopo la Prima guerra mondiale e segnato dalle tensioni del Novecento.
Ad aprire i lavori è stata la senatrice Tatjana Rojc, che ha richiamato l’importanza dell’articolo 6 della Costituzione e ha sottolineato una criticità ancora aperta: la mancata ratifica italiana della Carta europea delle lingue regionali e minoritarie. Un ritardo che, secondo Rojc, l’Italia è chiamata a colmare per rafforzare il proprio impegno nella tutela del pluralismo linguistico.
Nel suo intervento, l’ambasciatore sloveno Matjaž Longar ha ricostruito il valore storico della legge, ricordando come essa abbia segnato il passaggio da una tutela prevalentemente internazionale a un sistema normativo interno, stabile e strutturato. “Una svolta”, ha sottolineato, che ha migliorato concretamente la vita della minoranza slovena in Italia. Allo stesso tempo, non ha nascosto le criticità ancora presenti: dalla piena applicazione della segnaletica bilingue alla questione della rappresentanza politica. Uno dei momenti più densi dell’incontro è stato l’intervento del giornalista e politologo Bojan Brezigar, che ha allargato lo sguardo al panorama europeo. Le minoranze linguistiche, ha ricordato, non sono un’eccezione ma una realtà diffusa, che coinvolge circa 50 milioni di cittadini. I modelli di tutela variano notevolmente, dalla Spagna al Belgio, mentre la Francia resta un caso a parte, ancorato a una visione centralista.
Brezigar ha poi ripercorso il lungo e complesso iter che ha portato alla Legge 38, tra resistenze politiche e ostruzionismi parlamentari. Un percorso tutt’altro che lineare, reso possibile anche grazie alla determinazione di singole figure istituzionali. “Non ha risolto tutto”, ha osservato, “ma ha cambiato lo status della minoranza slovena e ha contribuito a normalizzare i rapporti sul territorio”. È proprio questo, forse, il lascito più significativo della legge: aver trasformato una storia di tensioni in un laboratorio di convivenza. Oggi, mentre i rapporti tra Italia e Slovenia attraversano una fase particolarmente positiva, la Legge 38 si conferma non solo come strumento giuridico, ma come base per una cooperazione più ampia.
A venticinque anni di distanza, il bilancio è dunque positivo ma non definitivo. Più che un punto di arrivo, la legge appare come un percorso ancora aperto, che chiama istituzioni e società civile a proseguire nel segno del dialogo e del rispetto delle diversità.




