Trump usa la fede per la guerra: gli evangelici blindano il consenso sull’Iran
Mentre cresce l’impopolarità del conflitto, il fronte religioso rilancia la narrazione messianica della Casa Bianca e consolida il sostegno più fedele al presidente.
Di fronte a un’opinione pubblica sempre più scettica sulla guerra con l’Iran, Donald Trump sceglie di parlare al suo elettorato più fedele con un linguaggio che va oltre la politica. Sempre più spesso, il presidente ricorre a riferimenti religiosi e a una retorica cristiana che trasforma il conflitto in una missione morale, se non spirituale. Un’impostazione che trova immediata eco nel mondo evangelico americano, dove leader e media conservatori stanno amplificando questa lettura, presentando lo scontro con Teheran come parte di una battaglia più ampia tra bene e male.
Non si tratta solo di comunicazione: è una strategia precisa per rafforzare un blocco di consenso che resta decisivo, soprattutto mentre il sostegno alla guerra cala tra indipendenti e moderati. Gli evangelici, già pilastro della base trumpiana, diventano così il moltiplicatore politico di una narrazione che salda fede, identità e politica estera. E che rischia di rendere ancora più difficile qualsiasi passo indietro sul piano militare.
Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato nei giorni scorsi, il 60% degli americani si oppone agli attacchi contro l’Iran, con una frattura netta tra repubblicani e democratici. È in questo contesto che la Casa Bianca ha intensificato l’uso di un linguaggio religioso, nel tentativo di consolidare il sostegno di quella parte dell’elettorato che resta più compatta: i cristiani evangelici bianchi, che rappresentano circa un terzo della coalizione trumpiana e che nel 2024 hanno votato per Trump in oltre l’80% dei casi.
Negli ultimi giorni, il presidente ha definito il salvataggio di un aviatore statunitense abbattuto in Iran un “miracolo pasquale” e ha suggerito che le operazioni militari godano della benedizione divina. Ancora più esplicito il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ha citato le Scritture per giustificare l’uso di una “violenza schiacciante” contro nemici che, a suo dire, “non meritano alcuna pietà”.
Questa retorica viene rilanciata e amplificata dai vari canali di influenza religiosa. Pastori e leader religiosi conservatori, dalle grandi chiese evangeliche alle congregazioni locali, presentano la guerra come una lotta esistenziale tra bene e male. “Le persone malvagie esistono, e se non le affronti, saranno loro ad affrontare te”, ha detto il pastore Jackson Lahmeyer alla sua comunità in Oklahoma, riassumendo una visione che riduce la complessità geopolitica a una narrazione morale binaria.
È qui che emerge con chiarezza il tratto del populismo religioso americano: la costruzione di un “noi” moralmente giusto contrapposto a un “loro” demonizzato, in cui la politica estera diventa il terreno di una battaglia identitaria. In questa visione, gli Stati Uniti non sono solo una potenza globale, ma uno strumento della volontà divina, chiamato a combattere il male nel mondo.
Una lettura che affonda le radici nella storia del conservatorismo cristiano statunitense, ma che oggi assume toni più espliciti e radicali. Secondo diversi esperti, l’uso di un linguaggio così diretto per giustificare la violenza in termini religiosi rappresenta una rottura rispetto al passato. Non è solo un richiamo alla fede, ma una vera e propria sacralizzazione del conflitto.
Il sostegno evangelico si alimenta anche di una visione teologica che attribuisce allo Stato di Israele un ruolo centrale nei piani divini. Molti predicatori interpretano gli eventi in Medio Oriente alla luce delle profezie bibliche, collegandoli alla seconda venuta di Cristo. In questo quadro, la guerra contro l’Iran assume un significato che va ben oltre la politica internazionale.
Alcuni leader religiosi si spingono ancora oltre. L’evangelista Franklin Graham ha paragonato Trump alla figura biblica di Ester, scelta da Dio per salvare il suo popolo. Durante un evento pasquale alla Casa Bianca, la televangelista Paula White-Cain ha accostato il presidente a Gesù, parlando di tradimento e persecuzione. Dichiarazioni che rafforzano l’idea di una leadership investita di una missione divina.
Non mancano però le critiche. Esponenti democratici e leader cristiani progressisti accusano l’amministrazione di strumentalizzare la fede per giustificare una guerra impopolare. “Quello che stanno dicendo è che Trump è dalla parte di Dio. Potete dormire sonni tranquilli”, ha osservato il pastore Doug Pagitt, denunciando una narrazione costruita per mantenere coesa la base elettorale.
Il rischio, secondo gli analisti, è che questa fusione tra religione e politica renda ancora più rigide le posizioni e riduca gli spazi per il compromesso. Quando una guerra viene presentata come una missione divina, qualsiasi opposizione può essere letta non solo come dissenso politico, ma come errore morale.
In un’America già profondamente polarizzata, il ricorso al linguaggio della fede non è dunque solo uno strumento di mobilitazione, ma un elemento che ridefinisce i confini stessi del dibattito pubblico. E che trasforma un conflitto geopolitico in uno scontro di visioni del mondo, difficilmente riconciliabili.




